La musica ci salverà dalla pazzia

10/9/2012 Di Marcello Veneziani per il Giornale

 

Medicina e filosofia concordano: le note curano l'anima. E la prima orchestra è il grembo materno in cui pulsa la vita..

La musica salverà il mondo. Come la bellezza, e non solo per una ragione estetica o esistenziale, ma per una sua misteriosa virtù terapeutica.


La musica cura la mente ferita perché parla un linguaggio originario che precede i nessi logici e i processi cerebrali, muove corde originarie.

Cura i malati di Alzheimer e di Parkinson, i disturbi autistici, le demenze e tante altre sindromi rare. E aiuta ad uscire dal coma, come è accaduto in alcuni casi già noti. Sulla scia di Apollo e Dioniso, Orfeo e Pitagora, la musica accompagna l'armonia delle sfere celesti e raggiunge la mente nostra, anzi è forse l'unico vero ponte invisibile che scorre dall'infinito all'animo umano. È musicale l'anima mundi e la musica stessa è reminiscenza, fonte della sapienza platonica.Sostiene Ryo Noda che all'Università di Osaka sottopone i suoi pazienti a una musicoterapia intensiva: «Se per risolvere le malattie degli organi del nostro corpo c'è bisogno dei farmaci, per quelle della mente c'è bisogno della musica...Il grembo materno è la prima grande orchestra dove non c'è un solo attimo di silenzio e dove la musica è il pulsare stesso della vita».


 E Don Campbell, in Effetto Mozart, consiglia ai genitori di far ascoltare Mozart ai bambini per accrescere il loro Quoziente Intellettivo, in particolare la Sonata in do maggiore per due pianoforti, allegro con spirito.Non sono un medico né un musicologo ma fui colpito da due testimonianze diverse sui sentieri della musica. La prima è di Bruce Chatwin nel suo splendido viaggio de Le vie dei Canti (Adelphi). Chatwin va in Australia tra gli aborigeni e si lascia catturare dalle loro piste del sogno. Le vie dei canti sono le impronte sonore lasciate dagli antenati per ritrovare l'origine e per tornare al luogo del concepimento, dov'è custodito il tuo tjuringa, la scatola nera della tua essenza. Perché il ritorno, spiega altrove Chatwin, «offre una pienezza di senso che il solo andare non ha. Il ritorno è la risposta alla nostra irrequietezza». Secondo i primitivi, gli uomini in viaggio lasciano scie di canto, di cui talvolta cogliamo l'eco. Un canto li guidava a compiere migrazioni lontane; e per tornare si doveva cantare al contrario.


«Le parole dei canti - scrive Chatwin - e il significato dei canti erano tutto quello di cui avevano bisogno per viaggiare ovunque. Erano i canti a trovare le balene da mangiare e a riportare poi i balenieri a casa». Il canto indica la via per andare e poi per tornare all'origine.L'altra testimonianza che mi ha colpito è del neuropsichiatra Olivier Sachs, ex tossico, autore di molti fortunati libri usciti da Adelphi, tra cui L'uomo che scambiò sua moglie per un cappello, Risvegli - da cui fu tratto un film famoso - e Musicofilia. Sachs racconta molti casi di terapia musicale ma anche l'inverso, la musica come fonte d'epilessia e allucinazione. Ricordo il suo racconto curioso di una paziente siciliana intollerante alla musica napoletana, che pure amava, ma le procurava crisi epilettiche: fu necessario un intervento di chirurgia cerebrale per toglierle dalla testa le canzoni napoletane. Ma più sorprendenti sono i casi di malati di Alzheimer, Parkinson, dementi o con devastanti amnesie e sindromi rare che hanno recuperato la loro vitalità, la loro felicità e la loro lucidità suonando, cantando o danzando. Sachs racconta tenere storie di anziani, menti perdute che si sfaldavano giorno dopo giorno ma che riuscivano a rifugiarsi nella musica recuperando vita, lucidità e manualità. La musica come esile filo d'Arianna per restare nella realtà e nel mondo; ma al tempo stesso la musica come via di trascendenza, per accedere a un altro mondo in un aldilà invisibile. I paradisi della musica vanno a orecchio.La musicoterapia fu sperimentata in America dopo la seconda guerra mondiale, come accade a molte scoperte scientifiche, per curare i soldati tornati sconvolti dall'esperienza bellica. Alla base degli studi però c'è l'intuizione di un poeta, Novalis: «Ogni malattia è un problema musicale, ogni cura è una soluzione musicale». Ci sovviene l'ultimo Nietzsche ormai in preda alla follia, al mutismo e alla paralisi, che però improvvisava al pianoforte.


Perfino del Bolero si racconta che sia stato composto quando Ravel era ormai in fase di avanzata demenza; e fu segno di demenza quella ripetizione ossessiva in crescendo come un mantra, che poi sarà il suo punto di più alta fascinazione.Viceversa ricordo una confessione di Lenin - morto anche lui devastato nel cervello - a Gorkij, dopo aver ascoltato una sonata di Beethoven: «Non posso ascoltare la musica. Agisce sui tuoi nervi, ti vien voglia di dire delle sciocchezze e di carezzare gli uomini che, vivendo in un sudicio inferno, seppero creare tanta bellezza. E oggi non puoi carezzare nessuno: ti divorerebbero la mano. Bisogna picchiare sulle teste senza pietà, sebbene il nostro ideale sia di non usare la violenza contro nessuno. Il nostro mestiere è diabolicamente difficile». La musica, levatrice di verità, fa confessare a Lenin l'essenza del terrore totalitario e dell'utopia comunista nell'inferno terreno.Certo, la musica ha prodotto anche invasamenti furiosi e deliri dionisiaci (si pensi, tra i tanti, all'uso maldestro di Wagner, per non dire di tanta musica satanica e allucinata). Ma quando vedi quei malati risorti tramite la musica, la danza o il canto, quando leggi di quel vecchio padre o dell'ultimo Nietzsche, divorati dalla demenza e ormai inerti che rispondevano alla musica piangendo, ti chiedi davvero quali corde profonde vada a toccare la musica.


E quali dei, quali angeli custodi riportino a casa quelle menti disfatte lungo la via dei canti.


Per la prima volta in Italia, il 21 settembre prossimo Brescia ospiterà il terzo congresso internazionale di Neuromusicologia, con decine di relatori, medici e musicisti venuti dal Giappone, dagli Stati Uniti, dalla Germania, dalla Grecia e italiani. L'ultimo congresso si era tenuto nella Salisburgo mozartiana. L'associazione dedicata alla NeuroMusic Therapy, nata nel 1999, ha un migliaio di associati in ventiquattro Paesi. A Brescia organizza il congresso in collaborazione con la Fondazione Giorgio Brunelli, medico candidato al Nobel dal 2008. Luisa Monini ne è l'anima propulsiva. Il congresso, dedicato ai 150 anni dalla nascita di Claude Debussy (nella foto), si concluderà il 22 alle Terme di Sirmione con un concerto «Amor che tutto muove» dell'orchestra sinfonica Esagramma composta da musicisti affetti da problemi psichici anche gravi.


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