Non c'era una volta

http://www.lintellettualedissidente.it di Carlo Facente

NON C'ERA UNA VOLTA


È pericolosamente facile cadere nella spettacolarizzazione storico-culturale di una civiltà, rischiare di idealizzarla e quindi modificarla, trascurandone peculiarità fondamentali. Sarà mai possibile accostare alla nostra smisurata venerazione per l’Antica Grecia, ci chiediamo e si chiedevano i Greci, un realismo storico incontaminato da un omettente ed incompleto fanatismo?

Tra studi liceali approssimativi e nozioni culturali geneticamente modificate, risulta essere pericolosamente facile mascherare aspetti e contraddittorietà di epoche assai lontane quanto ancora misteriose. Tra i tanti atteggiamenti discutibili del maniaco da tastiera del giorno d’oggi, intento a proliferare ingenti quantità di opinioni politiche e antropologiche su qualsiasi tema, vi è un sentimento malinconicamente nostalgico che potremmo definire vittimismo storico. Una sorta di morbo esistenziale, un aspro e innato rammarico di non esser nati nell’epoca del Che o di Sid Vicious, di Maradona o del Rinascimento.


Tale sentimento, che può nascere da passioni, ideologie come da studi approfonditi, sfocia il più delle volte in un fanatismo periglioso, che non solo rende macchiettistico e screditato l’oggetto storico, ma ne dimostra una conoscenza del tutto limitata e ritoccata.


Tra i tanti esempi che si potrebbero citare uno su tutti ammicca la nostra attenzione: la civiltà greca. Illuminanti in tal senso sono le riflessioni della professoressa e scrittrice Eva Cantarella, che evidenzia come il nostro modo di approcciarci con la cultura ellenica, di studiarla per le grandiose innovazioni, di amarla per la bellezza e la sensibilità del suo pensiero, ci abbia portato (in modo necessariamente naturale) a mitizzare i Greci dimenticando alcuni loro difetti. Fondamentale è chiarire fin da subito in cosa consistono tali difetti e soprattutto da chi sono ritenuti tali.


Questa ricerca è tragicamente incline all’errore, alla formulazione di una tesi che tenta di giudicare e criticare il passato con categorie mentali del presente, un tentativo storiografico da crocifiggere primordialmente. Ciò nonostante, risulta essere particolarmente intrigante notare come alcuni tra i più grandi pensatori e autori greci abbiano intravisto problemi e incongruenze già nella società loro contemporanea. La tragedia, così come la commedia e la filosofia stessa, ha incontestabili radici nelle varie problematicità della polis. La tragedia ne rappresenta la drammaticità, la commedia le deride, la filosofia le confuta.


La Sirena – Edward Armitage (1888)


Un topos fondamentale è sicuramente quello della democrazia, o meglio, della presunta democrazia ateniese. La democrazia è una forma di governo ramificatasi e sviluppatasi con il tempo; ciò postula necessariamente l’esistenza di una democrazia per così dire primitiva, rudimentale, da non essere paragonata e giudicata con la democrazia dell’oggi. Allo stesso tempo, appare del tutto lecito interrogarsi se la democrazia ateniese sia effettivamente etichettabile come tale e se tale democrazia contenga fattivamente qualcosa di democratico.


La risposta è tutt’altro che semplice.


Il problema sorge con Tucidide, lungimirante pensatore che intravide l’abbagliante distanza che sussisteva tra l’Atene vera e l’Atene descritta nell’Epitaffio di Pericle. Reggenza di quest’ultimo definita da Tucidide con inequivocabile chiarezza come una democrazia solo a parole, ma di fatto una forma di principato. Parole che non lasciano spazio a interpretazioni e che mostrano come i tratti autoritari di Pericle assomiglino a quelli del futuro princeps romano, del primus di cui parlerà Cicerone nel “De Republica”. Pericle non è guidato dal popolo, è Pericle a guidare il popolo. In tal contesto è chiaro che la figura del sovrano ateniese sembra sempre più assomigliare a quella del demagogo, teoria condivisa e tanto discussa da Platone, che non risparmiò né Pericle né il sistema politico ateniese.


Con pungente fermezza, Platone parodizza le parole del primus nel “Menesseno”, affidando il compito ad Aspasia, donna amata dal sovrano, che oserà dire: c’è chi la chiama democrazia e chi in altro modo, come a ciascuno piace, ma in realtà è una aristocrazia con l’appoggio delle masse (definizione condivisa perfino da Tocqueville nel “De la démocratie en Amérique”). Interessante sarebbe comprendere di che sostanza sia questo appoggio, se volontario o condizionato.


Fidia mostra il fregio del Partenone a Pericle, Aspasia, Alcibiade e ad altri amici – Sir Lawrence Alma Tadema (1868)


Come ogni democrazia antica anche quella di Pericle trova le proprie fondamenta nell’assemblea popolare, caratterizzata da un momento molto particolare, in cui i rethores compiono un passo indietro e chiedono al pubblico dell’assemblea “Chi vuole parlare?”.


Qualsiasi cittadino può farsi avanti, mettere in risalto problematiche e ingiustizie personali, avvalersi di quel diritto democratico tanto pubblicizzato orgogliosamente da Pericle nel suo Epitaffio. Ma è questa la realtà dei fatti? Eppure sono tante le testimonianze che ci conferiscono una descrizione diversa dell’ambiente e del mood dell’assemblea. Luciano Canfora nel “Il mondo di Atene” descrive un’assemblea che non fu però del tutto libera, nelle sue decisioni: la smodata voglia dei più paralizzava l’eventuale dissenso di qualcuno.


Se qualcuno non era d’accordo restava muto, temendo, se avesse votato contro, di fare la parte del nemico della città. Assemblea inquieta perfettamente descritta da Aristofane nella commedia “Gli Acarnesi”. Il protagonista, Diceopoli, si scusa con gli spettatori per essersi permesso di parlare di pubblici affari nonostante la sua natura da pezzente. Inimmaginabile in una vera assemblea greca che un poveraccio intervenga ed esponga la sua opinione.


Aristofane richiama un’assemblea deserta, in cui vige quel silenzio tanto citato da Tucidide. Un silenzio dettato da vari provvedimenti adottati dal governo ateniese per difendere l’eunomia. Le eliminazioni degli avversari politici erano all’ordine del giorno, da Frinico a Efialte, da Alcibiade per arrivare a Socrate. L’ostracismo e lo spionaggio, come l’esilio e la violenza fisica, erano pratiche assai diffuse tramite cui il Potere conservava il potere. Inutile arrestarsi all’ostentazione dell’inaugurale democrazia se esistono abitudini e modi volti a limitare i diritti e i privilegi che la democrazia stessa conferisce.


Orazione funebre di Pericle – Philipp von Foltz


Dalle linee guida tucididee potremmo delineare la presenza di una sorta di auto-censura di cui era preda il demo, non legittimata e finanziata tramite un lavoro psicologico condotto dal terrore. Il terreur è sentimento sovrano in alcune pagine dell’ottavo libro della “Repubblica”, opera in cui la democrazia viene definita come una instaurazione violenta, il sanguinoso risultato di capricciosi screzi e facinorose faide politiche tra poveri e ricchi, che trova la propria risoluzione nella resa dello schieramento avverso rincorso dal terrore. È chiaro che in tale scenario il sistema politico ateniese, pur rimanendo formalmente democratico, in atto appariva essere tappezzato da pertugi di anti-democraticità, evidenti e svelati già allora, come ci dimostra Tucidide:


L’assemblea popolare e il Consiglio continuavano regolarmente a riunirsi, ma si prendevano solo le decisioni gradite ai congiurati: e gli unici che prendevano la parola erano loro o comunque da loro veniva dato l’assenso preventivo a qualunque intervento. Degli altri nessuno osava esprimere dissenso, in preda al terrore, vedendo che i congiurati erano tanti.


La lentezza del sistema burocratico, la sua incurabile corruzione, la vessazione e la crudeltà verso il diverso sono importanti criticità del marchingegno ateniese. L’Atene periclea ha sempre avuto un atteggiamento particolare verso l’altro, potremmo dire nazionalistico. Risaputo è quanto fosse complicato ricevere la cittadinanza greca, un privilegio straordinario che il governo diffondeva quanto meno possibile. Basti pensare che nel 451 a.C. Pericle stabilì con un decreto che sarebbero stati riconosciuti cittadini solo i nati da genitori entrambi greci, preservando così la grecità e il suo sangue. Non meno rilevante è il caso dei meteci, minoranza straniera che, seppur residente e lavorativamente attiva ad Atene, non fu mai onorata di ricevere la cittadinanza greca. Sarebbe improprio parlare di discriminazione – o addirittura di razzismo – in relazione all’Atene del V secolo in quanto non è ben chiaro se questo conservatorismo nasca da questioni razziali per sfociare in conseguenze culturali o se sia il contrario.


Nonostante questo, si è quasi certi nell’affermare che questa sorta di grecocentrismo fu la principale causa del crollo dell’Impero.


An eloquent silence – Sir Lawrence Alma Tadema (1890)


L’abissale differenza con il dominio romano consistette esattamente in questo, la modalità di rapportarsi con l’altro. Se i Greci trattavano gli sconfitti come sconfitti, i Romani li trattavano come vinti. Lasciavano loro usi, costumi, religioni e autonomia. Non privavano loro di dignità. Privare un uomo della propria dignità significa renderlo capace di terribili azioni, come ci insegna la “Medea” di Euripide. Opera che riassume perfettamente questi ultimi punti trattati e che risulta essere un fervido attacco profetico a dogmi e ingiustizie dell’Atene periclea.


La Medea è molto più di quella storiella di figlicidio folle che ci viene presentata saltuariamente. La Medea è innanzitutto una tragedia di critica, di forte critica sociale verso una civiltà sbiadita. La protagonista, appellata come straniera e barbara, viene fin da subito rigettata dal pubblico, che la discrimina e per le sue azioni e per le sue origini anagrafiche. L’incomprensione linguistica sfocia in una incomprensione umana e personale, la perdita prima del fratello e poi del suo amato Giasone la rendono una naufraga senza una famiglia e senza una meta futura a cui ambire, l’intrecciarsi tortuoso dei fatti fabbrica un murario odio contro una donna lapidata dal fato.


La preveggenza di Euripide si manifesta nella reazione di Medea, l’uccisione dei figli altro non è che l’insurrezione a cui ogni umiliato e offeso tende, quell’esplosione di rabbia vulcanica che inevitabilmente deve eruttare, la reazione a una condizione ritenuta inaccettabile. Il messaggio del tragediografo uccisore della tragedia (come direbbe qualcuno) è apodittico: lo straniero, come Medea, se continuato a essere disonorato insorgerà.


Medea – Frederick Sandys (1867)


La Medea offre lo spunto per introdurre un altro tema molto caro ad Euripide, il rapporto uomo-donna. Nonostante negli ultimi anni sia crollata la tesi secondo la quale le donne greche fossero segregate nel gineceo, è assodato che l’assetto della famiglia greca fosse di matrice patriarcale, l’uomo adoperava un dominio fisico e mentale sulla donna. Poche erano le donne che avevano la possibilità di uscire sole, di ricevere un’educazione e di istruire i figli (compito che assumeva il pater familias). Necessario è puntualizzare che si fa riferimento al periodo e alla polis dove la tragedia fu scritta e rappresentata, Atene, discorso ben differente potremmo addurre per esempio su Sparta.


Nonostante la questione-donna risulti essere un problema capace d’affliggere trasversalmente svariate civiltà ed epoche, non si deve assolutamente cadere nel tranello di accontentarsi del brocardo secondo il quale è un problema che riguarda ogni cultura. È doveroso ricordare quale fosse la condizione della donna nell’antica Grecia, fortificare la memoria storica, non giustificare ingiustizie come prolungamenti etici di una cultura. Non stupisce che un pensatore illuminato e illuminante come Euripide abbia notato e criticato la misoginia greca; perché sia chiaro, sempre di misoginia si tratta.


Stupisce tantomeno che Platone nel Libro V della Repubblica utopizzi un sistema politico in cui le donne hanno pari diritti, politici e militari, degli uomini. Del resto, non è casuale che Medea sia una maga, la stregoneria fin dall’antica Grecia è una disciplina misteriosa appartenente al mondo femminile. Euripide nota, tra le tante altre cose, come sia paradossale che la civiltà del logos sia ancora ancorata a schiocche credenze popolari, profetizzando i dolorosi giorni che sarebbero aspettati alla donna nei successivi secoli:

 Noi donne, fra tutti gli essere animati e dotati di senno, siamo certo le creature più misere.


Nel mito greco, come nella tragedia, la donna è spesso presentata come vittima del suo amore, e ancora prima della propria condizione d’essere donna. Basti pensare alle povere Troiane, tragedia euripidea in cui Andromaca, Ecuba e Cassandra vengono assegnate, insieme alle altre donne di Troia, come schiave ai vincitori Greci.


Pyrrhus and Andromache at Hector’s Tomb – Johann Ludewig Lund (1809)


Le Troiane fu concepita e rappresentata nel 415 a.C., durante violenti e duri anni nei quali Atene sparse fiumi di sangue. Tra tali genocidi ve n’è uno in particolare che colpì l’attenzione sia di Euripide che di Tucidide, ovvero il sacco di Melo. La rilevanza del massacro è evidenziata magistralmente da Canfora che, da grande conoscitore tucidideo, palesa come tale attacco fu accolto con stupore negativo da una parte del demo, disgustato dalla brutalità del moto imperialistico adottato da Atene.


Melo fu ufficiosamente attaccata poiché rifiutò di aderire alla Lega delio-attica, e quindi di rinnovare l’alleanza politico-militare con Atene. Le cause dell’attacco non sono citate nelle “Storie”, scelta sicuramente non dettata da un lapsus freudiano. Sembrerebbe fondato considerare la scelta letteraria di Tucidide come una presa di posizione contro il governo ateniese, ritenendo ogni motivazione ingiustificabile e quindi del tutto omettibile.


Inoltre, la vaghezza di tale aitiologia è dettata dall’indifferenza dello storiografo verso il caso particolare di Melo, ciò a cui è interessato Tucidide è la contestualizzazione politico-filosofica che se ne può dedurre, uno spunto storico per riflettere sulla reprimente e autoritaria volontà di potenza ateniese. Il clamore con cui fu accolto il terrificante sacco fu tale che Euripide decise di apporre dei cambiamenti allusivi nelle rappresentazioni successive delle “Troiane”, citando Gilbert Norwood: no spectator could doubt that Troy is Melos. Non a caso nella spedizione di Melo i soldati ateniesi decimarono gli abitanti e resero schiave le donne. Non a caso Alcibiade, l’uomo più importante della Grecia di quel tempo, ebbe un figlio da una donna da lui stesso schiavizzata nella spedizione di Melo. Storia che ricorda e non poco la vicenda di Neottolemo e Andromaca, del figlio di Achille che schiavizzò la vedova di Ettore, e con cui diede vita al nascituro Molosso.


Ratto di Polissena – Pio Fedi


Vi è però un avvenimento in particolare nello storia dell’antica Grecia che tanto aizza pensatori e intellettuali d’ogni tempo, un episodio scandaloso, una decisione imperdonabile. La condanna di Socrate per molti ha sancito la condanna di Atene. I paradossi vengono per la prima volta evidenziati e studiati dalla logica nell’antica Grecia, trovano terreno fertile nelle meravigliose tragedie e prendono improvvisamente vita nel 399 a.C., quando ad Atene, città più virtuosa della storia dell’umanità, viene condannato a morte l’uomo più virtuoso di tutta la Grecia. Da qui nasce l’ira irrefrenabile di Platone verso l’intero sistema politico ateniese, la consapevolezza che filosofia e politica tendono costantemente al contrasto, alla disparità. La filosofia punzecchia, costruisce ma per farlo deve distruggere.


La politica tenta di preservare se stessa, eliminando qualsiasi tipo di pericolo, attuando una vera e propria oscurantizzazione del sapere che, in chiave sorprendentemente moderna, è doveroso velare, nascondere, eliminare. In “Guida alla lettura della Repubblica di Platone”, Mario Vegetti ci conferma di come la morte di Socrate non segnava soltanto, agli occhi di Platone, il fallimento e l’inadeguatezza del regime democratico ma, questa esperienza tragica, sembrava aprire un conflitto insanabile tra l’esercizio critico del sapere filosofico e la dimensione politica della città.


Una scoperta quella di Platone mostruosa, pericolosa ma che lo stimolò all’edificazione monumentale della Repubblica. Vi è chi rintraccia nell’opera atteggiamenti criziani e filo-spartani, anche se, a dire la verità, si sente la necessità di abolire tali teoria. Per quanto fosse critico verso il regime politico ateniese e disgustato dalla spicciola doxa sofistica che tanto cercò di smontare con la sua filosofia, Platone era culturalmente e antropologicamente ateniese, ma questo è un altro discorso.


La morte di Socrate – Jacques Louis David (1787)


Come si può ben notare da tali punti espressi brevemente, la pericolosità dell’idealizzazione storica, e quindi della sua mutazione per eccesso, era quanto mai ben evidente già nell’Antica Grecia. Un’epoca forse diventata mito quando ancora non lo era, un’era presentata in un modo, ma sostanzialmente molto più complessa e controvertibile. Con ciò non si vuole congiurare la più rosea e fondante civiltà della storia dell’umanità, anzi, probabilmente evidenziarne e lodarne un aspetto troppo poco citato: la preveggenza storica. Lungimiranza che si denota sia dall’aver anticipato già secoli prima di Cristo dibattiti che oggi sono tutt’altro che risolti, in secondo luogo la perspicacia nel profetizzare la spettacolarizzazione di una civiltà, anch’essa, prigioniera di se stessa.


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