HITLER FUGGE PER NON PREMIARE IL NERO ALLE OLIMPIADI: FALSO!

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HITLER FUGGE PER NON PREMIARE IL NERO ALLE OLIMPIADI: FALSO!


Visto che si parla di televisione; e, per giunta, di un collegamento con la redazione sportiva. In uno dei rapidi zapping da una rete all’altra che costituiscono la mia dose (omeopatica) giornaliera, capito – con grosso fastidio, lo confesso – su un classico, mille e mille volte ripetuto, nel mondo intero.


Il classico, cioè, di un Adolf Hitler che se ne va furioso dall’Olympiastadion di Berlino dopo la quarta vittoria di Jesse Owens.


Costui, come tutti sanno, era il “povero negro” americano che, nei Giochi estivi del 1936 organizzati dalla Germania, vinse addirittura quattro medaglie d’oro per l’atletica leggera. Il 4 agosto, nella tribuna d’onore era presente il Fuehrer stesso per assistere alla sfida di Owens contro il tedesco Luz Long, campione del mondo in carica per il salto in lungo.


Ancora una volta, vinse il nero. E qui comincia la lagna – detta in radio o in tv o scritta su giornali e libri da infiniti giornalisti, generazione dopo generazione, con tono di sdegno edificante -la lagna di chi ha bisogno sempre e comunque del cattivo contro il buono, delle tenebre contro la luce. Indispettito dalla vittoria di quel “razzialmente inferiore” di Owens, Hitler si sarebbe alzato e se ne sarebbe andato subito dallo stadio, scuro in volto, per non assistere alla premiazione di un nero, vincitore per giunta per quattro volte nelle “sue” olimpiadi.


Lo stesso atleta narrò, nella sua autobiografia, come andarono realmente le cose e lo ha ripetuto molte volte in interviste, giungendo sino a protestare – vibratamente e onestamente – per amore di verità. Hitler – parola di Owens – non solo non se ne andò ma assistette, in piedi, alla consegna della medaglia d’oro all’afroamericano.


L’accusa di non avergli stretto la mano è strampalata, visto che il cerimoniale non lo prevedeva per alcun atleta.


Ha scritto testualmente Owens in quella sua biografia che dicevamo: «Dopo essere sceso dal podio del vincitore, passai davanti alla tribuna d’onore per rientrare negli spogliatoi. Il Cancelliere tedesco mi fissò, si alzò in piedi e mi salutò agitando la mano. lo feci altrettanto, rispondendo al saluto. Penso che giornalisti e scrittori mostrarono cattivo gusto inventando poi un’ostilità che non ci fu affatto».


Come si sa, Hitler commissionò alla più celebre regista del mondo, la sua prediletta Leni Riefenstahl, il film sui Giochi.


Ne nacque quell’Olympia che è considerato da tutti i critici, quale che sia il loro orientamento politico, un capolavoro non solo di propaganda ma anche di cinematografia.


Il Fuehrer teneva a tal punto a quella pellicola da dare consigli alla regista durante la lavorazione e da assistere addirittura al montaggio. Ebbene, non ebbe nulla da dire sul fatto che la Riefenstahl fece del negro Jesse Owens uno degli eroi centrali di Olympia, magnificando le sue quattro, splendide vittorie.


Non perderò tempo, ovviamente, per cautelarmi dal sospetto di volere difendere Hitler. Non mi sfiora una simile assurdità.


Sono, semplicemente, seccato dai luoghi comuni ripetuti dall’uno all’altro senza verifica; sono convinto che la verità vada detta, sempre e comunque e che la giustizia debba essere praticata, sempre e nei confronti di chiunque. Persino, quando è necessario, verso i terribili signori della Berlino del 1936.


Ma allora, in una simile prospettiva, la storia va raccontata tutta, stando pronti alle sorprese.


Successe, infatti, che la parte del razzista non la fece il Fuehrer ma, semmai, il presidente americano dell’epoca, quel Franklin Delano Roosvelt che è una delle icone del progressismo democratico, il vincitore del nazionalsocialismo esaltato da ogni “illuminato”.


AI ritorno negli Stati Uniti, infatti, il quadruplo trionfatore delle Olimpiadi fu accolto in trionfo, sfilò sotto la pioggia di strisce di carte, in piedi su un auto scoperta, sulla Quinta Strada di New York.


Tutti si attendevano che, com’era sempre successo anche per vittorie sportive meno clamorose, l’atleta sarebbe stato convocato alla Casa Bianca e decorato, o almeno complimentato, dal Presidente. Roosevelt, in realtà, era in campagna elettorale per la rielezione e, poiché i democratici come lui erano da sempre minoritari al Sud, ci teneva a non irritare quella parte dell’elettorato, ben poco entusiasta del fatto che un negro avesse stravinto a Berlino.


Così, dalla White House non venne alcun invito.


Come non mancò di sottolineare Owens, in realtà – almeno in quella occasione – i veri razzisti non furono i tedeschi ma gli americani: il loro capo, non quello dei nazisti, rifiutò di stringergli la mano. Rovesciando il luogo comune, in quel 1936, la parte del “cattivo” fu interpretata dal Presidente (democratico) degli Stati Uniti non dal Cancelliere (nazionalsocialista) del Terzo e – si spera – ultimo Reich.


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