Oro, Catalogna, Balcani e Siria: tutti i silenziosi messaggi della Russia. Che converrebbe ascoltare

Di Mauro Bottarelli , il 3 ottobre 2017

Oro, Catalogna, Balcani e Siria: tutti i silenziosi messaggi della Russia. Che converrebbe ascoltare




Scuserete la divagazione iniziale sul tema dell’articolo ma ne vale la pena. Alcuni sviluppi sul caso Las Vegas. Il primo fa riferimento al piccolo dubbio che ho avanzato nel mio articolo di stamattina: Stephen Paddock, l’autore della strage, aveva con sé al Mandalay Bay Hotel qualcosa come 23 tra fucili e pistole contenuti in 10 valige. Nessuno si è accorto di nulla, nemmeno un sospetto. Questo nonostante l’uomo fosse arrivato in albergo giovedì, tre giorni prima della strage. Se volete avere certezze di privacy, in caso di scappatella, andate lì: magari vi costerà un pochino il viaggio ma ne vale la pena.


Secondo, una testata giornalistica non certo dotata di grandi mezzi ed entrature come il “Boston 25” ha violato a sua volta la segretezza della stanza dell’uomo, posta sotto sequestro e ha reso note le prime immagini, come ci mostra il profilo Twitter della reporter



che ha beffato uno stuolo di poliziotti e federali. Anche in questo caso, premio Clouseau in arrivo. Terzo, a due armi semi-automatiche, Paddock ha applicato due “bump-stock”, dei dispositivi che le hanno trasformate, di fatto, in delle mitragliatrici capaci di sparare proiettili a nastro, quasi a velocità ciclica. Il bump-stock sostituisce il resto della spalla dell’arma con un “sostegno” che copre l’apertura del grilletto. In pratica, tenendo l’impugnatura del fucile con una mano e spingendo con l’altra in avanti sulla canna, il dito del tiratore entra in contatto con il grilletto. In questo modo, mentre il fucile si muove avanti e indietro, è in grado di sparare tra i 400 e gli 800 colpi al minuto. Un escamotage che permette di aggirare la legge: il “bump-stock”, infatti, si può acquistare in tutto il Paese per pochi dollari.


Ecco spiegato il numero di vittime. Resta da spiegare la perizia nell’uso di armi e congegni simili acquisita in così breve tempo da un uomo che aveva soltanto la licenza di caccia e pesca in Alaska. Chissà.



Stop alla digressione. Ma restiamo in tema di America, perché oggi il nuovo ambasciatore statunitense in Russia, Jon Huntsman, ha presentato le sue credenziali a Vladimir Putin durante una cerimonia nella sala di Alessandro al Cremlino. Huntsman, che assume l’incarico in un momento di massima tensione tra Mosca e Washington, è stato governatore dello Utah, ambasciatore americano a Singapore e in Cina, mentre nel 2012 si è candidato alla presidenza USA, partecipando alle primarie dei Repubblicani.


Huntsman ha avuto un rapporto altalenante con Trump durante la campagna presidenziale dello scorso anno, in cui la Russia è stata accusata di aver favorito il candidato repubblicano a discapito di Hillary Clinton con una serie di attacchi hacker. Quando a ottobre uscì una registrazione audio risalente al 2005, in cui Trump faceva dei commenti sessisti sulle donne, Huntsman invitò infatti il miliardario a ritirarsi dalla corsa alla Casa Bianca.



Il nuovo ambasciatore americano avrà inoltre a disposizione uno staff ridotto, visto che nel braccio di ferro tra Mosca e Washington, il Cremlino ha espulso 755 tra dipendenti e diplomatici del Dipartimento di Stato e gli Usa possono ora contare al massimo su 455 diplomatici nelle loro rappresentanze in Russia, cioé esattamente quanti ne ha il Cremlino fra ambasciata e consolati americani. Durante la cerimonia, Putin ha porto le sue condoglianze proprio per le vittime della strage di Las Vegas ma ha anche sottolineato che le relazioni tra Russia e Usa non sono soddisfacenti. Insomma, ora c’è un referente diretto ma il suo profilo non appare affatto quello di un uomo di prima fascia, stante il livello di tensione in atto. Più che altro, un guastatore. Se non una mina vagante.


L’ideale per chi vuole tenersi nel taschino qualche sorpresa da tirar fuori al momento adatto. E la relativa freddezza dimostrata da Putin nel corso della cerimonia ha confermato la sensazione, quasi si desse per scontata la mossa. e si fosse ormai pronti a uno showdown.



Già, perché i segnali russofobi che sono giunti dagli USA negli ultimi tempi parlano chiaro. E Mosca, dal canto suo, ha reagito con i numeri. Sempre più scomodi. Il ministero della Difesa, infatti, ieri ha reso noto che nei raid aerei compiuti in Siria tra il 19 e il 29 settembe scorsi, sono stati uccisi 2.359 militanti di Daesh e altri 2700 sono stati feriti.


Tra questi, 16 comandanti sul campo e 400 cittadini provenienti dall’ex Unione Sovietica: “Le organizzazioni terroristiche come l’Isis o Al-Nusra hanno subito le peggiori perdite da mesi a questa parte. Grazie all’intervento delle forze russe, sono stati notevolmente indeboliti nell’organico”, recitava il comunicato del ministero. Il quale è stato come al solito chirurgico nei particolari: negli 11 giorni di raid, sono stati colpiti 67 avamposti, 51 mezzi corazzati, 27 tank, 21 lanciarazzi e circa 200 mezzi blindati degli islamisti.


https://www.youtube.com/watch?v=7QxUGIThsvU


“Con l’aiuto dell’esercito russo, le forze siriane hanno completato l’accerchiamento e la distruzione di un’ampia area dello Stato islamico a Deir ez-Zor, nella quale operavano circa 1.500 miliziani penetrati dall’Iraq”, scriveva ancora il ministero della Difesa. Insomma, la risposta al palese sostegno delle forze speciale USA nell’area in questione è arrivata, corredata di numeri e video. La morte del generale Asapov è una ferita che Mosca non intende far cicatrizzare senza che qualcuno ne paghi il conto e questa offensiva quasi senza precedenti appare un segnale chiaro: la Siria non si tocca, Assad non si tocca e, soprattutto, possiamo svelare il vostro doppiogioco al mondo in qualsiasi istante. Con video, foto e droni. Non con le chiacchiere.


https://www.youtube.com/watch?v=Of4xsvSqKfw


E a proposito di giochi geopolitici pericolosi, ecco che sempre da Mosca è arrivata un altro siluro oggi. “I responsabili della disgregazione della Jugoslavia e quelli che hanno riconosciuto la dichiarazione unilaterale d’indipendenza del Kosovo hanno forse capito di aver aperto un vaso di Pandora che ora sarà estremamente difficile chiudere”, ha dichiarato,, a proposito della vicenda catalana, Konstantin Kosaciov, presidente della Commissione esteri del Consiglio della Federazione, la Camera alta del parlamento russo. Citato dai media serbi, l’esponente politico russo ha detto al tempo stesso di ritenere che la Catalogna, dopo il referendum sull’indipendenza, resterà comunque all’interno della Spagna, ottenendo un più alto grado di autonomia.




La Russia non riconosce l’indipendenza proclamata dal Kosovo il 17 febbraio 2008 e sostiene la sovranità e l’integrità territoriale della Serbia, analogamente alla Cina (anch’essa membro permanente del consiglio di sicurezza ONU) e a cinque dei 28 paesi membri della UE (Spagna, Grecia, Romania, Cipro e Slovacchia). Lunedì il presidente serbo, Aleksandar Vucic, ha accusato proprio la UE di “ipocrisia e di doppi standard sul diritto internazionale” con la sua posizione, a detta della quale Kosovo e Catalogna sono casi non paragonabili.


E cosa ha fatto oggi Mosca proprio nei confronti della Serbia, tanto per far capire a chi di dover che l’arietta frizzante di destabilizzazione colorata che tira sui Balcani non troverà spifferi per passare (soprattutto dopo la difesa a spada tratta di George Soros fatta dal Financial Times lunedì)? Ha consegnato i primi due dei sei MIG-29 promessi all’esercito serbo e che verranno consegnati gratis, mentre gli altri quattro dovrebbero arrivare tra questo fine settimana e l’inizio della prossima.




“Siamo fieri di confermare che la nostra aviazione sta ottenendo nuovo equipaggiamento per la prima volta dal 1987, siamo felici di poter rendere il nostro esercito più potente, ben organizzato e attrezzato”, ha dichiarato il ministro della Difesa serbo, Aleksandar Vulin. “I jet russi sono un contributo significativo alla difesa della Serbia”, ha continuato il capo delle forze aeree, generale Ranko Zivak. Inoltre, Mosca consegnerà a Belgrado anche 30 tank e 30 veicoli blindati, anche questi gratuitamente: “Continueremo a preservare la nostra libertà e indipendenza”, ha dichiarato il presidente serbo, Aleksandar Vucic, in un chiaro segnale alla NATO e alla sua campagna di reclutamento nei Balcani. Proprio in questo periodo, infatti, la vicina Croazia, membro dell’Alleanza, sta dando vita a una sorta di gara per l’acquisto di nuovi jet da guerra per rimpiazzare i vecchi MIG-21 e tra i contendenti ci sono i Saab JAS-39 Gripen svedesi e la versione israeliani dell’F-16 della Lockheed Martin.



Infine, poi, c’è questo:






ovvero, il fatto che in un mondo dove la de-dollarizzazione latente e sottotraccia continua ogni giorno di più, la Banca centrale russa ha più che raddoppiato le sue detenzioni di oro fisico, portando la percentuale di possesso di Mosca all’interno della riserve mondiale al massimo dei 17 anni di potere di Vladimir Putin, stando a dati del World Gold Council. Parliamo di un tasso di crescita di circa il 15%, mentre soltanto nel secondo trimestre di quest’anno il dato è stato del 38% di tutto l’oro comprato da Banche centrali globali. Questo ha concesso alla Banca centrale russa di continuare a far crescere le sue riserve, astenendosi dall’acquisto di valuta estera per più d due anni e in barba alle sanzioni.


Avanti di questo passo fino a fine anno, saranno pareggiati gli acquisti di 2015 e 2016, circa 200 tonnellate l’anno. E con la Cina primo detentore e partner di Mosca nel tentativo di affrancare il mondo dal dominio benchmark del dollaro, questa silenziosa rivoluzione gold-backed di Mosca dovrebbe far riflettere. Esattamente come gli altri segnali silenziosi giunti in questi giorni. Mosse da scacchi su un tavolo da poker.


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