“Sono nato a Bagnacavallo nell’Agosto del 1905 […] Ho bazzicato il ginnasio e il liceo, e sono sempre passato col sei; tutto quello che non so, l’ho imparato in quegli anni. La mia ignoranza è infinita”.


Così si presenta l’allora giovane ventiduenne Leopoldo Longanesi, in arte Leo. Quante cose è stato: giornalista, scrittore, direttore di giornali, editore… Ma anche pubblicitario, sceneggiatore, regista, caricaturista, aforista… Longanesi fu tutto, e il suo contrario: amante dell’ordine e dell’anarchia, moderno e antimoderno, borghese e antiborghese, fascista e antifascista.


Davanti alle accuse di appartenenza all’una o all’altra parte aveva argomentazioni e aneddoti convincenti per confermare o negare la versione che più gli garbava. Una sua massima descrive bene la sua natura altalenante: ”Eppure, è sempre vero anche il contrario”.


Figlio di un ufficiale e di una donna di ceppo garibaldino e socialista, è al nonno materno Leopoldo che vanno attribuite le fascinazioni anarchiche che caratterizzarono la sua vita, mentre quelle fasciste all’essere nato in Romagna. Il suo carattere è pieno di contraddizioni: melanconico, romantico, nostalgico, elegante… “Gettate il mio cuore in un bicchiere di rum”.


Ma anche duro, cinico, volgare, spietato, offensivo: “È morto Piero Gobetti e tutti piangono. Coccodrilli! […] La cultura, l’intelligenza, 24 anni, l’ospedale di Parigi…, ma chi se ne frega!… Che Iddio lo prenda in paradiso e basta!”. Oppure: “Trovarono il cadavere… e la signora Matteotti ci fece un figurone…”.


Si autodefiva “un carciofino sott’odio”, e sappiamo perché. Decisamente basso, furbo, avaro all’inverosimile, ha descritto i vizi della sua epoca a forza di caricature, tutte dipinte a mano. Perché, tra le altre cose, Longanesi fu anche pittore. Come descrivere allora Longanesi? Longanesi non va descritto, va dipinto, alla maniera stessa di Longanesi. Va ritratto con uno schizzo di matita, fotografato con un flash. Perché Longanesi fu soprattutto un grafico.


Un “flash” mostra il volto di Leo Longanesi


Scriveva a mano, mai a macchina. Disegnava personalmente i caratteri dei titoli dei giornali che avrebbe lui stesso impaginato. Il suo carattere preferito fu su tutti il Bodoni, e la S sinuosa, simile a una nave che solca ogni mare, la lettera prediletta. Frugava tra le botteghe piene di cianfrusaglie in cerca di parrucche, baffi finti, sottovesti… vecchia roba che avrebbe dovuto fungere da soggetto o da sfondo alla foto che aveva pensato per il prossimo articolo o copertina di giornale. Ed è questo che ne fa di lui un vero artigiano della cultura. Il suo segreto? La semplicità. Uno stile asciutto, immediato, tagliente lo contraddistingue: niente fronzoli e sbavature. La sua scrittura mira all’essenziale, coglie nel segno e sviscera il nucleo della realtà e, immancabilmente, centra l’obbiettivo


. Il minimo della sintesi per il massimo risultato. Il minimo sforzo del lettore per la sua massima soddisfazione. I suoi libri si leggono col fiato mozzo. Frase breve, punto e a capo. È la Tecnica di Longanesi che pare uscita dalla modernità dei tempi. Da vero imprenditore della cultura, fece sempre economia di parole.


L’ultima edizione de “La sua signora” di Leo Longanesi. L’opera, oggi presentata con la postfazione di Pietrangelo Buttafuoco, portava in origine il sottotitolo di “Taccuino”. Una serie di massime, appunti e aforismi, esempio dell’arte della sintesi longanesiana.


Noto soprattutto per le sue massime, per lui vale la definizione che Papini diede dell’aforisma: una verità detta in poche parole. La realtà era l’unica cosa che meritava di essere raccontata. Affacciato alla finestra del mondo, Leo osservava e giudicava. Con le sue caricature, le sue battute mordaci e i giudizi impertinenti sottolineò sempre i difetti altrui, mai i suoi: “Benedetteo Croce è perfetto come un orologio svizzero: non ritarda e non avanza”.


Lunatico e solitario, sempre tendente al cattivo umore e alla malinconia, Leo sghignazzava per non piangere. “Conservatore in un paese in cui non c’è niente da conservare”, fabbricò un gran surrogato italiano del grande stile borghese.


I romanzi non li scriveva. Farlo necessitava, inevitabilmente, di frasi banali. E lui voleva sorprendere. Scettico e cinico fino all’estremo, non bisognava mai credere ai suoi atti di fede: “Creda a me, non creda a nulla”. Per gli altri lavorava a tavola, regalando idee ai commensali; per se stesso lavorava di notte, cominciando disegni o libri che, nella maggior parte dei casi, non avrebbe finito. Longanesi funzionava per flash. L’idea scoccava come una scintilla, poi, finito il bagliore, annoiato e rabbuiato, lasciava perdere e passava ad altro. È per questo che ai posteri, delle sue opere, ha lasciato così poco. Quel che rimane sono per lo più disegni, brevi aforismi, memorie, appunti, ma nessun romanzo. Sono quasi tutte opere abbozzate, frammentarie, incompiute…


L’edizione digitale uscita per Longanesi editore nel febbraio 2017 di “Una vita”. Il racconto autobiografico narrato attraverso settantatré incisioni accompagnate da brevi didascalie. Nello stile di Longanesi.


Si ricordano i pamphlet di costume come Ci salveranno le vecchie zie? o Il destino à cambiato cavallo, diari e taccuini come Parliamo dell’elefante o La sua signora. Ma il suo genio risiede nelle opere costruite per immagini. La sua tecnica è sobria fino all’estremo: immagine e didascalia. Così ha composto I borghesi stanchi e, soprattutto, Il mondo cambia. 1900-1950 Storia di cinquant’anni. La sua parola diviene immagine. Ogni foto ritrae un momento cruciale per l’epoca: ne segna i costumi, le tendenze, le paure, i sogni e le illusioni. Opera troppo spesso ignorata, è il massimo esempio dell’arte della sintesi di cui fu maestro imbattuto. La storia del mondo in una serie di istantanee. Altro che storiografia pedante alla Benedetto Croce!




In piedi e seduti (1919-1943) è invece l’unica opera veramente organica e compiuta di Longanesi. L’Italia “in piedi!” (appello agli italiani di mussoliniana memoria) è quella fascista; l’Italia “seduta” quella repubblicana. Uscita vinta e sfinita dalla guerra, abbandonato ogni sogno di grandezza, l’Italia si accascia al suolo, cadendo sul popò. Chi voglia sapere cosa sentissero, sognassero e volessero gli italiani durante il fascismo vada a leggere quest’opera unica. In essa, sopravvive ancora lo Spirito del tempo passato. Però, ancora una volta, verso la fine del resoconto, si nota la tipica stanchezza dell’autore nel trattare oltre l’argomento. E taglia corto sugli ultimi anni del fascismo.


Un morto fra noi, è l’unico racconto, quasi un racconto; l’unico romanzo, quasi un romanzo. Longanesi lo scrisse per lasciare una testimonianza, affinché il fantasma di Mussolini gli lasciasse dormire sonni tranquilli. Il morto, neanche a dirlo, è il Duce, appeso per i piedi a Piazzale Loreto. E il suo cadavere, almeno per Leo, è decisamente ingombrante. L’opera – originalissima – è un capolavoro di riesumazione, un circumnavigare il cadavere calpestato dell’ex condottiero d’Italia.



Questo però è il Longanesi che fu, il ricordo che abbiamo di lui oggi. Proviamo a calarci nel suo tempo, raccontandolo al presente, in presa diretta. Almeno così potremo vederlo crescere (per quanto possibile, data la statura).


Giovanissimo, nel 1924 inizia a scrivere per “L’Assalto”, organo ufficiale della federazione fascista di Bologna. Poi inizia la collaborazione a “Il Selvaggio”, la rivista di Mino Maccari. La sintonia tra i due è immediata. Mino e Leo hanno il medesimo profilo: stessa predilezione per la satira, il disegno e le battute mordaci. Anche la loro ombra si congiunge. Entrambi bassi all’inverosimile, saranno noti come i due nani di Strapaese.


A ventun anni è già “direttore d’orchestra” e nel 1927 fonda “L’Italiano”. Poi, dieci anni più tardi, il nano della Romagna iscrive il proprio nome nella storia del giornalismo nostrano. È il 1937, nasce il primo rotocalco italiano: “Omnibus”, progenitore diretto di settimanali come “Il Mondo” e “L’Espresso”. Longanesi “l’ignorante”, fa scuola. Con “Omnibus” ogni fotografia diviene un articolo a sé, tutto si racconta nell’immagine. La linea del direttore è però ritenuta troppo sarcastica dalla stampa fascista.


Sempre sul filo del rasoio, la rivista rischia a ogni numero la soppressione. Ritenuta troppo scomoda per i fascisti ed eccessivamente ambigua dagli antifascisti, ha vita breve. Il pretesto per la chiusura arriva quando nel gennaio del 1939 Savinio scrive che Giacomo Leopardi (poeta intoccabile) era morto di cacarella a Napoli per aver ingerito gelati in alcune caffetterie poco pulite. Prefetto e federale della città partenopea protestano dal Duce.


E “Omnibus” viene chiuso una volta per tutte. Partirà allora in Libia come se andasse in villeggiatura, in compagnia del suo caro amico gerarca Italo Balbo, compagno di memorabili baldorie.


Leo Longanesi con Italo e Paolo Balbo


Nel 1943, in seguito alla caduta di Mussolini, Leo sfiora la regia con il suo film incompiuto Dieci minuti di vita. È la storia di inventore pazzo che mette una bomba a orologeria all’interno di un palazzo, opportunamente blindato per non far uscire nessuno. Avvisati i condomini che dieci minuti dopo avverrà il grande botto, toccherà a loro scegliere come trascorrere il tempo restante. L’unico episodio girato è quello dell’inquilino avaro che accumula provviste di nascosto dalla famiglia, da tempo tenuta a dieta per paura che ognuno mangi troppo. Che gli costi troppo. È l’ennesima critica alla borghesia piccola piccola, da sempre bersaglio prediletto di Longanesi. Il film, giudicato anarchico, fu la causa della sua fuga a Napoli, per paura di rappresaglie nere.


Fascisti e antifascisti lo vedono come un nemico. Longanesi, stretto tra due fuochi, sceglie la ritirata. Ecco foto e didascalia per l’occasione: Leo, preso tra un fuoco di artiglieria, si ripara dietro a un muro mezzo diroccato.


Alza lo sguardo e vede una scritta che ancora regge: “Mussolini ha sempre ragione”. Era un suo vecchio motto. Rischiò così di morire sotto l’omaggio all’uomo che causò quella guerra, causa a sua volta della probabile ed imminente morte del suo autore, che invece la sfangò.


Disegno e didascalia di Leo Longanesi tratto dall’autobiografia “Una vita”


Il 1946 è un anno importante, si trasferisce a Milano e fonda la sua casa editrice: la Longanesi & C. Accuratezza ed eleganza grafica, oltre ad una serie di autori scelti, saranno i caratteri distintivi dell’editore, il cui catalogo rispecchia la cultura eclettica del suo fondatore.


Dopo essersi fatto una cultura nessuno sa come, col suo intuito strabiliante “fiutava” un buon libro fin dalle prime pagine e un buon articolo dalle prime righe. Capiva come proporlo al pubblico senza continuare nella lettura; Longanesi sapeva anche quello che non sapeva. Un aneddoto raccontato da Indro Montanelli spiega bene la cosa: Alberto Moravia porta un suo articolo in redazione, lanciando in malo modo il manoscritto sul tavolo, come gli era solito fare. Inseguito dagli insulti del direttore, abbandona la stanza. Longanesi, senza nemmeno leggere il pezzo, si rivolge a Montanelli e dice: “Prendi il primo capoverso e portalo in fondo. Moravia è come le stoffe inglesi: il rovescio è meglio del dritto”.


Montanelli, dopo alcune titubanze e inefficaci proteste, portò in fondo il primo capoverso come aveva detto Leo. Il pezzo filava dritto meglio di prima. Questo è il lato rabdomantico di Longanesi. Ed è questo che ne fa di diritto un genio italiano. Come disse il buon vecchio Indro: “Un talent-scout come quello non si vedrà mai più. Fu uno scopritore e un suscitatore di talenti. C’è gente che ha scritto bene soltanto sotto la bacchetta di Longanesi”.


Indro Montanelli, in una famosa immagine, batte a macchina


Tra i suoi giovani allievi maltrattati, ricordiamo – oltre dei già citati Montanelli e Moravia – alcuni nomi: giornalisti come Mario Pannunzio, Arrigo Benedetti, Giovanni Ansaldo, Henry Furst e Piero Buscaroli; oppure scrittori come Mario Soldati, Ennio Flaiano, Dino Buzzati, Vitaliano Brancati e Alberto Savinio. Ricorda sempre Montanelli: “Gli elogi di Longanesi erano rari. Ma quando arrivavano…facevan piacere a tutti eh!”.


Ne dobbiamo dedurre che la frusta, ogni tanto, fa bene: indurisce la pelle. Poi, nel 1950, l’ultima gloria. Fonda il settimanale “Il Borghese”. Una tale rivista, così raffinata, intelligente e politicamente scorretta, non si vedrà mai più. Tra i suoi collaboratori, Giuseppe Prezzolini, il fondatore de “La Voce”, ventidue anni più vecchio di lui.


Una delle tanti copertine del “Borghese” disegnate da Longanesi


Torniamo ora al nostro tempo, il tempo per un bilancio. E, prima della fine, guardiamo indietro e chiediamoci allora cosa fu Leo Longanesi? Fu un italiano scomodo, un bastiancontrario a cui piaceva stare sempre dalla parte del torto. La sua genialità, inafferrabile.


Per lui vale il giudizio che Hemingway diede di Fitzgerald: “Il suo talento era naturale come il disegno tracciato dalla polvere sulle ali di una farfalla”.


Ma si sa, le farfalle durano poco. Volano quel poco tempo necessario a lasciare tutti stupiti con il naso all’insù. E poi, il battito delle loro ali si ferma, insieme a quello del loro cuore. E allora un ultimo flash. Un’ultima immagine e didascalia: Leo Longanesi colto da un infarto nel suo studio. Con la mano sul petto, si accascia al suolo e pronuncia le ultime parole: “Proprio come avevo sempre sperato: alla svelta e tra le mie vecchie cose”. Era il 27 settembre del 1957. Aveva cinquantadue anni… Anche al funerale regnò la sobrietà: poche persone. Al cimitero, né cerimonie né discorsi.


Solo la piccola Virginia, mentre la bara di suo padre cala nella tomba, mormora: “E dire che gli orfani mi erano sempre stati così antipatici…”. Una frase che a Leo sarebbe piaciuta moltissimo.


Morì prematuramente, come gli animali rari, belli e delicati. Ed è questo a farne di lui una creatura quasi mitologica. È lui, Longanesi, il vero “morto fra noi”. Un cadavere poco ingombrante, data la statura. Gli facciamo spazio volentieri. Che si piazzi lì, in un cantuccio tutto suo, che è anche il nostro. Leo Longanesi, bonsai della cultura italiana, da annaffiare con le nostre lacrime di rimpianto. Non ce ne è stato e non ce ne sarà concesso un secondo. Un personaggio straordinario ed irripetibile. Un unicum nella storia del giornalismo italiano.


Leo Longanesi ritratto da Mario Damiani per la rivista “Il Bestiario degli italiani”