Il cammino come ritorno

Marcello Veneziani

Il cammino come ritorno


Nel Cortile di Francesco ad Assisi si sta svolgendo il dialogo dedicato al cammino. Tanti gli ospiti, tra ministri ed ex, filosofi, religiosi. Quasi tutti orientati in un senso. A differenza di Marcello Veneziani che interviene stamattina.


Per parlarvi del cammino preferisco partire non da una riflessione ma da un’esperienza di vita che risale a un settembre di qualche anno fa. Mio figlio un giorno annunciò che sarebbe partito per il Cammino di Santiago de Compostela.


Cosa spinge un ragazzo con i capelli a treccine a partir da solo a piedi per Santiago, camminare trentatré chilometri al giorno e arrivare dopo trentatré giorni di cammino, alla meta? Non è un devoto o un praticante, si barricava in casa a suonare o a leggere poeti maledetti e scrittori on the road.


Viveva sregolatamente, confondendo, come faceva da lattante, il giorno con la notte; ha patito la vita e i suoi rovesci con la fragile ipersensibilità dei suoi coetanei. Annunciò di partire e all’inizio parve un’intenzione vaga e improbabile, una di quelle cose che si dicono un giorno e poi non si fanno.


Ti abitui al guscio di comodità e di malinconie e alla fine ci rinunci. Un mese col cielo per soffitto, nessuno a fianco, nove ore al giorno di cammino, ma chi te lo fa fare.


E invece un giorno di settembre come questo, il ragazzo si è svegliato prima dell’alba, alla stessa ora in cui nacque, tenne a dire, ed è partito per la sua seconda nascita; zaino in spalla dai Pirenei a Burgos, a Leon, in Galizia, fino al Santuario.


Una crociata verso ignoti. Magari un tempo ironizzava sui pellegrinaggi dei nonni a San Michele a Monte sant’Angelo, alla Madonna di Pompei, da Padre Pio.


Ha capito che le cose veramente necessarie sono inutili ed è andato in cerca del suo cielo. E ha rifatto pace con la luce del mattino, i risvegli e i cammini. Sono in tanti in quel cammino a non partire con la fede in tasca, poi qualcuno via via si ricrede, altri no, restano podisti di questa ginnastica celeste.


Le vie dello spirito sono infinite e si percorrono a piedi. E nell’ultimo tratto si prosegue solo a piedi. Un milione di passi per ritrovarsi. Più s’allontana più lo senti vicino.


Bentornato, figlio mio. Ecco un esempio su strada del cammino come ritorno.


Scrivendo su San Francesco e il cammino Massimo Cacciari ha sostenuto che “chi va da solo va col diavolo” e che la meta di Francesco non è Santiago ma la ferita aperta di chi chiama, ha bisogno.


Ma i più grandi itinerari della mente in Dio, per citare il francescano e agostiniano San Bonaventura, sono avvenuti in solitudine; i monaci, gli eremiti che scelsero la solitudine, lo stesso Francesco, incontrarono gli angeli e si aprirono a Dio, non certo al diavolo.

Ci sono due forme di cammino nel segno di Cristo: il cammino come ascesi e il cammino come carità.


Si può ridurre la via spirituale a cura per l’altro, la dedizione e il sacrificio a solidarietà e altruismo? Non capiremmo i mistici, gli asceti, i monaci, i santi, i teologi che dedicarono la loro vita e la loro mente a Dio. Anche Francesco non è un santo che ha camminato per prestare cura e soccorso a chi ha bisogno, cercava Dio, la redenzione, non la giustizia sociale.


Nei versi che Dante dedicò a Francesco nell’XI canto del Paradiso trovate il senso del suo amore per la Povertà: una via, un cammino per spogliarsi dei beni del mondo e offrirsi nudi a Cristo.


Il pauperismo solidale, la giustizia sociale, la lotta e la rivolta sono una lettura postuma, moderna, secolare e parziale del cammino di Francesco. Non si può ridurre il messaggio mistico e spirituale a messaggio sociale e umanitario.


Francesco cammina incontro a Dio e la sua vita, come quella di chi incontra sul suo cammino, è solo una tappa, una stazione, un annuncio di Cristo, non è la meta. Il suo cammino non ha come meta né l’io né tu, ambedue mortali, ma Dio. Non i fratelli ma il Padre.

In Homo Viator Gabriel Marcel scrisse che esistere significa essere in cammino.


Ma il cammino è rivolto a una meta o è fine in sé? E la meta è situata in un luogo o oltre i luoghi, è nella vita terrena o nella vita eterna, è nell’incontro con gli altri o col mistero della vita e della morte, e infine col mistero dell’Essere?


E infine: il cammino genera l’homo novus o una seconda nascita, una ri-nascita che riporta alle origini?


Diciamo anzitutto che il cammino di cui stiamo parlando non è l’avventura con le “suole al vento” di Rimbaud, non è l’errare senza meta, il passeggiare di Walser o di Kierkegaard, l’andare a zonzo per curiosità di conoscere, non è l’on the road di Kerouac o l’arte del flaneur di Baudelaire e di Benjamin, che sono semmai annunci di un cammino che sorge da una motivazione radicale.


Quel cammino che mette in gioco se stessi, fino a liberarci dalla gabbia dell’ego e proiettarci non solo oltre il nostro particulare, ma anche oltre la condizione umana. Ci fa andare per il mondo ma ci allontana dalla mondanità.


È, sì, un’inquietudine a spingerci ma non è pura irrequietezza, alla Chatwin per intenderci; è una tensione rivolta a una meta che darà senso alla vita, al cammino terreno. Il pre-requisito di quel camminare è liberarsi del superfluo e da ogni legame coi beni caduchi; rendere essenziale il bagaglio.


Nel cammino si va incontro al mondo e non, come avviene grazie alla tecnologia e alla rete, fare che il mondo venga da noi, sul video; o viaggiare stando fermi come accade coi mezzi di trasporto. Camminare è mobilitarsi nel corpo e nell’anima, negli occhi e nei piedi.

Se l’uomo intravisto dal cieco di Betsaida è un albero che cammina, come scrive Marco nel Vangelo, le sue radici sono interiori e i suoi frutti sono ulteriori.


Ma alla fine, ogni viaggio è circolare.


La motivazione che ci mosse si congiunge con la meta, il cammino coincide con l’approdo. Nascere in cammino è in realtà tornare all’origine; la ricerca del nuovo si rivela nostalgia dell’Inizio. C’è una scritta luminosa che appare nei voli per l’America Latina: tiempo para el destino.


A leggerla testualmente vuol dire semplicemente il tempo che resta per arrivare a destinazione. Ma a leggerla con altri occhi indica il senso compiuto di una vita: vivere è il tempo che ci separa dal destino. Il tempo trascorso nel cammino e lo spazio percorso nel cammino portano a compimento il nostro destino, ciò a cui siamo destinati.


Perciò vale alla fine quel che scrive Novalis in Enrico di Ofterdingen: “Dove stiamo andando? Sempre verso casa”. Il cammino è da casa a Casa, dall’uno all’Uno, tramite il mondo e gli altri, ma rivolto a un’Origine che va oltre l’io, l’altro, il mondo. O per dirla con San Francesco tramite il creato e le creature verso il Creatore.


Il cammino ha molti esiti ma uno prevale su tutti: è il ritorno a Casa, laddove partimmo. Quell’andare, alla fine è un tornare. Il cammino è un ritorno.


MV, Il Tempo 16 settembre 2017


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