IL 'CREDO' DI BERGOGLIO. UN REFERTO CLINICO? - PARTE I

Maurizio Blondet 15 settembre 2017

IL “CREDO” DI BERGOGLIO. UN REFERTO CLINICO? PARTE I


Bergoglio, riportano fonti certe e filo-bergogliane, ha scritto questa “professione di fede”  poco prima di essere ordinato sacerdote.  Le sottolineature sono mie:


Credo


Voglio credere in Dio Padre, che mi ama come un figlio, e in Gesù, il Signore, che ha infuso il suo Spinto nella mia vita per farmi sorridere e portarmi così nel regno della vita eterna.

Credo nella mia storia, permeata dallo sguardo benevolo di Dio, che nel primo giorno di primavera, il 21 settembre, mi è venuto incontro e mi ha invitato a seguirlo.
Credo nel mio dolore, infecondo per colpa dell’egoismo, in cui mi rifugio.
Credo nella meschinità della mia anima, che vuole prendere senza mai dare … senza mai dare.
Credo che gli altri sono buoni, e che devo amarli senza timore, e senza mai tradirli per cercare una sicurezza per me.
Credo nella vita religiosa.
Credo che voglio amare molto.
Credo nella morte quotidiana, ardente, alla quale sfuggo ma che mi sorride invitandomi ad accettarla.
Credo nella pazienza di Dio, accogliente, dolce come una notte estiva.
Credo che papà sia in cielo accanto al Signore.
Credo che anche padre Duarte, mio confessore, sia in cielo, a intercedere per il mio sacerdozio.
Credo in Maria, mia madre, che mi ama e non mi lascerà mai solo. E attendo la sorpresa di ogni giorno in cui si manifesterà l’amore, la forza, il tradimento e il peccato, che mi accompagneranno fino all’incontro definitivo con quel viso, meraviglioso che non so come sia, che sfuggo in continuazione, ma che voglio conoscere e amare. Amen.

Papa Francesco


http://www.ilsacerdote.com/index.php/raccolta-testi/538-25-credo-di-papa-francesco


La fonte adulatoriamente  nota che “il Santo Padre” conserva questo suo Credo “gelosamente” in “ un foglio scolorito dal tempo”. E lo definisce “una sentita professione di fede, scritta «in un momento di grande intensità spirituale»


Ma sant’Iddio, come possibile che  una fonte cattolica abbia dimenticato a  tal punto la vita di fede  vissuta, da vedere in questo scritto “grande intensità spirituale”?  Se  questa è una “sentita professione di fede” ,   lo è certamente: fede in sé stesso, nel proprio io, ossessivo riferimento al “Mio”: Credo nella mia storia, nel  mio dolore, nella mia anima”, tutto “per me”, anche la Madonna “mia” madre che “mi”  ama. A Dio Padre  “voglio credere”.


Dico di più:   fino a che punto l’adulazione unita al modernismo ideologico rendono così ciechi, da non vedere  in questo credo un referto clinico?  Ormai lui stesso ha raccontato  di essersi sottoposto a psicanalisi: per sei mesi, quando aveva 42 anni. Evidentemente dopo la sua gestione  disastrosa del provincialato gesuita, conclusasi con la fuoriuscita di un centinaio di sacerdoti e forse ammanchi monetari (ne parlerò più avanti); un “successo” dopo il quale Bergoglio fu mandato  “in esilio” dai suoi superiori come individuo pericoloso, inseguito dalle voci secondo cui “era  pazzo, malato”.


Lasciamo perdere la parentesi psicanalitica: sottoporsi a questa pseudo-gnosi –  e pseudo-terapia che non curava nulla ed è stata abbandonata dai terapeuti  –  era allora di gran  moda ideologica fra i preti progressisti (sempre proni alla penultima moda del “mondo”)  a spregio del divieto del Sant’Uffizio. I media adulatori  e laicisti  hanno salutato nello psicanalizzato “un papa che smette di essere un’autorità da sedia gestatoria”  (soprattutto questo: che smetta di essere autorità),  “ un cattolicesimo, certamente più aperto agli influssi del mondo ma anche meno saldamente certo di sé»: così Pigi Battista, il vicedirettore del Corriere, maggiordomo rispettosissimo dei poteri forti. 


Ma non siete abbastanza laici, o laicisti,  dal non accorgervi quante volte emergono, nei racconti di Bergoglio stesso, nella sua storia personale, e nelle testimonianze di chi lo ha conosciuto, termini psichiatrici?


A molti occhi esercitati  e resi attenti   dall’esperienza, spesso dolorosa, i sintomi saltano all’occhio.  Per esempio un lettore  scorge in Bergoglio un ““disturbo narcisista di personalità”.


Ciò perché, mi scrive, “ho  avuto un capufficio con quel disturbo  e  ci ha reso  la vita un inferno.  La cosa più brutta di simili persone è il fatto che fanno stare male quanti gli sono vicini, mentre essi sono convinti di non avere niente che non vada. Caratteristiche peculiari sono la presunzione di avere sempre ragione, presunzione di avere “maggior valore” rispetto alle altre persone e pretesa che esso venga sempre riconosciuto; tendenza a sfociare nella depressione o in sfoghi di rabbia incontrollati (la realtà attorno, infatti, resiste ai desideri narcisisti);  rancore verso tutti coloro che non assecondano il loro narcisismo,    con  conseguente colpevolizzazione degli altri, fino ad una vera persecuzione e manipolazione affettiva.


(…)  Il mio capufficio, i sintomi li aveva tutti: è un tipo che pretende di avere sempre ragione, rigira e capovolge le situazioni per trovarsi sempre dalla “parte giusta”, colpevolizza gli altri per quanto non va, ha sfoghi di rabbia improvvisi.


Anche il mio ex capufficio, agli  occhi di chi ancora non lo conosceva, o non lo conosceva in maniera più intima, appare buono ed addirittura giocoso.  (…)


Quando  il disturbo  giova alla carriera


Spesso alti dirigenti, uomini politici e governanti di successo  tradiscono tali  tratti sociopatici o psicopatici.  Steve Jobs pare abbia avuto la sindrome di Asperger; era un incubo per i suoi  dipendenti,che umiliava e insultava.  


Donald Trump  viene accusato ogni giorno dai media ostili  di disturbo narcisistico.  In Berlusconi, come in Bill Clinton, sono vistosissimi  i sintomi della ipomania:  vita sessuale prorompente, attivismo, ottimismo, estroversione.  Sono personalità che dormono 4 ore per notte e si svegliano vispi ed energici, piene di progetti, trascinanti. Sono quelle “qualità” (i sintomi)  cui devono i loro successi – fino al giorno in cui non rovinano la loro carriera con un scandalo sessuale, facilmente prevedibile all’occhio clinico.


Governanti   affetti dal  narcisismo patologico  devastano  gli Stati   e provocano guerre civili o esterne.  Come cattolico fedele, sento di avere non il diritto, ma il dovere, senza alcun  intento calunnioso, di porre il problema.  Bergoglio  ha dato frequenti segni  “strani” di impulsiva irresponsabilità, fin da quando fece proiettare immagini di belve e scimmie su San Pietro,  per  porre la rispettosa domanda: è in questione non la mente di  Bergoglio,  ma il governo della Chiesa  che mi riguarda come credente apostolico romano. Il  rischio di uno scisma incombe. Bergoglio è in grado di svolgere il compito che Gesù affidò a Pietro: confermare nella fede i fratelli?


Il  tema è spinoso. “Disturbo di personalità” è ciò che in termini meno politicamente corretti, si chiama “malattia mentale”:  non qualche difetto di carattere, ma una deformazione assiale della   persona  in tutte  le sue capacità, cognitive, affettive, interpersonali.  “Narcisistica”  è  (cito il Manuale Diagnostico Statistico, DSM 5)  la deformazione  della personalità caratterizzata essenzialmente da


  • Idea grandiosa di sé (minata nel paziente da intimi sentimenti di inferiorità, vulnerabilità che portano a paura del confronto e ipersensibilità alla critica.)
  • Costante bisogno di ammirazione (che spinge a gesti opportunistici per strappare l’applauso.)
  • Sfrutta i rapporti interpersonali (cioè approfitta delle altre persone per i propri scopi).
  • Mancanza di empatia soprattutto: ossia incapacità di “mettersi nei panni degli altri”, di riconoscere e rispettare i sentimenti e le   necessità del prossimo;  non desidera identificarsi  nei loro desideri.  Il narcisista è “manipolatore”, approfitta senza scrupoli degli altri per raggiungere i suoi scopi, lo calpesta  e non ne prova rimorso.  Prova spesso invidia, ed è convinto che  gli altri abbiano invidia di lui.
  • Crede di essere “speciale”‘e unico  e di poter essere capito solo da, o di dover frequentare, altre persone (o istituzioni) speciali o di classe sociale elevata.

In “La Pazzza Gioia” Valeria Bruni Tedeschi recita con esattezza clinica il disturbo narcisistico: apparentemente simpatica allegra e vitale, in realtà senza scrupoli, manipolatrice, distruttrice di vite altrui.
Chi ha visto il film “La  Pazza Gioia” di Virzì, ha potuto avere un’idea  della  malattia mentale narcisistica  nel personaggio impersonato da Valeria Bruni Tedeschi. “Beatrice”, così si chiama, sta nella villa psichiatrica dove è ricoverata  come se ne fosse la direttrice, dà ordini alle altre pazienti  che disprezza e giudica sue serve,  fruga  di nascosto nelle loro cartelle cliniche per vedere come può servirsene;  seduce l’ex marito –  un ricco avvocato che lei ha lasciato per andare con un criminale – e  mentre dorme gli svuota il portafoglio per darsi  alla pazza gioia con la sua “amica” Donatella, una depressa suicidaria.  Per i suoi stessi parenti,  persua madre, Beatrice è  una immorale, priva di scrupoli, devastatrice di vite e di averi  altrui.  Un ritratto perfetto di “disturbo narcisistico della personalità”.


Che  dire di  “Francesco”?


A  rileggere le testimonianze di quanti l’hanno conosciuto in Argentina, colpisce la frequenza   con cui  dalle  loro labbra sorgono spontaneamente termini psichiatrici, e spesso descrittivi, a loro insaputa, della turba mentale che abbiamo sopra delineata.


“Non  fidatevi di Bergoglio, è un grande attore”,  scrisse  nel 2013  Horacio Verbitsky, il giornalista che lo ha accusato   di  aver non aver difeso (o addirittura consegnato ai carnefici) i preti dissidenti durante la dittatura, denunciandole il lato doppio  e istrionesco. E aggiunse, profetico:  «Quando celebrerà la sua prima messa in una via di Trastevere o nella stazione Termini di Roma, e parlerà delle persone sfruttate dagli insensibili che hanno chiuso il loro cuore a Cristo,   ci sarà chi si dichiarerà entusiasta del tanto invocato rinnovamento ecclesiastico».


Ma guai a lasciarsi fuorviare dalle parole di un “professionista”.  La sorella di uno dei gesuiti che non avrebbe difeso: «Ha ottenuto quello che voleva. Mio fratello m’aveva avvertita: «Vuole diventare Papa: è la persona più indicata, è un esperto nel dissimulare».

Quando nel 1990  la compagnia di Gesù lo allontanò da Buenos Aires per “esiliarlo” a  Cordoba, 800 chilometri più a Nord, la voce fu che “era malato, pazzo”. 


L’altra voce: Bergoglio continuava ad esercitare una forte leadership personale su una frazione della Compagnia anche dopo che non aveva più ruoli dirigenti,  agiva  “como un superior parallelo“, influendo su molti gesuiti, in un decennio nel quale più di un centinaio di loro lasciarono l’ordine e il sacerdozio:  e la maggior parte dei fuorusciti apparteneva al gruppo di coloro che non stavano dalla parte di Bergoglio ma piuttosto volevano liberarsi di lui”.


Aveva evidentemente reso loro la stessa vita d’inferno che adesso infligge alla Curia   romana. E  ancor peggio: ha  devastato  la Compagnia di Gesù in Argentina,  l’ha spaccata in uno scisma , ha incenerito un centinaio di vocazioni sacerdotali.


CONTINUA


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