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Vittorio Messori

Appunti sull'Islam


Scritto da Vittorio MESSORI


Anche l’ex capo del governo spagnolo José Marìa Aznar ha voluto dire la sua nel dibattito suscitato da Benedetto XVI con la lezione universitaria di Ratisbona e le conseguenti, furibonde richieste di scuse da parte di estremisti islamici.


«Chiedere perdono ai musulmani?» ha dichiarato Aznar alle agenzie «Parlo da spagnolo e, dunque, dico che dovrebbero cominciare loro a chiedere scusa per avere occupato per otto secoli la Spagna».


Ebbene, bisogna starci attenti, esprimersi con maggior prudenza. E non certo per timore delle rappresaglie della Mezzaluna, ci mancherebbe; ma per non violare la verità delle cose. Lo dico da cattolico per nulla propenso, come ben sanno i lettori, a rinnegare la vicenda della fede nella storia, pronto a smascherare ogni leggenda nera e diffamazione infondata. Bisogna starci attenti, perchè gli eventi sono sempre complessi e sempre deve prevalere l’amore di verità che contraddistingue un cristiano, se davvero vuole essere tale.


Per ripeterlo ancora una volta: Dio non ha bisogno delle nostre bugie; o delle nostre reticenze furbesche. Dunque, se volessimo metterci sul piano delle richieste di scusa, a cominciare dovrebbero essere quei “devoti cattolici”, o sedicenti tali, che invitarono gli islamici in Spagna e ne favorirono l’invasione.


È poco edificante in una prospettiva apologetica, ma è così. Dobbiamo pur esercitarci nell’umiltà e ricordare quanto, spesso, sia stato profonda la frattura tra il nostro ideale e la realtà.


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Vediamo, dunque. All’epoca deibarbari, dopo varie incursioni, tra le quali quelle dei Vandali, che però proseguirono presto per l’Africa del Nord, nella Hispania romana si installarono i Goti, che crearono un regno che unificò quasi tutto il territorio della penisola.


Al loro arrivo erano ariani ma i capi decisero presto di passare al cattolicesimo, che era già professato dalla maggioranza della popolazione. Secondo il diritto barbarico, cuius rex, cuius religio, la conversione del re comportava la conversione del popolo. Così, l’unità cattolica si unì a quella statuale. Dopo un paio di secoli, violente lotte di potere sorsero tra il re, allora Roderico, e i sostenitori di un principe reale che voleva scalzarlo dal trono.


Si era all’inizio del Settecento e gli arabi, nella loro travolgente cavalcata, avevano già messo a ferro e a fuoco il Nord Africa cristi ano ed erano giunti sino alle coste dell’Atlantico, nell’attuale Marocco.


Qui, ebbero difficoltà a convertire all’islamismo le tribù berbere, ma le più importanti di loro finirono poi per dichiararsi credenti in Allah. Gli avversari ispanici di Roderico decisero di sollecitare quei temibili guerrieri a varcare lo stretto, che proprio da allora sarà detto di Gibilterra, per scalzare il re dal trono e insediarvi il clan rivale.


L’invito fu accolto ben volentieri: nell’aprile del 711 i musulmani per la prima volta misero piede in Europa, chiamati ed aiutati da una casta nobiliare che pur diceva di professare la fede nel Vangelo.


Può darsi che costoro pensassero solo ad una incursione che provocasse in Spagna il desiderato rivolgimento politico, dopo di che se ne sarebbero tornati in Africa, avendo come ricompensa un ricco bottino. Da prelevare, ovviamente, a carico della popolazione cristiana, depredata e ridotta schiava, quando non massacrata.


Invece, ciò che avvenne fu un’occupazione che durerà quasi otto secoli. In effetti, i berberi da poco islamizzati guidati da arabi, credenti fanatici nella rivelazione portata dal conterraneo Maometto sbarcarono in poco più di diecimila.


Il numero esiguo fa pensare che essi pure pensassero a una semplice razzia, seppur e in grande stile. Ma i progetti cambiarono quando si accorsero che, in realtà, si poteva puntare a una conquista duratura, vista la debolezza della resistenza.


Per dire quanto devastante sia stato il tradimento “cristiano”: allorché coloro che avevano invitato arabi e berberi in Spagna si accorsero che le cose precipitavano, invece di unirsi alle scarse truppe che cercavano di fermare l’aggressione, patteggiarono con gli islamici. In cambio della promessa di continuare ad aiutare l’avanzata, ricevettero grandi proprietà da cui ricavare, indisturbati, altrettanto grandi ricchezze. E che la Spagna cristiana andasse

pure in rovina!


All’aiuto dei battezzati che avevano convocato coloro che furono detti moros, si aggiunse l’appoggio delle numerose e popolose colonie di ebrei. Questi – anche qui la verità va detta avevano le loro ragioni: avevano convissuto bene con i Romani e poi con le prime ondate barbariche, in quanto l’arianesimo era

tollerante con loro.


Invece, la gerarchia cattolica e i re goti mostraronoun’ostilità che è legittimo definire feroce, con persecuzioni ed umiliazioni di ogni tipo. Dunque, come già avvenuto nel Nord Africa, dove gli ebrei avevano svolto il ruolo di quinta colonna che aperse agli islamici le porte delle città, anche in Spagna gli israeliti furono ben lieti di collaborare con i nuovi arrivati.


E ne ebbero un premio: fu loro affidata l’amministrazione delle zone conquistate, soprattutto per quanto riguarda ciò che oggi diremmo la polizia”.


Ne approfittarono con soddisfazione, per vendicarsi dei cristiani: ma, in questi, instillarono il desiderio di vendicarsi a loro volta. Desiderio che avrà poi il pieno compimento tanti secoli dopo, con la cacciata di tutti gli ebrei non “convertiti” dalla Spagna.


Ma, a proposito di cristiani. Come già avvenuto nell’Africa settentrionale, dove molti preferirono gli islamici ai bizantini, anche in terra iberica covava nel popolo un forte risentimento contro i Goti. I quali, dunque, malgrado la comunanza di religione, ricevettero ben poco aiuto dai battezzati.


Questi, in verità, nulla sapevano di Muhammad, di Corano, di Allah e, probabilmente, scambiarono gli invasori per seguaci di un cristianesimo “diverso”, così com’era stato per gli ariani. Ben presto le differenze si palesarono con chiarezza e durezza e i cristiani furono ridotti allo stato di dhimmi, “protetti”, costretti a pagare pesanti tasse e a subire un cumulo di umiliazioni codificate dal diritto coranico.


Soprattutto (ma, forse, non solo) a causa di questo, cominceranno le conversioni in massa all’islamismo che, in certe regioni, raggiunse l’ottanta per cento dei battezzati.


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Va detto con chiarezza, anche se il ricordarlo può spiacere a qualcuno: i moros combattuti durante la Reconquista ei moriscos che non si riuscì a convertire dopo (preferirono la persecuzione e poi l’esilio brutale all’abbandono del Corano) non erano né arabi né berberi, ma spagnolialparideiloro antagonisti.


Anzi, spesso ancor di più, visto che le truppe dei reconquistadores erano composte in gran parte da monaci-soldati, da volontari, da mercenari giunti da tutta Europa. In effetti, se perl’invasione dell’inizio dell’VIII secolo bastarono diecimila islamici, non furono moltissimi quelli che li raggiunsero in seguito varcando lo Stretto.


Un velo di fedeli in Allah dominava una massa di forse sette od otto milioni di battezzati, fino a quando questi non cominciarono a passare alla nuova religione, così che la fede nel Corano divenne maggioranza tra gli ispanici stessi.


Ma anche sulla Reconquista ci sarebbero cose da dire; e non particolarmente esaltanti. Se per completare l’impresa, conclusa nel 1492 con la caduta di Granada, occorsero ben otto secoli, ciò fu dovuto al fatto che i piccoli regni e principati cristiani impiegarono più forze, tempo, denaro per combattersi tra loro che per combattere i musulmani. Con questi, tra l’altro, in tregue che duravano decenni se non secoli, si imbastivano fruttuosi rapporti economici, tanto che l’interesse delle due parti non era quello di far la guerra bensì di mantenere lo statu quo.


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Certo: è solo un mito ingannevole quello della dominazione musulmana in Spagna come l’epoca d’oro della tolleranza, come il fiorire delle “tre culture del Libro”, in un idillio di cui generosi organizzatori protagonisti sarebbero stati gli islamici. In realtà, le condizioni dei cristiani che si ostinarono nella loro fede e non vollero rifugiarsi a Nord (dove furono spesso delusi dal comportamento dei fratelli nella fede) furono sempre dure, umilianti, spesso tragiche.


Gli ebrei se la passarono meglio per qualche tempo, vista la loro collaborazione, ma poi anche per essi vennero tempi molto difficili. El Andalus non fu mai il paradiso di cui ci parlano i mitologi o i propagandisti. Pochi sanno, tra l’altro, che la leggenda del buon governo musulmano è stata incrementata nel XIX secolo da inglesi e francesi che appoggiavano la ormai esausta Turchia per contenere l’espansionismo russo ed austroungarico verso le terre ottomane.


Alla guerra di propaganda in favore musulmano si unì anche la Germania, alleata degli Ottomani, in funzione anch’essa anti-russa nonché anti-inglese.


Un’alleanza, quella tedesca, che, durante la Prima guerra mondiale, si spinse sino a coprire il terribile genocidio armeno, compiuto sotto lo sguardo distratto e reticente dei generali e dei colonnelli prussiani che addestravano e spesso comandavano le forze armate turche. Un altro esempio poco edificante, purtroppo, dei rapporti tra cristiani e musulmani.


Per tornare alla Spagna, pur ribadendo, e con convinzione, il volto oscuro di quegli otto secoli, non si può consentire con il semplicismo alla Aznar. Forse è ora di smetterla con questa storia di perdoni dati e richiesti non per sé (cosa doverosa per un cristiano) ma per gli antenati propri e altrui. La storia quella vera non permette scuse e scambi di perdono: ragioni e torti, condizioni sociali, politiche, economiche che non sono più le nostre si intrecciano in nodi ben più complessi di quanto non credano i semplicisti.


E meditino su molti altri episodi quei cristiani che fossero tentati di prendere sul serio le aggressività umorali di una Oriana Fallaci (parlandone, come si dice, da viva...), stando alle cui grida ci sarebbero stati sempre due fronti contrapposti, due civiltà occidentale e orientale che si sarebbero combattute senza quartiere.


Meditino e ricordino che nelle due battaglie decisive tra cristiani e musulmani Lepanto e l’assedio di Vienna del 1683 il maggior regno cristiano, quella francese, si schierò dalla parte del sultano e fece di tutto perchè i battezzati perdessero.


Meditino pure sull’atteggiamento sempre ambiguo delle repubbliche marinare italiane, dei catalani, dei portoghesi, poi degli inglesi ed olandesi: per tutti costoro le ragioni del commercio, la ricchezza degli scambi prevalsero assai spesso sull’ostilità religiosa.


E come dimenticare che l’arsenale navale di Istanbul e le fabbriche d’armi ottomane produssero sempre sotto la direzione di “cristiani”, attirati da ricchi emolumenti per assicurare ai credenti in Allah i frutti del progresso tecnologico europeo?


E qualcuno ha forse dimenticato che il primo, terribile sacco di Costantinopoli, due secoli e mezzo prima della presa musulmana, fu perpetrato da “crociati”, seppure scomunicati poi dal Papa?


Piangiamo pure su quella “seconda Ro ma”, su quella città mariana dalle mille chiese trasformate in moschee e persa per sempre dalla cristianità: ma piangiamo consapevoli che la sua caduta fu frutto anche della violenza, del disimpegno, dell’indifferenza di quella stessa cristianità. Insomma, qui come ovunque altrove ce ne è abbastanza per evitare ogni posizione radicale. Alla Fallaci, per intenderci.


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Un altro spunto, per continuare la riflessione su questa fede giunta dall’Arabia e che è, innanzitutto, uno scandalo per il cristiano. Lo scandalo di un “Nuovissimo Testamento”, il Corano, che dichiara superato il Nuovo. Mentre i credenti in Gesù erano certi che con lui fosse terminata la rivelazione cominciata con Abramo e Mosé, ecco sorgere una religione che non solo toglie a Gesù il suo carattere divino, ma lo relega alla condizione di penultimo profeta di un annuncio completato solo con le parole divine fatteci giungere attraverso Muhammad.


Con costui, i cristiani sono ridotti a un passato ormai superato. È un problema con cui si confrontò in profondo, nel secolo scorso, Louis Massignon, un francese che penetrò a tal punto nella cultura islamica da divenire membro dell’Accademia che, al Cairo, stabilisce canoni e regole della lingua araba.


Fu un cristiano convinto che, alle soglie della vecchiaia, si fece consacrare in Libano, discretamente, sacerdote della Chiesa cattolica maronita. Fu uno dei pochi che rifletté sull’enigma che sta dietro alla scelta di Maria tanto venerata nel Corano di apparire in un villaggio portoghese che porta il nome della figlia prediletta di Maometto, Fatima.


Da Massignon ho imparato a riflettere sull’Islam non come fastidioso incidente, una sorta di errore della storia, ma come mistero da cui tentare di ricavare gli insegnamenti che, attraverso di esso, ha voluto darci il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe.


C’è una pista dipensieroindicata dall’islamista francese che mi ha sempre colpito ed è ancora tutta da approfondire. Osserva, infatti, Massignon che c’è un tempo storico e un tempo teologico. C’è, dunque, un calendario umano e c’è un calendario divino, per il quale non valgono le nostre categorie di “prima” e di “dopo”, di “presente, passato, futuro”.


Forse il sorgere dell’Islam va letto in questa dimensione che sfugge alle nostre categorie. Muham mad “dopo” Gesù? Certo, secondo il nostro calendario: ma che ne sappiamo dei programmi divini, per i quali il Corano potrebbe essere una preparazione all’accettazione di un Vangelo per il quale ancora molti popoli non erano pronti?


Spunti, provocazioni.


Ma che confermano come nulla comprenda dell’Islam chi voglia interpretarlo secondo categorie politiche, economiche, sociologiche. Categorie, insomma, solo umane.


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Per finire la “puntata”, due piccole curiosità, ovviamente sempre in tema.


La prima: l’arabo e il suo alfabeto non sono, per i musulmani, semplici strumenti. Hanno un significato religioso, tanto che non si può accettare il Corano ignorandone la lingua, che è quella stessa che parla Allah e che si parla in paradiso. Ogni traduzione di quel libro è blasfema, contro coloro che hanno osato trasporlo in altre lingue è pronta una fatwa di morte (anche se, per fortuna, ci si è finora dimenticati di applicarla). Ma anche la forma delle lettere è voluta da Dio stesso, tanto che la loro disposizione nelle forme più complesse, che riempiono mosaici ed affreschi, è la sola espressione di arte figurativa consentita.


Ebbene, potrà incuriosire il fatto che è una invenzione cristiana proprio l’arabo del Corano. Questo è scritto con caratteri «cufici», divenuti sacri per la tradizione. Ebbene, il primo testo che ne possediamo risale al 512 ed è l’iscrizione che ricorda la dedicazione di una chiesa a san Sergio. Il documento proviene dal villaggio siriano di Zabad e, secondo i paleografi, è certamente opera d

egli arabi cristiani della valle dell’Eufrate. Curiosità, dunque, o “segno”?


Secondo episodio. Se, come diceva Renan, «l’Islam porta con sé il deserto» è anche a causa dell’estirpazione dei vigneti, grandi stabilizzatori dei terreni, e del divieto di allevare i maiali, che vengono sostituiti dalle capre. Ma questi sono animali ecologicamente devastanti: estirpando tutto sino alla radice, mangiando tutto, compresi i germogli degli alberi, impediscono la crescita della vegetazione. È la sorte toccata al Nord Africa, un tempo giardino dell’Impero romano, e alla Spagna, ridotta a un paesaggio lunare.


Non credete alla favoletta delle foreste ispaniche abbattute dai re cristiani per costruire le flotte per le Americhe. Nel Nord, dove Allah non giunse e i cristiani resistettero, quelle foreste si sono salvate.


Ma è sempre l’orrore per il porco che contribuisce a spiegare la sopravvivenza del cristianesimo nei Balcani. Questi erano coperti di querce: all’arrivo dei musulmani la gente non volle rinunciare ad allevare suini sui quali si basava la loro economia, avendo nelle ghiande l’alimento preferito da quegli animali.


Gli invasori poterono, al massimo, installarsi nelle valli, con le loro capre, mentre gli allevatori di porci si ritirarono tra le querce della montagna. Può sembrare sconcertante: la fede salvata dai suini? Se qualcuno si scandalizza, non dimentichi che la grotta di Massabielle, sul Gave di Lourdes, era il rifugio dei maiali del branco comunale. Le loro setole, dissero i testimoni, erano attaccate ai rovi di quella caverna, da sempre adibita a quell’uso. Un’ennesima conferma: le nostre categorie non sono quelle del Cielo.


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