Non esiste un partito dell'astensione: la gente non ha bisogno di organizzarsi per mandarli affanculo

Di Mauro Bottarelli , https://www.rischiocalcolato.it

Non esiste un partito dell’astensione: la gente non ha bisogno di organizzarsi per mandarli affanculo


Alle 18.10 di oggi pomeriggio, mentre in Arabia Saudita continuavano a morire principi come mosche, nei seggi siciliani doveva ancora cominciare lo spoglio delle liste. Quello delle coalizioni aveva giù sancito la vittoria del centrodestra ma restava un mistero gaudioso: come cazzo hanno fatto le proiezioni di ieri sera a prenderci quasi in pieno, elaborando e incorporando dati come se i voti di lista fossero giù noti? Mah, meglio non farsi domande.


D’altronde, perché uno dovrebbe porsi dei quesiti riguardo un turno elettorale che ci mette oltre 14 ore dalla chiusura dei seggi per dirti chi ha vinto? Di più, come fai a prendere seriamente un voto che chiude le operazioni alle 10 di sera e comincia lo spoglio la mattina dopo alle 8, con calma e dopo la colazione? E qui non è questione di Sicilia, prima che qualcuno adombri leghismi di ritorno nel mio ragionamento.



Ho seguito, per esigenza professionale e antico amore per la politica (quella vera), tutte le maratone elettorali possibili. Ho sentito dotte analisi politologiche, interpretazioni di questo voto locale in chiave nazionale e in vista delle legislative di primavera, ho sentito politici mandarsi di fatto a fare in culo con estrema eleganza e altri arrampicarsi sugli specchi con l’abilità di Gatto Silvestro. Un quadro desolante, a cui la mia risposta è questa.



Perché come fai ad aver ancora fiducia nella politica, nel voto, nel cambiamento, quando dopo praticamente 24 ore di commenti e proclami, finisci la giornata in attesa di sederti a tavola con questo:



siamo nel 1994 reloaded e facciamo finta di essere nel 2017. C’è un solo cambiamento: all’epoca il nemico millantato per poter curare i propri interessi e non andare in galera erano i comunisti, estinti di fatto almeno da un lustro anche nella DDR, mentre oggi è il “populismo e il ribellismo” dei Cinque Stelle. Cambia il nemico da battere formalmente, cambia lo spauracchio da vendere con sapiente piglio da imbonitore ma ciò che ci aspetta è la stessa cosa. Con gli stessi nomi, almeno se vediamo i grossi calibri.


E attenzione, perché se il Cavaliere decaduto è patetico quando la tinta dei suoi capelli in parquet, il nuovo che avanza sembra quasi offrire fiato alle sue trombe da venditore di pentole a pressione sui bus che portano i pensionati a Gardaland. Eccolo qua, infatti, l’avanguardia che avanza in tutta la sua dannunziana e dirompente novità:



due bambini. piuttosto ritardati, che litigano per il pallone all’oratorio. Peccato che si candidino a guidare il Paese. E la cosa grave è che ho quasi la certezza che Luigi Di Maio sia anche convinto di aver dato vita a un colpo di spin politico degno di “House of Cards”: a parte che avvicinarsi a Kevin Spacey in questo periodo non porta granché bene, giova ricordare che la comunicazione dei Cinque Stelle è nelle mani di Rocco Casalino del “Grande Fratello”, praticamente come mettere in mano un fucile mitragliatore carico a Steven Hawking.


Probabilmente l’intento era quello di gettare accelerante sull’incendio delle polemiche interne a PD e sinistra extra-PD dopo la cocente (quanto ampiamente attesa) sconfitta ma il risultato è stato ovviamente un boomerang.




Primo, perché quella casa ormai brucia da mesi e, probabilmente, quell’incendio verrà spento solo quando farà comodo a una delle parti in causa per uscire vincitrice e incassare il premio (elettorale) dell’assicurazione. Secondo, perché se sfidi a duello qualcuno pubblicamente, fai montare il ring e decidere regole e arbitro e poi ti tiri indietro, l’unica figura che fai è quella del cagasotto. Punto. E chi vuole un premier cagasotto? Direte voi, gli italiani che ancora vanno a votare, visto l’elenco che possiamo vantare al riguardo (le performance in sede UE parlano da sole, per la destra come la sinistra, senza eccezioni).



Ora, però, la misura pare colma. Perché al netto che in Sicilia fosse ancora estate e la gente abbia preferito la spiaggia al seggio e che a Ostia si fosse in piena emergenza idrogeologica stile monsone, il livello dell’astensionismo ormai non è più solo cronico e strutturale. E’ emergenziale, almeno se associato a uno stato del G7. E questo vale per molti, basti pensare alla folla da primo giorno di vendita del nuovo iPhone che ha spedito Emmanuel Macron all’Eliseo: quattro gatti.


Avete voluto portare la gente all’esasperazione, magari sperando in reazioni violente da sedare e reprimere? Ecco il risultato, l’indifferenza declinata in modo e tempo di astensione. O partito dell’astensionismo, come lo chiamano i dotti analisti che pontificano nei talk-show. Ma non serve organizzarsi in partito o movimento o federazione per mandarvi a fare in culo, basta vivere la vita di tutti i giorni di un cittadino normale.



Meglio che i Cinque Stelle se lo mettano in testa e in fretta, altrimenti prevedo brutte sorprese per la primavera. Ho ceduto alla logica fallimentare e perdente del “tanto peggio, tanto meglio”? Forse, può essere certamente una mia fallace declinazione 2.0 del ritorno al bosco e alla presa di coscienza del singolo ribelle preconizzata da Ernst Junger, attendendo con l’atteggiamento dell’avanguardia critica che il sistema crolli su se stesso.


Di certo, non grido al miracolo di CasaPound a Ostia come prospettiva nazionale. Altrimenti, il passo successivo sarebbe credere al topolino dei denti. Temo che lasciare precipitare le cose, sia l’unica logica possibile. Tanto, la Troika arriverà comunque. Tanto vale, allora, non offrire almeno al sistema la propria complicità. E ora, birra e pop-corn.

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