IL 'CREDO' DI BERGOGLIO. UN REFERTO CLINICO? PARTE II

Maurizio Blondet

IL “CREDO” DI BERGOGLIO. UN REFERTO CLINICO? PARTE II


Mancanza di empatia


Uno di questi  ex gesuiti  è Miguel Ignacio Mom Debussy, 67 anni, ex gesuita, che ha praticamente convissuto con lui per  11 anni:  “E’  stato  il mio superiore diretto, prima come maestro dei novizi, poi come Provinciale dei gesuiti in Argentina e successivamente come rettore del Colegio Máximo di San Miguel… Bergoglio era  molto manipolatore, manipolava le persone, sia seducendole, che minacciandole o punendole, in forma sottile o molto direttamente. Voleva controllare le persone secondo la sua convenienza o per cercare di cooptarle sulla sua linea di pensiero e di azione pastorale e aveva una evidente sete di potere. Per questo dissi in un’occasione “che aveva tratti psicopatici”.


Sulla sua mancanza di empatia, anzi  insensibilità  patologica,  sono a decine gli episodi.


Nella vulgata adulatoria, Bergoglio si sarebbe prodigato presso la giunta militare,rischiando di suo,  per far liberare due gesuiti che erano stati presi a rischiavano di finire desapareciti. Ma uno di loro, Orlando Yorio  (è morto nel 2000)  durante il proceso a la Junta (luglio 1985) ha dichiarato:


«Non ho indizi che Bergoglio ci abbia fatto liberare, anzi. Informò i miei fratelli che ero stato fucilato – non so se lo disse come cosa possibile o certa – perché preparassero mia madre”.


Insensibilità disumana. Confermata da Mom Debussy, che si trovava nello studio provinciale di Bergoglio quando Yorio, il confratello  che era appena stato liberato dai militari della Marina (che lo avevano torturato) chiamò Bergoglio.  “Stavo parlando con lui quando ricevette la telefonata  – ha rievocato l’ex gesuita –   e ascoltai le risposte taglienti e in tono irritato che dava al suo interlocutore – io in quel momento ignoravo chi fosse – in una conversazione che non durò nemmeno un minuto. Quando terminò, mi disse infastidito: «[Era] Yorio, lo hanno rilasciato dall’Esma.   “È fatta”, aggiunse, “che non mi dia più fastidio, che si arrangi”. E continuò, molto tranquillamente: “Di cosa stavamo parlando?”.


Parlava così di un confratello che era stato torturato e, spaventato, appena uscito dal carcere, gli chiedeva aiuto al telefono.


“Rispetto a padre Yorio e a padre Jálics  [l’altro arrestato],  so   direttamente e  personalmente che Bergoglio li discreditava pubblicamente e continuamente tra di noi;  ma lo faceva anche con altri gesuiti che si rifiutavano di seguire la sua linea pastorale o la mettevano in discussione”.


Anche questo è un tratto tipico e costante del disturbo mentale, descritto nei manuali diagnostici.  Invece di aver compassione delle persone in stato di debolezza,  che hanno bisogno di aiuto,   il narcisista patologico  le maltratta perché le sente invalidanti, dei  pesi morti,  ostacoli al raggiungimento dei  suoi obiettivi.


Inoltre: “Per i suoi scopi fa sentire gli altri confusi, colpevoli o sbagliati.  Cerca  di  ottenere la fiducia degli altri per raccogliere informazioni sudi loro    .Usa le informazioni personali raccolte per infastidire , ferire o manipolare gli altri.
“Non  ha paura di far male agli altri, né rimpianti. “.


Inoltre, “Gode nel vedere che il suo umore ha effetto sugli altri e che può rendere di cattivo umore gli altri”.  Ciascuno dei collaboratori di Francesco  può giudicare meglio di noi  questo tratto.


Il sindaco Ignazio Marino, una delle persone che Francesco ha umiliato pubblicamente.
Noi  possiamo cercare solo nel suo passato. Perché lì  i manuali diagnostici consigliano di guardare.  La persona “dà l’impressione che abbia tagliato i ponti con le persone del loro passato? Ha una lista di “persone cattive” che disprezza?”.


Il taglio dei ponti  nel passato di Bergoglio è gigantesco:  ha tagliato nientemeno che con l’ordine dei gesuiti di cui fa parte. “Il  suo passato  come provinciale di Argentina fa  sì che molti non lo amino”, riconosce persino la sua biografa ed adulatrice ufficiale, la giornalista Elisabetta Piqué:  al  punto che “quando veniva a Roma come vescovo, non lo invitano ad alloggiare nella casa generalizia di Borgo Santo Spirito”.  Che vada a dormire all’Hotel Santa Marta.


Come mai, l’abbiamo visto:  ha “messo ordine”  nella Compagnia  frantumandola. Quando Arrupe (il generale) lo fa  provinciale di Argentina, “Bergoglio è molto giovane e affronta con polso fermo la su prima sfida di governo; sicuramente commette errori”.  Lui stesso ha ammesso a Civiltà Cattolica: “Il mio modo autoritario e rapido di prendere decisioni mi ha portato ad aver problemi seri, mi ha  creato l’accusa di essere un superconservatore”.  Non solo: “lo accusarono di vendere  varie proprietà della Compagnia che si trovava in immensi problemi finanziari”, scrive la Piqué. 


Precisa Ignacio Mom Debussy:  “in una riunione interna, successiva al provincialato di Bergoglio, era stata accertata la mancanza di circa 6 milioni di dollari che dovevano essere registrati sui libri contabili e invece non ve ne era nessuna traccia”.


Attenzione: non   se  li è certo intascati, il provinciale. Non è disonesto  nel senso consueto del termine. E’ che una personalità che ha un’idea grandiosa di sé si sente rimpicciolita   se obbligata al compito modesto di tenere libri  contabili. Un narcisista patologico, leggo nel manuale diagnostico, “ Pensa che rispettare regole e leggi lo rendano ordinario e sotto controllo”. 


E d’altra parte,  i manuali mettono in guardia:  colui che è affetto da questa psicopatia “Può mentire, rubare o falsificare informazioni a discapito di qualche ente.  Può sabotare, nascondere o danneggiare proprietà dei  propri  partner in modo da non poter  loro  permettere di fare qualcosa”.


Bergoglio  ha dal suo passato “una lista di persone ‘cattive’ che disprezza”?  Ai tempi della sua elezione, i giornali argentini hanno pubblicato liste di  vescovi  argentini “cattivi”  con cui s’era scontrato per motivi ideologici,   di cui – giurava   la stampa – Bergoglio si sarebbe vendicato. E così è stato: rimozioni e dimissioni. La biografa-violinista Piqué ha colto dalla viva  voce del suo eroe altre  “persone cattive”  in Vaticano: “Un gruppo che cominciò a fargli la guerra a Roma accusandolo di eterodossia”. 


Il segretario di Stato Angelo Sodano, il nunzio a Buenos Aires Adriano Bernardini, l’ambasciatore argentino presso la Santa Sede Esteban Caselli, tutti ce l’hanno con lui: perché sono “conservatori” mentre lui è “progressista” (da provinciale, però, era stra-conservatore…). In realtà,  si capisce che   queste personalità hanno cercato di frenarne l’irresistibile ascesa, perché ne avevano subodorato la pericolosità  e  la sete di potere.  Nelle  biografie adulatorie (scritte, come vedremo, sotto la sua dettatura) si parla di “una martellante “campagna di discredito” contro Bergoglio, che trovò sensibile a Roma lo stesso preposito generale della Compagnia di Gesù, all’epoca l’olandese Peter Hans Kolvenbach”,  come se fosse inspiegabile e  ingiustificata.


Fatto sta che dalla  carica di provinciale superiore dell’Argentina che ha coperto dal 1973  al ’79  –  e che secondo i suoi biografi era tutto sommato un successo (“un boom di vocazioni”, giunge a scrivere la Piqué),  poi viene retrocesso a  fare quel che faceva prima, rettore della facoltà di teologia di San Miguel;  poi i superiori lo tolgono di lì –  “Era in atto una controriforma nel senso contrario a quel che avevo realizzato io”, racconta lui alla biografa – e  lo spediscono in Germania: perché si faccia una cultura   completando una tesi sul teologo Romano Guardini, che lui – in quasi due anni – non completerà. Dopo di che, appena torna in Argentina su sua insistente richiesta,  lo spediscono a Cordoba,  a mille chilometri dalla capitale. E’  chiaro che fanno di tutto per allontanarlo dalla capitale, dove  ha  creato la sua propria centrale  di potere.


Infatti il suo successore nel provincialato, padre Andrés Swinnen, ha spiegato così l’allontanamento di Bergoglio: “Continuava a  esercitare una forte leadership personale su una frazione della Compagnia anche dopo che non aveva più ruoli dirigenti”. Si comportò come un  “superiore parallelo”, agendo  sulla conventicola di suoi adepti, per lo più giovani da lui sedotti (psichicamente) al seminario.


Un comportamento prevaricatore tipico del disturbo, e distruttivo  di istituzioni e persone. Nella mia inchiesta in Argentina sul miracolo eucaristico, ho incontrato molti preti, gesuiti e no, che ancora si leccavano  le ferite psicologiche inflitte loro da  Bergoglio: per lo più lamentavano d’essere stati trattati come collaboratori intimi di Bergoglio, per poi essere buttati via, svuotati e accartocciati come un pacchetto di sigarette vuoto.


L’esilio a Cordoba


A Cordoba fu mandato “in isolamento”.  Inseguito dalla voce che era “malato e pazzo”.  Lui ha sempre parlato di “castigo”  (sottinteso: ingiusto) , di “esilio”, di “tempo di oscurità, di ombre”:  la sofferenza del disturbato narcisista  lontano dal suo centro di potere.

Ma non ha mai voluto sollevare il velo su quell’esilio. Anzi, ha cercato di farlo dimenticare, come non fosse mai esistito:  non è da un simile carattere,  che  coltiva una idea di sé grandiosa ed eccezionale,  riconoscere uno scacco personale.


Così, quando nel 2013 il vescovo di Cordoba, in visita a Roma, lo informò che due giornalisti (Javier Camara  e Sebastian Pfaffen), stavano indagando su quei  mesi oscuri, intervistando testimoni locali del suo “esilio”, ecco che cosa ha fatto:  “Papa Francesco  chiamò al telefono i due cronisti non una ma più volte e non mollò più la presa. Intrecciò con loro una fitta corrispondenza via mail. Diede fondo ai suoi ricordi e trasformò il libro in una sorta di sua autobiografia cordobana, con numerosi suoi giudizi e racconti virgolettati”.


Come volevasi dimostrare:  invadente,  astuto  ed ossessivo, ha   manipolato i due , li ha “sedotti” con le sue “informazioni”, impedendo loro di condurre un’inchiesta indipendente.  Il  libro,  “Aquel Francisco“, porta le firme dei due, ma  l’autore è lui, Bergoglio, che l’ha scritto e riempito della sua versione dei fatti.  Ovviamente,  i suoi “nemici” ne risultano  sminuiti  e messi in cattiva luce  dai suoi “giudizi virgolettati”; lui, ne esce ingrandito, martire e santo.


E studioso. “A Córdoba – rivela Bergoglio in ‘Aquel Francisco’ – ripresi a studiare per vedere se potevo procedere un poco nella stesura della tesi di dottorato su Romano Guardini. Non riuscii ad ultimarla…”.


La sua “tesi dottorale su Romano Guardini”, ecco un altro mito  su cui Bergoglio ha  molto  manovrato e fatto ricamare  – per nascondere  la realtà.  Sul sito ufficiale del Vaticano ha fatto scrivere: “Nel marzo 1986 va in Germania per ultimare la tesi dottorale…”,  quasi come se l’avesse  ultimata.   Avvenire:  “Papa Francesco ha trascorso quasi due anni in Germania per leggere e studiare Guardini…”.


http://www.centroculturaledimilano.it/wp-content/uploads/2013/05/Romano-Guardini-rilegge-Bonaventura-Silvano-Zocal-Avvenire.pdf


Quanto a L’Espresso  è andato oltre: …”Proprio su Romano Guardini il gesuita Jorge Mario Bergoglio scrisse la sua tesi di dottorato in teologia, a Francoforte nel 1986″.


Sbagliato  –  ha corretto Sandro Magister –  . Bergoglio né scrisse quella tesi né conseguì il dottorato. Questo era piuttosto un suo progetto, al quale dedicò alcuni mesi nel 1986 in Germania, presso la facoltà filosofico-teologica Sankt Georgen di Francoforte. Ma poi lo lasciò cadere”.


La facoltà di teologia  e filosofia di Sankt Georgen  di Francoforte, ha  reso noto che il futuro Papa “passò alcuni mesi presso la facoltà per consigliarsi con alcuni professori su un progetto di dottorato che non è arrivato a conclusione”.  Laconica  nota, da cui si intuisce  che i professori l’hanno visto poco o niente; certo è che  la tesi di dottorato è rimasta “progetto” inconcluso, che di  Guardini il Bergoglio non  ha probabilmente mai letto una pagina.   Infatti nella storica “’intervista di papa Francesco a “La Civiltà Cattolica“, in cui egli dedica ampio spazio ai suoi autori di riferimento, Guardini non c’è”.


Del resto, quando  lo mandano in Germania a  finire la tesi, ha  50 anni.  Un gesuita di 50  anni senza tesi di dottorato,  senza cultura superiore!   A Francoforte, lo disse lui stesso, andava fino al cimitero dove si vedeva l’aeroporto a “salutare  gli aerei che vanno in Argentina”.

Il basso livello di curiosità intellettuale è tipico del narcisista patologico.  Lui intende il sapere come un mezzo di potere;  ragion per cui (elencano i manuali diagnostico-statistici)  invidia chi  lo ha:   “Se le altre persone ricevono delle lodi e lui no, si sente amareggiato. – . A volte prova a screditare le persone che ricevono dei riconoscimenti o lascia la scena se qualcuno riceve lusinghe perché contrariato”.


E’ il  tipo  umano che si irrita profondamente in un ambiente dove altri sono evidentemente superiori intellettualmente a lui: “Si sente arrabbiato e contrariato se vede gli altri raggiungere successo o compiere buone azioni.  Si sente arrabbiato e contrariato nel vedere la felicità altrui”.


In più,  è incapace di solitudine. “E’ di cattivo umore se non riceve attenzioni o se trascorre del tempo da solo”.  Il che spiega alla perfezione come mai abbia scelto di vivere nell’albergo di Santa Marta invece che nelle stanze papali…


“Senza motivo”. E anche il cardinal Muller l’ha umiliato volontariamente.
Ma il fallito progetto di tesi su Guardini rivela  un tratto ancor più importante e fatale di questo malato mentale: la sua inconcludenza.  Vulcanico attivista in apparenza,    quando affronta progetti seri, non riesce a portarli a termine.  Il che particolarmente dannoso, quando il  malato  riesce a raggiungere posizioni di leadership.


Altri malati mentali finiscono  in ospedali psichiatrici o barboni  senza tetto, per disadattamento sociale. Al contrario,   l’affetto da disturbo narcisistico, spesso “ha successo” e “fa carriera”. Il motivo è chiaro: agli altri, queste persone  appaiono “fortemente sicure di sé, autoritarie  e affascinanti,  che riescono a farsi  seguire dagli altri; non hanno paura di calpestare, ma nemmeno di correre dei rischi”.


Sono – nel nostro mondo malato – i  caratteri “ideali”   per salire  nella carriera  e arrivare al successo politico.


Il  guaio è quando arrivano al vertice. Perché allora il loro autoritario  “stile di comando”,  le loro rabbie  imperiose  e punitive,  non bastano  a nascondere la sconclusionatezza dei progetti, grandiosi ma senza costrutto,   impossibili da portare a termine e inefficaci.


Ciò che ormai risulta palese agli osservatori oggettivi delle cosiddette “riforme”  di  Papa Francesco, tanto applaudito (dai media) come “rivoluzionario”  riformatore della Chiesa. Ma questo capitolo richiederà  un’altra puntata.


(1 – Continua).


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