Archivio - L'intervista proibita e perduta - PARTE II

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Archivio - L'intervista proibita e perduta - PARTE II


TdL. Gesù per loro non è che un profeta fallito


Ma ci sono catechismi ufficiali (come Pierres Vivantes in Francia) che sono stati approvati da tutta intera la Conferenza episcopale nazionale. Eppure sono stati criticati da Roma e si è dovuto rivederli.

“Torniamo qui al discorso sulle strutture anonime: spesso sono delle anonimità, degli uffici, delle commissioni. non dei vescovi con nome e cognome che danno quelle approvazioni. E poi, temo proprio che presso certi vescovi vi sia come paura per certe minoranze aggressive. Si dice che quattro o cinque persone padroneggino intere conferenze episcopali, e tra le più importanti e numerose”.


Occorre pur riconoscere che i problemi di fronte ai quali si trovano certe Conferenze sona talmente spinosi da rendere difficile l’unanimità. La Conferenza episcopale brasiliana, per esempio, deve gestire un caso complicato come quello di Leonardo Boff.

“Leonardo Boff, come Hans Kung, non è più cristiano”.


Quello che lei dice è grave.      ‘

“Non lo dico io, Io dice lui. Nel suo libro, ‘Passione di Cristo, passione del cristiano’, decima edizione, ammette di non credere alla divinità di Gesù. Sostiene quanto già sosteneva, agli inizi del secolo, Albert Schweitzer. Come lui, Boff dà per scontato che la divinizzazione di Gesù sia stata fatta dai discepoli dopo la Passione.


Dunque, Gesù non era che un profeta che predicava il Regno imminente. Il Regno non è venuto, lo scacco è stato totale. In questa luce, il grido sulla croce (‘Dio mio, perché mi hai abbandonato?’) esprime la disperazione di un uomo che ha fallito”.


Anche questo revival di vecchie tesi del liberalismo della Belle Époque europea potrebbe confermare il sospetto di molti: certe teologie della liberazione come esportazione verso il Terzo Mondo di prodotti ormai démodés di intellettuali occidentali.

“C’è del vero. Il nocciolo di quelle teologie della liberazione viene dall’Europa ma certa elaborazione in senso violento è poi stata concepita sul posto. Uno dei padri della teologia della liberazione, il tedesco J.B. Metz, ha fatto conferenze in America latina, ma a molti, laggiù, è sembrato troppo astratto: le sue teorie volevano trasformarle in rivoluzione armata. Credo che il documento della Congregazione per la Fede abbia ragione: non ci si può servire delle analisi marxiste solo come una sorta di ‘strumento’ tecnico”.


Si discute anche del vero influsso sul popolo di certe teologie della liberazione: alcuni affermano che si tratta ancora di un fenomeno elitario.

“Molti pensavano che la rivoluzione marxista si sarebbe realizzata in pochi anni. Questo non è avvenuto, ma ora si indottrina il popolo, ‘coscientizzandolo’ con delle pubblicazioni al cui centro c’è il Cristo libertadòr, il ‘sovversivo nazareno’. Ratzinger ha dato la precedenza a questo fenomeno perché qui si toccano i punti decisivi della fede. É urgente che laggiù si faccia qualcosa. I teologi non devono più improvvisarsi sociologi ed economisti. Mi sembra che tutte le teologie della liberazione dimentichino che l’essenziale del Nuovo Testamento è la carità: non occorre altro, basta viverla”.


Ma molti le obietterebbero che carità è proprio aiutare i poveri a fare la rivoluzione.

“Anche il Papa ha detto che bisogna privilegiare i poveri (questo è Vangelo), ma a Puebla ha ribadito anche chiaramente che il cristiano deve rifuggire dalla violenza, che il clero non deve in alcun modo mescolarsi con una politica di parte. I ‘poveri di Jahvè’ della Bibbia non sono affatto il proletariato di Marx”.


I problemi sono tali e tanti che qualcuno, basandosi anche su quanto avviene in questi mesi, teme che la Chiesa possa divenire ingovernabile da Roma.

“Il Vaticano II impiega il termine di ‘comunione gerarchica’ per indicare la comunione di tutti i vescovi con Roma, simbolo visibile dell’unità. C’è da chiedersi se certi episcopati abbiano ancora con il Papa quella ‘comunione nell’amore’ di cui parla, ad esempio, un san Cipriano”.


Lefebvre e i suoi non sono i “veri cattolici”


Il suo discorso ritorna così alle Conferenze episcopali.

“Ad esse, il Concilio dedica una piccola frase. Alcuni ne hanno fatto invece il centro di tutto. Quando la struttura diventa troppo pesante, il vescovo finisce con l’essere paralizzato“.


Qual è il suo giudizio sullo stato attuale della liturgia?

“Se giudico dall’area germanica, ho l’impressione che sia sobria e che, se fatta bene, (cioè in modo davvero pio rispettosa del sacro [sic!] ) sia ben accetta alla maggioranza di quelli che vanno ancora in chiesa.


Una risposta che conforta perché replica a certi ambienti integristi che della riforma liturgica hanno fatto il loro cavallo di battaglia. E il centro del movimento lefebvriano è proprio qui, in Svizzera. Si dimentica troppo spesso che attacchi durissimi al Papa e a Ratzinger continuano a giungere proprio da quella direzione.

“Monsignor Lefebvre e i suoi non sono i veri cattolici. L’integrismo di destra mi sembra ancor più incorreggibile del liberalismo di sinistra. Credono di sapere già tutto, di non avere nulla da imparare. D’altro canto è contraddittoria la loro conclamata fedeltà ai Papi, ma solo a quelli che gli danno ragione. Ma questo attacco a tenaglia, su due fronti, è tipico di ogni fase dopo un Concilio“.


La Chiesa è femmina: Maria viene prima di Pietro


Girando tra Europa e America del Nord si ha l’impressione che le religiose, le suore, siano tra le più sconcertate da certa predicazione, magari le più sofferenti davanti alla crisi

“Per una giusta risposta ai problemi della donna nella Chiesa bisogna ridare il posto che merita a una mariologia molto sobria e insieme molto buona. Bisognerebbe ricordare a tutti i cattolici – a cominciare dalle donne – che, nella Chiesa, Maria ha un posto ancor più alto che quello di Pietro.


La Chiesa è una realtà femminile ed è posta davanti ai successori, maschi, degli apostoli: il principio-Maria (dunque, il principio femminile) è più importante di quello gerarchico stesso, affidato alla componente maschile. Alcune suore – spinte spesso da certa teologia di uomini – non vedono che i curés, i preti, pensano cosi che l’ordinazione sacerdotale rappresenti il massimo del potere nella Chiesa. Ma questo è clericalismo. Maria – e non si tratta di fare del sentimentalismo – è il cuore della Chiesa. Un cuore femminile, che dobbiamo rivalutare come merita, in equilibrio con il servizio di Pietro.


Questo non è devozionismo: questa è teologia della grande tradizione cattolica”.


Dunque, la devozione mariana così singolare di  Giovanni Paolo II ha anche un significato teologico preciso?                                                

 “È così. Il Papa sa che il perno nascosto della Chiesa non è lui, è Maria; non è a caso che abbia voluto ‘Totus Tuus’ come motto del suo pontificato. Non c’è bisogno, forse, di proclamare nuovi dogmi mariani, ma dobbiamo riscoprire la ricchezza di quelli che già ci sono e che sono essenziali all’equilibrio delia fede autentica”.


Tornare al modello tridentino di seminario


Le suore sono spesso in crisi. Ma anche il disagio dei preti non è stato e non è da poco. Quali sono le cause principali?

“È spesso estremamente duro essere inviati in parrocchie scristianizzate, dove il curato non conta più nulla. Una volta era il centro di tutto, ora deve correre dietro a qualcuno per cercare di trattenerlo. Ma per fronteggiare e sopportare questa situazione occorrerebbe un’altra formazione dei preti.


Che intende dire?

Bisogna tornare al modello tradizionale, direi ‘tridentino’, seppur prudentemente aggiornato, di seminario. Io sarei d’accordo di non permettere alla maggior parte dei giovani seminaristi di studiare nelle università, come attualmente avviene. Devono studiare in seminari autentici, che siano seri, ‘clericali’: che li formino, cioè, ad essere ‘clero’, che li preparino al loro sempre più duro servizio. Le università esterne non possono fare questo. Il vescovo deve avere la possibilità di ricreare i seminari secondo le indicazioni date da Roma e nominarvi professori di sua fiducia. Ma spesso, anche se volesse farlo, ne è impedito da tutte le strutture che gli sono state create intorno”.


Il suo bilancio del post-Concilio sembra a chiazze: zone di luce e zone di ombra. Come, in effetti, sembra essere in realtà.

“Dopo ogni Concilio c’è stato il caos. Bisogna mettere nel bilancio anche certe cose che stanno nascendo e che sono come pianticelle; piccole per ora ma già vigorose, i cui semi sono stati piantati dal Vaticano II. Oggi, sulle cattedre di teologia, giunge una generazione che aveva 18-20 anni nel ’68 e che spesso porta nel suo insegnamento uno spirito liberale, di contestazione.


Intanto, i grandi teologi di un tempo non ci sono più. Ma c’è anche una generazione nuova che si sta formando, giovani che si ribellano a certo conformismo, che intendono fare una teologia che sia insieme aperta alla Scrittura e alla grande tradizione cattolica. Anche tra i teologi già in cattedra, ci sono persone solide che stanno ripensando in modo nuovo l’intera fede. Un buon lavoro in questo senso è stato fatto anche dal teologo Ratzinger. Lasciamo che Io Spirito lavori: ci sono dei virgulti che ‘spingono’, che stanno nascendo e che non sono certo contro il Concilio autentico, anzi sono nati da esso”.


Non bisogna ragionare troppo di Chiesa, ma viverla


Tra questi segni di speranza, il prefetto della Congregazione per la Fede mette anche i nuovi movimenti ecclesiali.

“E ha ragione. Essi sono, tra l’altro, la possibilità per la Chiesa di fare una teologia vivente. Ma in alcuni, a uno slancio magnifico fa riscontro una tentazione di chiusura. Il pericolo, per alcuni, è di divenire quasi delle sètte, di chiudersi in se stessi, mentre occorre più che mai ‘abbattere i bastioni’: essere, cioè, proiettati nella missione, verso il mondo”.


Non è, forse, un chiudersi istintivo per cercare di salvaguardare un’identità cattolica che sentono minacciata?

“Io cerco di costruire un istituto secolare al quale intendo comunicare uno spirito molto cattolico, un’identità precisa di Chiesa. Ma, posta questa base, desidero che sia aperto al massimo, a tutti. La casa va sorvegliata e tenuta in ordine, ma le porte devono restare spalancate a chiunque voglia entrare”.


Lei si è formato e ha lavorato per molti decenni nella Chiesa pre-conciliare. Ha poi vissuto, sempre come teologo, questo ventennio di post-Concilio. Che differenze avverte tra le due fasi?

‘Ha ragione il mio amico e maestro De Lubac e ha ragione Ratzinger quando rifiutano di parlare di Chiesa ‘pre’ o ‘post’ conciliare. C’è una sola chiesa. Vedo i pregi e i difetti del prima e del dopo ma ciò che mi è sempre importato è vivere il centro della Chiesa: questo non cambia e non cambierà mai. Non bisogna ragionare troppo sulla Chiesa: bisogna innanzitutto viverla. Essendo al contempo consapevoli che essa sempre è stata — e sempre sarà — un piccolo gregge”.


Sul suo tavolo c’è una foto del Papa. Questo mi conferma quanto è ben noto: la sua amicizia, la sua stima profonda per Giovanni Paolo II. E si sa che i suoi sentimenti sono ricambiati.

“Sì, amo molto questo Papa. Ma in fondo, non è questo che importa. Importante per tutta la Chiesa è piuttosto il fatto che quest’uomo vive di preghiera. Quando torna da quei suoi viaggi massacranti, tutto il suo seguito — dai prelati ai giornalisti — è stordito dalla fatica. Lui no, lui è raggiante: è la preghiera che Io nutre.


Quando è venuto qui in Svizzera, qualcuno a Einsiedeln lo ha ingiuriato. Lui ha taciuto e poi, non si sa come, è sparito. Dopo un po’ Io hanno ritrovato: era in una cappella, prosternato davanti al tabernacolo. Al suo ritorno l’ho visto a Roma: era più che mai fresco, riposato. ‘Santità – gli ho chiesto – come fa a non essere mai stanco?’.


Mi ha risposto ridendo: ‘Questo viaggio in Svizzera non è stato che un allenamento per prepararmi alla visita in Olanda’ [dove infatti la contestazione clerico-progressista arrivò al paradosso dei domenicani che lanciavano sassi contro il papa. Ndr]. Il suo segreto è l’orazione in cui è continuamente immerso”.


Il cristianesimo non è “anonimo”, come vorrebbe Rahner


Tra le cose che sembrano più preoccupare il Papa, nei suoi viaggi al di fuori dell’Europa, sembra esservi soprattutto la caduta della tensione missionaria verso i non cristiani.

“Sì, e di questa caduta è responsabile anche una certa versione, diluita e forse mal digerita, della teologia di Karl Rahner, con la sua teoria del ‘cristianesimo anonimo’. Rahner ha forse fornito l’occasione a certi teologi di esprimere ciò che essi avevano latente: secondo loro, in ogni uomo, qualunque sia la sua credenza (o la sua non credenza) c’è già la grazia, compito del cristiano sarebbe solo quello di fortificarlo nelle sue convinzioni. Poi, c’è stata un’attenzione esclusiva, in ogni caso eccessiva, per la promozione socioeconomica: è il Vangelo, in realtà, la prima ricchezza che dobbiamo donare ai poveri.


Non si può rimandare l’annuncio del Cristo morto e risorto a quando saranno stati risolti i problemi economici”.


Dialogare, senza illusioni


Come svizzero di lingua tedesca, lei è da sempre molto attento ai problemi dei rapporti tra le varie confessioni cristiane. Che giudizio dà dell’attuale momento ecumenico?

“Purtroppo, il dialogo si è rivelato un fantasma, una chimera. Non è possibile dialogare con le Chiese che non hanno quel centro di unità visibile, concreto, che è il Papato. Le Chiese protestanti sono talmente frantumate in tante denominazioni e divise poi al loro stesso interno, che ci si può intendere con una persona, con un teologo; ma tutto si ferma lì perché certamente altri verranno a dire che non la pensano allo stesso modo.


Ne ho avuto esperienza personale con Karl Barth: con molti incontri, con molto lavoro ci sembrava di essere giunti a una possibile base di accordo. Ma quando l’abbiamo resa pubblica, ecco insorgere subito un altro professore di teologia di Zurigo, e poi un altro e un altro ancora, anch’essi protestanti ma in completo disaccordo con quanto diceva Barth. E ciò vale per tutto il mondo nato dalla Riforma; nessuno, ad esempio, potrà mai far sì che l’anglicanesimo sia una Chiesa, diviso com’è da sempre in vari tronconi”.


Una situazione deludente. Ma che, ci si augura, non vale però per le Chiese delI’Oriente ortodosso.

“Purtroppo vale anche per loro. Hai un bell’abbracciare Atenagora: ci sarà sempre un altro metropolita, un altro archimandrita, un altro vescovo che non è d’accordo. Anche nel discorso ecumenico, dunque, occorre realismo: la situazione (lo abbiamo visto di recente con il documento di Lima su Battesimo, Eucaristia, Matrimonio costato molto lavoro e respinto da molte Chiese) non permette di farsi illusioni”.


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