La vera bomba è quella del debito e giovedì Draghi dovrà disinnescarla: la fine del mark-to-stocazzo?

https://www.rischiocalcolato.it Di Mauro Bottarelli , il 4 settembre 2017 4

La vera bomba è quella del debito e giovedì Draghi dovrà disinnescarla: la fine del mark-to-stocazzo?


E’ proprio vero che l’estate è finita. E non tanto per il brusco abbassamento delle temperature, quanto per il ritorno in grande stile dei talk politici. Non che fossero spariti, quanto, durante la caldana di agosto, per la presenza in studio di segretari di circolo sconosciuti: i comprimari dei comprimari, tanto per parlare di qualcosa e riempire due ore. E anche gli argomenti, finalmente, si sono fatti seri: migranti, ius soli, sicurezza, voto in Sicilia, coalizioni. Roba forte.

Addirittura, dotte riflessioni sul richiamo fatto dal segretario del PD alla “forza tranquilla” di Francois Mitterand per definire il ruolo del suo partito come oppositore e alternativa agli estremismi di Lega Nord e Cinque Stelle. I quali, ieri, vedevano Matteo Salvini e Luigi Di Maio ospiti al prestigioso Forum Ambrosetti di Cernobbio, immancabile appuntamento di fine estate per politici trombati in cerca di riscatto ed economisti da bar che terranno il pass al collo, anche quando dormono, fino a Natale.


Di Maio ha parlato del concetto di Italia come “smart society”, mentre Salvini ha ribadito l’impianto fiscale della sua proposta, basato su flat tax e incentivi alla demografia. Sapete, contemporaneamente, di cosa parlavano all’annuale meeting dei Brics che si apriva a Xiamen, in Cina? Della proposta di Pechino di lanciare contratti futures sul greggio denominati in yuan cinesi e convertibili in oro, creando di fatto il più importante mercato asiatico del petrolio e consentendo agli esportatori di superare i mercati denominati in dollari USA.

Praticamente, la rivoluzione copernicana e la morte del concetto stesso di petrodollaro, uno degli architravi storici del sistema finanziario globale. Insomma, a Cernobbio andava in scena la solita supercazzola globale, mentre altrove si parlava di futuro. Come sempre, i talk politici sono lo specchio del Paese: una pantomima.

E, d’altronde, occorre allinearsi all’allarme del giorno del mainstream, la pantomima coreana. Un po’ come le ondate di calore che hanno caratterizzato questa lunga estate appena trascorsa, anche il braccio di ferro tra PyongYang e Washington ha visto picchi numerati di crisi: ormai siamo all’ottavo, quello che per tutti potrebbe essere fatale, visto che Kim Jong-un avrebbe addirittura la bomba H trasportabile da un missile intercontinentale in grado di colpire gli USA.


E via con il teatrino: l’ONU si agita, Trump twitta minchiate come se non ci fosse un domani, mentre sgranocchia Doritos nello Studio Ovale, Russia e Cina recitano la parte dei mediatori indignati con la Corea del Nord, Seul e il Giappone mostrano i muscoletti flaccidi di cui dispongono ma, contemporaneamente, godono, mentre gonfiano non i bicipiti ma il Pil con un aumento della spese per la difesa da record. Per gli USA, di fatto, è la stessa cosa: chi dirà di no al presidente, in sede di discussione del budget 2018, all’aumento sproporzionato di fondi per il Pentagono presentato la scorsa primavera? Cazzo, c’è il pericolo bomba H da contrastare?

E, soprattutto, c’è questo da contrastare




in vista della discussione sul tetto di debito: vuoi vedere che il combinato congiunto di minaccia nordcoreana ed effetto moltiplicatore dell’uragano Harvey (già pronti incentivi e sussidi federali per i comparti automobilistico e petrolifero) fanno il miracolo anche stavolta, niente shutdown e niente default tecnico? Ma non basta, perché questi grafici



ci mostrano come, al di là delle emergenza, è la base stessa dell’economia USA ad essere costruita sulla sabbia. Anzi, le sabbie mobili. Quelle del debito. Una situazione che, come ci hanno mostrato le ultime (non) mosse della FED, è impossibile risolvere con metodi ordinari di politica monetaria: se alzano davvero i tassi, parte lo tsunami dai mercati emergenti indebitati fino all’osso in biglietti verdi e addio “ripresa coordinata” globale. Se non li alzano, a qualcuno potrebbe venire il dubbio che l’economia americana non sia poi così forte come dicono e che, quindi, qualcun’altro dovrà sostenere la famosa e sedicente ripresa in atto.

E, in effetti, questo grafico



pone una questione: se negli USA è tutto un Eldorado di unicorni, com’è che per il secondo mese di fila la spesa per costruzioni a luglio è calata? E non poco come livello, visto che le ultime due volte che quell’indicatore si è spiaggiato così, l’economia USA è entrata in recessione. Ma tranquilli, il BLS ha detto che il mese scorso l’occupazione nel settore costruzioni (+28mila unità) è salita al massimo da febbraio: chi dice balle?

Signori, non prendiamoci per il culo. Il mondo ha bisogno di sana instabilità mediatica, quasi hollywoodiana e Kim Jong-un è perfetto per il ruolo, altro che Isis: stamattina si vaneggiava addirittura di attacchi elettromagnetici contro gli USA. Manca di scomodare Goldrake e Gundam, ormai.

Se non si voleva che PyongYang arrivasse a questo grado di tecnologia nucleare, la si sarebbe fermata anni fa. Ora serve che la narrativa nucleare copra per un po’ ciò di cui vi ho parlato finora, anche perché se qualcosa dovrà accadere non sarà certo una guerra nucleare ma la deposizione di Kim Jong-un, a guida cinese. Serve una bella cortina fumogena da war-game, per distrarre dalle beghe economiche USA e, soprattutto, da questo:



stando a dati fino al 1 settembre scorso, il valore di mercato dei bond governativi con rendimento negativo tracciati dal JPM GBI Broad index è salito a 7,4 trilioni di dollari, un sobrio aumento del 60% dall’inizio dell’anno. E parliamo solo di debito sovrano. E’ questa la “ripresa coordinata” di cui si parla ovunque, dalla FED a Cernobbio? Ecco cosa dice il report di JP Morgan: “Cosa ha reso possibile l’ultima crescita del debito con rendimento negativo è determinato dal Giappone, dove il rendimento del debito sovrano a 10 anni lo scorso mese è calato significativamente, virando addirittura in negativo la scorsa settimana per la prima volta dalle presidenziali USA.

E questo, nonostante la Bank of Japan lo scorso mese abbia ridotto l’ammontare di debito interno acquistato sull’open market nel range 5-10 anni e, da venerdì scorso, anche in quello dai 3-5 anni per un controvalore di 30 miliardi di yen. Ad oggi, l’universo totale di bond giapponesi che viaggiano con rendimento negativo nel GBI Broad Index è pari a 4,6 trilioni di dollari, il 62% dell’ammontare outstanding”.



E sapete a chi fanno capo i rimanenti 2,8 trilioni di debito sovrano con rendimento negativo in giro per il mondo, pronti a far danni? L’Europa, di cui oltre la metà dei quali in capo a Francia e Germania. Ma guarda, da un lato abbiamo uno dei principali protagonisti della crisi coreana in atto che deve mascherare la fine del mark-to-stocazzo del suo mercato obbligazionario, ormai totalmente dipendente dagli acquisti della Bank of Japan e, dall’altro, i soggetti che fanno capo a quella BCE che giovedì si riunirà a Francoforte e dovrà dare una risposta chiara sul tapering del suo programma di stimolo, dopo che tre giorni fa un fonte anonima ha detto che si andrà avanti per paura dell’euro troppo forte che minaccia la ripresa. Già, una ripresa da 7,4 trilioni di bond sovrani per detenere i quali occorre pagare.

Avete capito perché serve la bomba H a riempire giornali e tv? La vera bomba è nella mani di Draghi, il quale fra tre giorni sarà chiamato a disinnescarla. Fossi in voi, avrei paura di quello. Molta paura.


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