Padre Pio da morto viaggia assai

Marcello Veneziani


Padre Pio da morto viaggia assai


Padre Pio ha una vita molto più movimentata da morto che da vivo.


Non bastava la traslazione dalla vecchia alla nuova chiesa di Renzo Piano in San Giovanni Rotondo, l’antica tensione con Pietrelcina che ne reclamava il soggiorno e almeno una reliquia, poi la traslazione a Roma per rianimare il giubileo speciale inventato da Papa Bergoglio; ora la salma del Santo torna, a furor di popolo, nella vecchia chiesa in cui fu sepolto tanti anni fa; ma solo per pochi mesi, per poi rientrare nella cripta attuale.


L’irrequietezza non è del santo, naturalmente, che risplende nella raggiante beatitudine dei santi, anche se è spesso tirato per il saio a occuparsi delle cose del mondo.


Ma è dovuta alle vedute e alle esigenze diverse, di frati, devoti, papi, gerarchie, impresari.


E anche al fatto che il Grande Architetto, Renzo Piano, non aveva previsto le avverse condizioni atmosferiche e il fatto che la rampa d’accesso a quella specie di palestra o chalet di montagna che è la nuova chiesa dedicata al santo, potesse ghiacciarsi d’inverno e congelare o far scivolare i devoti.


Che rischiavano di tornare miracolati a rovescio non dal santo ma dall’architetto.


Ma la vicenda della sua traslazione a me sembra una giusta ribellione del Santo alla tomba d’oro in cui l’avevano incarcerato. Padre Pio aveva già compiuto un miracolo a dispetto, e a sue spese.


Da quando l’imbottirono d’oro nella tomba faraonica, crollò il pellegrinaggio dei devoti. Stimmate di rabbia e di dolore avranno ripreso a sanguinare al burbero e schivo frate cappuccino. Iatavenne, avrà detto nel suo ruvido gergo terrone.


Padre Pio era a disagio in quella cripta d’oro che sembra il caveau della banca mondiale, circondata da un business osceno, un’ottantina d’alberghi ormai vuoti, una marea di statue kitsch diffuse ovunque a sud, pompe di benzina incluse, più pile di superstiziosi gadget ormai invenduti.


A San Giovanni Rotondo l’oro di Padre Pio è crollato in borsa. La gente preferiva visitare il vecchio sepolcro vuoto piuttosto che quella cripta da Paperone grande quanto una ventina di appartamenti. Per carità, ha ragione il mio amico Frate Antonio Belpiede, portavoce dei frati cappuccini, che l’oro ha sempre gremito le chiese e i culti, era il segno lucente della gloria divina.


Ma nella Chiesa fatta da Renzo Piano non si respira il sacro, non si avverte il santo, non c’è spiritualità e religione. Non a caso, quando ci andai vidi gente parlare al telefonino davanti all’altare, vizio che non ti insorge quando sei dentro una chiesa vera.


Ma siccome spiegò il Grande Architetto che lui quando progetta un edificio non pensa al suo uso, se sacro o profano, e quindi può essere un palazzo dei congressi, un teatro per concerti, una chiesa o una palestra non fa differenza, in quella Chiesa non si avverte l’aura del sacro né la presenza del santo.


Un francescano medievale come Padre Pio non può finire in una roba asettica da Manhattan o nella riserva aurea di Fort Knox. Così Padre Pio è scappato dalla sua tomba relais, disperdendo i suoi fedeli, in attesa di tornare il 26 novmbre prossimo in una residenza più confacente a lui e al suo saio.


L’aspetto grottesco è che la sua salma dovrebbe soggiornare lì solo d’inverno e poi rientrare nella cripta in primavera.


L’unico morto con doppia residenza tombale, un fenomeno coatto e riduttivo di bilocazione per un santo che aveva il dono dell’ubiquità. Nell’attesa, andatelo a cercare nelle campagne dell’entroterronia e nei silenzi assolati del sud, tra i poveri e nei ricoveri, nelle chiese agresti e nelle cattedrali antiche, nei corpi malati, nei cuori devoti e nei cieli gloriosi.


Non lì, nella cripta d’oro. Non prendete la fede per il loculo.


MV, Il Tempo 21 ottobre 2017


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