EDITORIA - Cento ritratti di maestri sconvenienti - IMPERDONABILI

Recensioni di Feltri e D'Alessandro

EDITORIA - Cento ritratti di maestri sconvenienti. IMPERDONABILI

AUTORE - MARCELLO VENEZIANI

EDITO - MARSILIO



Ecco chi ha ucciso la borghesia - Vittorio Feltri


"Imperdonabili", la recensione di Vittorio Feltri


Di seguito, l’articolo-recensione di Vittorio Feltri pubblicato su Libero del 3 novembre 2017


Marcello Veneziani è un ottimo prosatore, uno dei pochi intellettuali che si possono definire tali malgrado sia di destra, per cui detestato dai tromboni di sinistra. Con lui ho lavorato molti anni e lo conosco come le mie tasche.


Scrive da Dio cose che non condivido e leggendole spesso cambio idea. D’altronde sono consapevole di non essere d’accordo sempre con le mie opinioni mutevoli. Marcello ha pubblicato un libro, uscito ieri, con Marsilio, intitolato: Cento ritratti di maestri sconvenienti. Imperdonabili.


Tra i quali spicca Leo Longanesi, innovatore del giornalismo (suo il famoso Omnibus), un «carciofino sott’odio». Uomo piccolo ma grande maestro di comunicazione moderna, altro che sorpassata.


Marcello ne traccia un profilo spassoso e centrato anche nei particolari, che vale la pena di essere bevuto da chi voglia capire un’epoca, la prima meta del 1900, influenzata dal fascismo e dalla Seconda guerra mondiale.


L’epoca di Indro Montanelli e di Alberto Moravia, per intenderci.


Leo avrebbe meritato molto di più di quanto ricevuto. Era un talento. Dicono che studiasse poco, ma è come avesse letto una biblioteca. Forse non capiva nulla ma intuiva tutto e sapeva insegnare anche quello che ignorava. Un genio.


Secondo Veneziani la morte della borghesia coincide con la morte di Longanesi che le aveva dedicato addirittura un settimanale bellissimo, che personalmente ho diretto in fase preagonica, chiamato appunto Il Borghese (al quale collaborava nientemeno che Montanelli sotto mentite spoglie) che si giovava di una firma femminile di alto lignaggio: Gianna Preda.


Non mi dilungo per evitarvi rotture di scatole.


Sta di fatto che Leo era diventato alfiere della borghesia, di cui si considerava un figlio minore, forse perché ne avvertiva l’imminente decesso. Che avvenne dieci anni dopo che il nostro collega eroe e mito era stato seppellito in età appena matura.


Il giorno del suo funerale, la figlia disse una battuta degna del padre: «E pensare che gli orfani mi sono sempre stati antipatici».


Leo era un aforista eccellente. Simile a Ennio Flaiano e a Roberto Gervaso, per citare due nomi noti alle folle. Marcello, che non è mai banale con la penna in mano, narra benissimo i tic e le insofferenze dell’immenso giornalista.


Su un punto non sono d’accordo. La borghesia si è distrutta a causa della mentalità sessantottina, non si è suicidata per disperazione, ma è stata assassinata dai deficienti che, combattendola, hanno combattuto e sconfitto sé stessi.


Lo sterminio è cominciato dal basso, dalla piccola borghesia i cui costumi sono staff ridicolizzati da coloro che ne erano il prodotto.


Ricordate il film: Un borghese piccolo piccolo? È il simbolo dello sputtanamento di un ceto sociale modesto, educato, che viveva pur con mezzi scarsi in maniera decorosa, aspirava a salire di qualche gradino, faceva diplomare (raramente laureare) la prole.


Le sue case erano dignitose benché avessero dimensioni ridotte. Nella cosiddetta sala troneggiava una libreria con i testi classici e l’immancabile enciclopedia. Il pavimento era lustro e chi lo calpestava era obbligato a trascinare i piedi servendosi delle indimenticabili (ora dimenticate) pattine. Sui mobili erano disseminate fotografie degli zii e dei nonni.


La famiglia a tavola era ordinata e composta, guai a tenere i gomiti vicini al piano. Nessuno poteva alzarsi senza il permesso del padre.


La madre controllava i quaderni per verificare che i compiti fossero stati eseguiti alla perfezione. La piccola borghesia era il serbatoio da cui la grande attingeva nuova linfa. Poi vennero i giorni della tempesta.


L’eskimo soppiantò il cappotto rivoltato. Al posto dello scaldabagno a legna fu installato il boiler. Il bidè portatile fu sostituito da quello idraulico. Le abitudini svoltarono in fretta nella forma e nella sostanza.


I genitori imitarono i ragazzi nel peggio per non sentirsi vecchi e tagliati fuori dalla “rivoluzione”. La giovinezza fu innalzata a valore, come il sei politico, il presalario e gli esami universitari di gruppo.


All’improvviso la definizione piccolo borghese fu declassata a insulto. Eliminate le pattine e il loro contorno, il nostro mondo antico si trasformò in bordello.


Il ceto medio con il proprio bagaglio di saggezza e il proprio contegno è stato distrutto.


Oggi i borghesi sono ladri, tangentari, sfruttatori di extracomunitari. Gente buona a nulla e capace di tutto.


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Gli Imperdonabili di Veneziani,  - inno alla Cultura da serbare




Cento profili, una magistrale storia del pensiero di Maestri sconvenienti che non conviene affatto dimenticare


È arrivato il momento di dare a Marcello Veneziani ciò che è di Marcello Veneziani, per evitare anche nei suoi confronti “l’incomprensione della grandezza, di chi vale davvero, l’incapacità di distinguere tra gloria e successo, non saper riconoscere altezza, durata e profondità”.


Com’è avvenuto ai suoi Imperdonabili,  gran parte dei cento maestri sconvenienti, ai quali ha dedicato un libro, edito da Marsilio, finissimo, particolarissimo, sontuoso. Un libro che avrei voluto scrivere mille volte, un libro che mi ha tolto di bocca e di penna, ma se l’ha fatto lui, se l’ha scritto lui, non oso rimpiangere ciò che poteva essere e non è stato. Lo leggo in questo istante, lo leggo e ne scrivo, lo continuerò a leggere, lo rileggerò, perché è un inno “agli irregolari del pensiero che non si accontentarono del loro tempo, ma lo contraddissero, spesso creando nuove visuali o attingendo a tradizioni più antiche”.


È un inno al libro, al libro cartaceo, a quello che vi rigirate tra le mani, che potete annusare e magari lanciare verso qualcuno che non vi aggrada: “Mi auguro che finisca prima l’uomo del libro e che il postlibro riguardi i postumani, non noi umani e umanisti”. È un inno al genio, poiché “la nostra epoca fondata sulla mediocrità di massa è la negazione del genio”. È un inno alla filosofia, alla politica, in una parola alla cultura, anzi alla Cultura.


È un inno “ai giganti, come Dante, Machiavelli, Schopenhauer, alle intelligenze pericolose di Michelstaedter e Heidegger, agli spiriti inquieti di Wilde e Chatwin, ai sismografi di un’epoca come Pirandello e Arendt, alle penne di Kraus e Guareschi, che hanno lasciato il segno, alle presenze oniriche e alle assenze profetiche di Goncarov e Zambrano”.


Il ritratto del Segretario fiorentino è magistrale, il finale straordinario: “Machiavelli donò e dedicò il primo esemplare del Principe al duca Lorenzo, insieme a due cani da caccia. Il sovrano apprezzò molto i due segugi, trascurando il libro. Ma Il Principe di Machiavelli restò nei secoli e nel mondo; di quel Lorenzo, invece, non si ricorda nulla, quasi come i suoi cani”.


Un inno agli Imperdonabili, con una imperdonabile assenza: Elias Canetti. O è assente perché non ritenuto imperdonabile? Ma ci sono l’adorato Prezzolini, “l’antitaliano disincantato”; Hegel, “mago e padre putativo del Novecento”; Croce, “gran scrittore di filosofia e varia umanità”; Rensi, “sempre dalla parte del torto”; Schmitt, “il Machiavelli cattolico”; Cioran, “nero, cupo e vellutato”; Pascal, “dannunziano esoterico”; Pound, “un poeta contro l’usura”; Pasolini, “reazionario senza grazia”; Fallaci, “milite e cristiana ad honorem”; Pessoa, “il poeta che abdicò alla vita”; Gentile, “l’Italia come pensiero in atto”; Gramsci, “tra Lenin e Mussolini”; Vico, “una luce oltre la modernità”; Gadamer, “l’importanza dei pregiudizi” e tanti, tanti altri, fino a cento e non posso citarli tutti.


Posso invitarvi a correre in libreria per comprare il libro e leggerlo e morderlo, perché può esistere qualcosa che non ha fine. Se il passato, autori e opere, viene trasmesso per essere ricordato e onorato, e ancora vissuto vivaddio, vuol dire che non passa, che resiste, che non ha fine.


A Montanelli, presente nella lista delle penne che lasciano il segno, sarebbero piaciute queste pagine perché mirano a serbare, per dirla con Luigi Pintor, ciò che non può andare perduto, ciò che è utile. Ma sono pagine che piaceranno anche a Emanuele Severino, perché “siamo eterni, a nostra insaputa”. Conservare è una virtù, avverte Roger Scruton.


Ma non conserviamo le etichette. Conserviamo l’intelligenza di donne e uomini intelligenti, che hanno lavorato con il pensiero, osservato il mondo e aiutato noi a immaginare e scorgere un filo di luce persino attraverso le tenebre.


È arrivato il momento di dare a Marcello Veneziani ciò che è di Marcello Veneziani, altrimenti mi vedrò costretto a riscrivere il suo libro portando a centouno il numero degli Imperdonabili, essendo egli Maestro tra i Maestri, sì ch’egli sarà centunesimo tra cotanto senno.


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