ARCHIVIO - VIVAIO - Capitalismo & comunismo

ANNO 2004 - VITTORIO MESSORI


Capitalismo & comunismo



Pensare per slogan, uniformarsi agli schemi, prendere per buona la vulgata storica corrente: ecco do da cui dovrebbe stare lontano un cristiano. Ed è proprio per cercare di mettere in guardia da ciò, che molti scrivono in questo giornale.

Per fare un esempio tra gli infiniti possibili (aggiungendolo ai molti che io stesso ho fatto in tanti anni di lavoro), la maggior parte delle persone è ancora convinta, sulla base della propaganda prima socialista e poi marxista, che ci sia — o ci sia stata per tanto tempo — un’avversione implacabile tra capitalisti e comunisti, tra banchieri e leader proletari.


È una sciocchezza che non regge all’indagine. In realtà, Lenin non avrebbe avuto i mezzi materiali per impadronirsi del potere senza il denaro elargitogli generosamente da un capitalista, un grande banchiere americano, Jacob Schiff, padrone della banca Kuhn & Loeb di New York.


Schiff era ebreo e, come tale, odiava la Russia zarista perché gli israeliti non vi erano ancora emancipati e vi subivano dei pogrom che la polizia spesso non impediva o reprimeva con ritardo.


Cosi, il finanziere diede il suo potente sostegno al Giappone, nella guerra del 1904 che si concluse disastrosamente per Mosca. Sempre per indebolire e, se possibile, far cadere il regime degli zar, il banchiere sovvenzionò ogni tipo di sovversione in Russia e puntò poi le sue carte su Lenin, favorendone il trionfo nella rivoluzione del 1917.


Ma altri banchieri dell’ebraismo occidentale finanziarono quella rivoluzione, mossi dall’avversione per lo zarismo. Gli storici conoscono, tra l’altro, il dispaccio, partito da Stoccolma il 21 settembre del 1917 e indirizzato a Trotzkij , con cui la banca Warburg (i cui padroni erano imparentati con Jacob Schiff e associati a lui in affari) comunicava di avere depositato suite banche svedesi una grande somma perle spese del rivoltosi. Questi ed altri episodi sono stati rievocati, con precisione e con ampiezza, anche da Solzenicyn nel suo Lenin a Zurigo.

Capitalisti e banchieri si incontrano all’inizio dell’Unione Sovietica (si pensi a quell’ambiguo finanziere che fu Gelfand Israel Lazarevitch, conosciuto come Parvus, sponsor economico anch’egli del bolscevichi) ma sono presenti in tutti i settant’anni delta sua esistenza.


L’impero comunista russo non sarebbe nato ma non avrebbe potuto neanche sopravvivere senza il continuo sostegno della grande finanza occidentale, secondo modi ora palesi ora occulti che sono ancora in gran parte da esplorare.


Esaminavo, di recente, le memorie di Markus Wolff, il leggendari “Misha” di tanti romanzi di spionaggio, il mitico e inamovibile capo del servizi Segreti per l’estero della Germania che si autodefiniva “democratica”.


Wolff conferma quanto già si sapeva ma di cui si parlava, e si parla, il meno possibile: la DDR, praticamente da sempre, rinviava l’inevitabile bancarotta dello Stato grazie ai prestiti generosi delle banche della Germania Occidentale.


Ed è qui una delle ragioni “segrete” delle gravi difficoltà tedesche dopo l’unificazione: assorbendo quella Repubblica fantoccio, la Germania Federale ne ha ereditato i debiti e, dunque, la necessità di rimborsare le banche di Francoforte, di Monaco, di Amburgo: un conto astronomico che ha fatto, e fa tuttora, vacillare il pur solido bilancio statale.

Ma la grande finanza la si incontra anche agli esordi della rivoluzione francese. Jacques Necker, calvinista ginevrino di origini tedesche, illuminista e tra i maggiori banchieri d’Europa, è il potentissimo ministro delle finanze di Luigi XVI mentre la Francia si avvia alla grande rivolta.


Questa — stando all’accusa finale che gli rivolgerà il re — scoppia anche per sua responsabilità. È Necker, infatti, che non solo decide di convocare gli Stati Generali che daranno fuoco alle polveri ma pretende, ed ottiene, che il Terzo Stato (quello del borghesi) vi abbia un numero di delegati pari a quello degli altri due ordini (clero e aristocratici) sommati.


È Necker, insomma, il grande banchiere, che mette a punto il meccanismo che permetterà la rivoluzione. Questa, poi, sarà foraggiata da continui aiuti della finanza inglese che aveva interesse a indebolire la Francia, temibile concorrente economico della Gran Bretagna. In effetti, la supremazia britannica per tutto il XIX secolo fu resa possibile dal terribile salasso di sangue e di denaro subito dai francesi in seguito alla rivoluzione e poi alle guerre napoleoniche.

Non è dietrologia ma constatazione di fatti certi: ben lungi dall’opporsi alle rivoluzioni, la grande finanza e la grande banca le hanno spesso sorrette. Trascrivo qui le considerazioni di uno storico francese:


«La potenza finanziaria preferisce l’instabilità politica, le convulsioni sociali a un ordine che minacci di impacciarla. Cosi, si oppone per istinto a ogni potere politico che tenda a limitarne gli appetiti e cerchi di sottoporre le sue attività al bene comune. Il Vitello d’Oro non ama essere aggiogato e cerca di liberarsi a ogni costo dalle stanghe che ne rallentino i movimenti. Inoltre, non dimentichiamo che la banca internazionale moderna è opera, almeno agli inizi, di protestanti, di ebrei, di massoni.

Dunque, l’appartenenza religiosa o ideologica del finanzieri li ha opposti alle monarchie cattoliche, come quella francese, o ortodossa, come quella russa. Così come li aveva opposti alla monarchia spagnola, a cominciare dalla insurrezione delle Fiandre nel Seicento, finanziata dal capitalismo anglo-olandese».



Insomma, alla rovina prima di Madrid, poi di Parigi e infine di Pietroburgo non è per niente estraneo quel grande capitalismo che, secondo gli ingenui (e gli ideologi vetero-comunisti), sarebbe un fattore di stabilità controrivoluzionaria, un nemico implacabile della sovversione “di sinistra”.


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