HOMINES - INDRO MONTANELLI

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Indro Montanelli


L'anarco-conservatore - di Alex Barone


Uno tra i maggiori e più brillanti cronisti italiani. Egli, con il suo stile articolato ma immediato, la sua prosa mai banale e mai stucchevole, il suo anticonformismo congenito, seppe cogliere gli aspetti più profondi dell’antropologia dell’italiano medio, come i meccanismi storici del suo tempo. Questo fu Montanelli: un concentrato di serietà, sarcasmo e genialità giornalistica, calibrati sempre col giusto equilibrio e con sublime spirito di critica.

«In tutti i paesi e in tutti i tempi la fellonia, il tradimento, lo spergiuro allignano. Ma solo in un paese privo di etica aristocratica e militare come l’Italia potevano essere codificati in una ‘guida’ alla politica di un principe»


Montanelli si dichiarò sempre «un condannato al giornalismo», vedendo in esso una vera e propria vocazione, una necessità ineluttabile di destino. Il giornalismo fu da lui praticato con arte e passione. Nella sua vita privata e nella sua carriera non mancano certo azioni temerarie, degne di un avventuriero d’altri tempi, in nome della verità di cronaca.


Montanelli fu, sul piano politico,  un liberal-conservatore, osteggiante il socialismo più estremista e fanatico. Senza però risparmiare critiche al modello capitalista. Non fece mai politica attiva, poiché ritenne sempre dovere di un giornalista quello di narrare il reale. Il mondo della politica ebbe però modo di conoscerlo. E, in ragione della sua personalità decisa, libera e brillante, si scontrò spesso con uomini potenti, non obbedendo mai al “politicamente corretto”.


Indro Alessandro Raffaello Schizogene Montanelli, nacque a Fucecchio, il 22 aprile del 1909, da Sestilio Montanelli e da Maddalena Doddoli. L’originale nome Indro (scelto dal padre), altro non era che la mascolinizzazione del nome della divinità induista Indra. Il giovane Montanelli trascorse la sua infanzia nel piccolo paese toscano, iniziando, già all’età di undici anni, a sviluppare una particolare forma di depressione.


Malattia che gli impedirà, per un anno intero, di frequentare la scuola. Specialmente durante la notte, viene colto da improvvise crisi di panico, avendo la percezione di sentire addosso «tutta la tristezza del mondo». Pare soffrisse di disturbo bipolare. Disturbo che lo accompagnerà per tutta la vita.


Nel 1922, il padre venne trasferito in un liceo di Rieti, ed il giovane Indro fu costretto a seguirlo. Qui, a Rieti, iniziò  gli studi classici, e proprio il giorno della Marcia su Roma, mosso da un impeto di ardore adolescenziale, si mise a capo di una manifestazione di sciopero studentesco insieme al figlio del prefetto della città. Tale evento si concluse con il sequestro (all’interno dell’edificio) del preside, padre di Montanelli, e del prefetto, ritenuto complice del primo. I genitori prigionieri dei figli. 


Il giovane Montanelli assorbì gli ideali del fascismo, come quasi ogni giovane dell’epoca, pur mantenendo sempre uno spirito profondamente critico ed indipendente. Lo seguì con disciplina e convinzione e non  rinnegò mai tale esperienza, nemmeno in età adulta. Dopo aver conseguito il diploma di maturità classica, si laurea una prima volta in Giurisprudenza e una seconda in Scienze politiche e sociali. La sua prima collaborazione è per la rivista Frontespizio, diretta Piero Bargellini.


Due anni dopo è la volta de L’universale di Berto Ricci (sua guida intellettuale di riferimento). Legge riviste di orientamento fascista, ma comunque critiche e indipendenti, come Il selvaggio e L’italiano (di Longanesi). In quei primi anni di lavoro come giornalista ricevette apprezzamenti anche da parte del Duce in persona, per un articolo contro il razzismo. Mussolini lo volle incontrare personalmente per congratularsi con lui:


«Ha fatto benissimo a scrivere quest’articolo, il razzismo é cosa da biondi»

Senza badare al fatto che, al tempo, il suo interlocutore fosse biondo. Si trasferì poi a Parigi, iniziando a scrivere per il Paris-soir. Le sue abilità di cronista vennero apprezzate anche oltreoceano, tanto che fu assunto da un giornale newyorkese. 


Quando l’Italia di Mussolini invase l’Etiopia, Montanelli, non potendo collaborare come inviato Esteri del giornale (in quanto italiano, e quindi non imparziale), abbandonò la redazione per arruolarsi come volontario per la spedizione africana, venendogli assegnato, col grado di sottotenente, il comando di una compagnia di ascari (soldati coloniali etiopi, al servizio dell’esercito italiano).


Tra le indigene trovò una moglie, di appena dodici anni. Questo fatto verrà in seguito ribadito dai suoi più feroci oppositori, i quali non tenevano conto che la compravendita di una moglie di quell’età era una norma di costume per gli abitanti del posto. Allo scoppio della guerra civile spagnola, partì come inviato per il quotidiano Il messaggero.


A causa di alcuni articoli scomodi, comincerà il suo progressivo allontanamento dal giornalismo italiano e dal regime fascista. Il ministro Giuseppe Bottai, suo amico, al fine di evitare situazioni spiacevoli ai danni di Montanelli, riuscì a farlo espatriare, trovandogli un impiego come lettore di italiano presso l’università di Tallinn.


Nel 1938 riuscì a tornare in Italia, riprendendo la sua attività giornalistica col Corriere della sera, partendo, poi, come volontario cronista per la guerra d’Albania. Fu cronista anche in Polonia, Estonia e Finlandia. Fu poi inviato in Francia, Grecia e di nuovo in Albania, visitando, in questo modo, quasi ogni fronte dove le forze dell’Asse furono coinvolte.


Riuscì sempre ad essere nel posto giusto al momento giusto, in occasione dei grandi eventi storici. Ciò gli valse, appunto, il soprannome di “stregone” da parte di alcuni suoi biografi. Nel 1942 (ritornato in patria a causa della sua delusione per le ripetute sconfitte subite dagli italiani), si sposò con Margarethe De Collins De Tarsienne e, dopo l’armistizio dell’8 settembre, iniziò a partecipare alla Resistenza con la divisione Giustizia e libertà, venendo tuttavia scoperto ed arrestato dai tedeschi, per poi essere condannato a morte. Riuscirà a fuggire dalla prigione (luogo in cui partorì l’idea per il suo romanzo Il generale Della Rovere) per poi rifugiarsi in Svizzera.


 Al termine del conflitto, ebbe notevoli difficoltà a reinserirsi nel circolo giornalistico italiano, venendo allontanato dal Corriere della sera (a causa della sua passata adesione al fascismo), ma trovando attrito anche tra gli ambienti di Destra, a causa, invece, dei suoi rapporti con la Resistenza. 


Con Guglielmo Emanuel nella redazione del Corriere (Rcs Quotidiani)
Nell’immediato dopoguerra collaborò per diversi giornali, cercando faticosamente di riemergere, mantenendo l’amicizia con Leo Longanesi, di cui fu sempre debitore. Durante la rivolta di Budapest, del 1956, partecipò come cronista per Il Borghese, apprezzando fortemente lo spirito combattivo del popolo ungherese. 


Cominciano poi i lavori di analisi e divulgazione storica, con la Storia di Roma e la Storia dei greci, a cui seguirono gli ormai celebri volumi de la Storia d’Italia. Durante il periodo della contestazione studentesca giovanile, diviene uno tra i più accesi critici del fenomeno di protesta generale, considerandolo un’esplosione di conformismo di massa.


Nel corso degli anni Settanta, infatti, i rapporti tra Montanelli e la sinistra intellettuale divennero tesi, fino ad arrivare all’abbandono, da parte sua, della redazione del Corriere della sera (a causa della deriva sinistrorsa che il quotidiano stava assumendo).


Nel 1974 fonderà, con il sostegno finanziario della società Montedison, Il Giornale nuovo. All’interno di questa nuova testata giornalistica Montanelli volle rompere col conformismo dell’epoca sostenendo i temi della medio-borghesia conservatrice italiana. Storico è il suo slogan «Turiamoci il naso» del 1976, in cui invitò gli italiani a votare DC. 


La sua linea controcorrente gli valse, nel 1977, la “gambizzazione” da parte di due militanti del gruppo terrorista delle BR. Cessato il rapporto finanziario tra la Montedison ed Il Giornale, la redazione troverà nuovo sostegno economico nella figura dell’imprenditore milanese Silvio Berlusconi.


Montanelli e Berlusconi
I rapporti tra i due, in una prima fase, si svolsero secondo una forma di reciproca intesa, e Berlusconi si pose esclusivamente come proprietario del giornale, mentre Montanelli come unico direttore


. Ma nel 1994, dopo lo scandalo di “Mani pulite” e la nota “discesa in campo” di Berlusconi col partito di Forza Italia, la vera natura del leader milanese sembrò emergere d’improvviso. Tanto che a Montanelli fu imposto di mutare la linea del giornale seguendo quella linea più funzionale al partito berlusconiano. Montanelli, che non sosteneva nemmeno l’entrata in politica dell’imprenditore, non volle piegarsi a queste direttive, e, abbandonando la direzione del giornale, decise di fondare una nuova testata La voce, in memoria di Prezzolini.


La nuova testata, tuttavia (che si rivolgeva principalmente ai lettori appartenenti alla destra liberale), ottenne poco successo e chiuse pochi mesi dopo, nel 1995. Montanelli, trascorse i suoi ultimi anni di carriera lavorando per Il Corriere della sera, gestendo la ormai nota rubrica intitolata La stanza di Montanelli. 


Nel luglio del 2001 (pochi giorni prima della sua morte, che avverrà il 22 luglio del 2001), all’età di novantadue anni (dopo una vita lunga, intensa e carica d’esperienza), compone un ultimo articolo, che racchiude, per così dire, il suo pensiero finale. In esso confessava, una profonda simpatia nei riguardi di un certo socialismo riformista, quello più moderato e meno estremista, comunque attentato alle istanze del popolo.


Nell’articolo in questione affermava, inoltre, che le società umane avrebbero dovuto trovare un compromesso tra capitalismo e sistema socialista, e che, in futuro, ci sarebbero state inevitabilmente riforme a favore dei diritti sociali.


Chissà se la genialità del maestro (dimostratosi quasi sempre un saggio veggente) avrà azzeccato anche questo profondo pronostico: «Ai posteri l’ ardua sentenza»! Oggi non si può che affermare che Indro Montanelli rimane uno tra i più grandi colossi del patrimonio culturale ed intellettuale italiano.


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I cinque regali inediti del divo Montanelli.- Marcello Veneziani


Nel centenario della sua nascita vorrei capire quale eredità ha lasciato Indro Montanelli a noi posteri, lettori, colleghi e italiani. Lascio da parte le celebrazioni, sempre stucchevoli, e appendo al chiodi dell’anima i sentimenti. Dunque notaio procediamo.


Al primo comma il Priore Cilindro Montanelli da Fucecchio lascia in eredità ai suoi posteri il miracolo di un anti-italiano che fu pure arci-italiano. Montanelli fu la sintesi giornalistica di un anti-italiano dichiarato come Prezzolini e un arci-italiano confesso come il suo caro nemico Malaparte. Montanelli ingaggiò davvero la guerra dei cent’anni, meno otto (stando alla sua età) con il suo paese. Maltrattò l’Italia e mostrò disgusto per gli italiani, fustigò i suoi vizi e i suoi vezzi, non sopportò le sue smancerie e la sua retorica pomposa.


Fu di destra ma non adorò né Dio né patria né famiglia. Fu arcitaliano nei gusti e nei disgusti, oltre che arcitoscano come i due predetti amici. Fu arcitaliano pure nello stile, nell’umorismo e nell’improvvisazione, negli umori e malumori, lievemente qualunquista e ondivago, sempre all’opposizione ma poi governativo per fatalismo, intransigente per tigna ma accomodante per pessimismo.


Fu il tipico italiano virtuosamente provinciale, fascista e frondista, femminiero e vanitoso, protagonista anche quando non lo era. Individualista e anarchico come tutti gli italiani, ma conservatore e centrista come loro. Ribelle ma ammiratore dei potenti e del loro cinismo (aveva per esempio una cotta per il cinico e curiale Andreotti).


Comma secondo, Montanelli lascia in eredità agli italiani il suo conservatorismo disincantato, la sua voglia di libertà senza ideologia liberale, il suo esser di destra ma, per intima insofferenza e furba civetteria, contro la destra in campo; la sua pelle di moderato copriva il suo cuore anarchico e un po’ fascistone che amava più la sorpresa che la consuetudine, più la rivolta autarchica che l’ordine stabilito.


Piaceva ai conservatori ma lui era attratto da Curcio il brigatista, da Vallanzasca il bandito, da Berto Ricci l’eretico fascista, da Wanda, la donna di piacere. Leggeva poco, sia libri che giornali, in questo rappresentando il conservatore tipo, di poche ma buone letture, allergico agli intellettuali.


Comma terzo, Indrosauro lascia agli storici una lezione di chiarezza e ai suoi lettori la passione per  la storia. C’è qualche imprecisione in qualche suo vecchio testo, c’è qualche superficialità di giudizio, c’è qualche ombra di plagio su qualche libro (una volta, lui in vita, lo documentai e me ne dispiacque). Ma davvero Montanelli ha avvicinato alla storia legioni di allergici e traumatizzati dalla storia che si studia delle scuole.


Aveva ragione di prendersela con gli storici accademici che lo trattavano con sussiego ma scrivevano con i piedi (storti). Lui ha compiuto davvero nella divulgazione storica un’opera meritoria. Grazie anche ai suoi compagni di viaggio, da Gervaso a Staglieno, da Bettiza a Cervi. E a Buzzati, che per primo lo istigò ad occuparsi di storia come se fosse un lungo reportage.


Comma quarto. Indro lascia ai giornalisti l’amore per lo stile prima che per il contenuto, per l’effetto prima che per la dialettica, per la tesi prima che per l’analisi. Levigava le sue frasi da artista ma era ancora alla sua vocazione di artigiano della Lettera 22. Montanelli è l’antichità del giornalismo un classico del quotidiano; era già un postero da vivo. Ma era più vivo di molti suoi posteri.


Si avvertiva la musicalità del pezzo mentre leggevi, ti accorgevi che la geometria del testo era subordinata all’armonia del testo, cioè del gusto. A cominciare dal gusto longanesiano della battuta: vera o non vera, non importa, purché fulminante, divertente e irriverente, almeno in apparenza. Ai giornalisti lascia anche la voglia egocentrica ma nobile di non parlare per conto di nessuno e attraverso cerimonie e sotterfugi.


Era diretto Montanelli nel suo periodare; anche a novant’anni non suonava il trombone come molti suoi più giovani colleghi. Insuperabile nei ritratti e negli schizzi brevi; un po’ esagerato nelle testimonianze dirette(sembrava che i grandi della Terra avessero consegnato a lui in tre minuti di colloqui il segreto della loro vita). Ma sempre accattivante anche quando inventava o faceva reportage per sentito dire, in modo più veritiero di chi ci era stato e gli aveva riferito.


Comma quinto, Montanelli lasciò un’eredità, il Giornale (dove mi inventò come editorialista sbattendomi in prima pagina). Lo fondò negli anni di piombo, chiamò a raccolta l’Italia libera e non conformista che non amava la sinistra, reclutando liberali, conservatori, missini un po’ scontenti delle sue prudenze, nasi otturati, cattolici e moderati un po’ arrabbiati e non rassegnati.


Fondò un giornale ribelle ma educato, composto ma indisposto ai compromessi storici e politici. Gettò le basi per una democrazia bipolare nel regno conforme della stampa, anche se poi disconobbe l’effetto politico di quella scelta. Feltri ne fu il continuatore con il Giornale, l’Indipendente e Libero. Ma l’ultima storia de la Voce non ha lasciato tracce; non si possono mandare all’aria settant’anni di giornalismo per sette di malumore contro la destra e il suo ex-editore Berlusconi.


D’altra parte Montanelli sapeva che i suoi capricci richiamavano plausi e carezze della stampa, per due terzi sbilanciata a sinistra. Non lo faceva per interesse, ma per civetteria: gli piaceva scendere le scale della destra come una Wanda Osiris del giornalismo. Ma la Voce passa, Montanelli resta. A Sergio Romano che ieri ricordava sul Corriere la grande amicizia di Montanelli con Prezzolini vorrei però ricordare che Indro chiuse a Prezzolini le porte del Giornale. Troppo di destra…


Infine, la domanda è d’obbligo: questa è l’eredità, ma è vero che Montanelli non lascia eredi? Montanelli è nato singolo e da singolo è morto, senza figli. Ma con tanti figliastri, figli illegittimi o naturali; in senso professionale, s’intende. Il miglior modo per essere montanelliano è non tentare di somigliargli nello stile e nei contenuti. Per somigliare davvero a Montanelli bisogna essere come lui, inimitabile.


MV, Libero 22 aprile 2009


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