Archivio - L'intervista proibita e perduta - PARTE I

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L’intervista proibita e perduta - PARTE I



Quanto segue è la versione di un libro-intervista scomparso e messo al bando trent’anni fa: il controverso colloquio di Vittorio Messori e Hans Urs von Balthasar, é stato pubblicato da pochi giorni dal sito Papale Papale ed integralmente ricopiata dal suo direttore, Antonio Margheriti Mastino. Il quale racconta -e fa raccontare a Vittorio Messori- nella succosissima prefazione al testo dell’intervista i retroscena ed i postscena di questo caso editoriale che non potè diventarlo. Un racconto che potrete leggere direttamente qui. Ringraziamo PapalePapale.com e Antonio Margheriti Mastino per il contributo di questo prezioso (ed attualissimo ) testo a questo nostro archivio messoriano.

   

***

“Mi raccomando – dice congedandoci dopo un lungo colloquio –. Non fate di me una vedette. Ciò che importa sono i problemi, non la mia persona”. Deve partire, l’abbiamo trattenuto più del previsto, ma con un tocco che rivela la sua attenzione alle persone, si informa del nostro programma, vuole darci alcune indicazioni concrete. “Tenete presente il buffet della stazione: il prezzo è buono e non si sta male”.


Alto, asciutto, vestito austeramente di scuro, lucidissimo: a 80 anni il “grande vecchio di Basilea”,“l’uomo più colto del secolo”, l’autore di quasi settanta libri che hanno segnato a fondo il nostro tempo (e il recente Premio Paolo VI lo ha riconfermato), Hans Urs von Balthasar, insomma, è più attivo e presente che mai.


Per molti, quest’uomo sembra rappresentare la sintesi vivente di ciò che dovrebbe essere il teologo secondo lo spirito del Vaticano II. Eppure, fu escluso dai lavori di quel Concilio per il quale aveva profondamente contribuito a creare un clima propizio.


Anche nella Roma di Papa Giovanni si diffidava dì lui e delle sue aperture, della sua attenzione ai sogni del tempo. Soltanto nel 1969 finiva il suo lungo esilio “ufficiale”, con la chiamata — fattagli da Paolo VI — alla Commissione teologica internazionale che affianca la Congregazione per la Dottrina della Fede.  


Pensatore tra i più moderni, e insieme incrollabilmente radicato nella grande tradizione della Chiesa, il destino di von Balthasar è stato quello di altri grandi vecchi della teologia cattolica, da Maritain al suo amico e maestro De Lubac in odore di “progressismo” prima del Vaticano II,  in sospetto di “moderatismo”  dopo,  stando almeno alle lobbies che controllano e manipolano gran parte dell’attuale informazione ecclesiale. Nessuno però, né prima né dopo, ha mai messo in discussione la sua straordinaria statura teologica e, quel che più conta, spirituale. I molti volumi di Gloria, la sua opera maggiore, sono già tra i classici: ma è ben noto anche il suo coinvolgimento nella teoria e nella pratica della mistica in cui vede il vertice dell’esperienza religiosa.


Lo studio è dominato da una grande statua in legno della Vergine mentre, proprio sopra la porta, è collocata quella tragica Crocifissione di Grunewald davanti alla quale Dostoewskij cadde nel delirio epilettico: forse l’immagine pittorica più consona a illustrare il “Gesù sarà  in agonia sino alla fine del mondo” di cui parlò quell’altro grande, Blaise Pascal, carissimo a von Balthasar.


Assieme alla Trinità, a Maria, alla Chiesa, al centro della sua riflessione vi è da sempre“il caso serio”  della Croce che giudica ogni ottimismo umano troppo facile e superficiale.


Sulla scrivania, sotto una piccola foto di Giovanni Paolo II, è aperta la Basel Zeitung, uno dei tanti giornali del mondo che hanno pubblicato l’ultima, furibonda aggressione di Hans Kung al Papa e ai suoi diretti collaboratori.


Iniziando il colloquio, viene spontaneo chiedergli se ha già letto il testo di quel suo collega nato, come lui, nel cantone di Lucerna. Scuote il capo, come rattristato, parla a voce bassa, guardando fisso negli occhi:

***

Kung non è più cristiano da un pezzo

“Sono almeno dieci anni che quest’uomo ripete sempre le stesse cose. Il solo fatto nuovo è il crescere del tono polemico. In realtà, sin dai tempi del suo libro ‘Essere cristiani’, Hans Kung non è più cristiano”.


Vorrà dire non più cattolico.

No, non è più cristiano. Basta leggere i suoi ultimi libri, anche quello recentissimo sulle altre religioni: Kung non è più cristiano.


Per lui, Gesù non è altro che un profeta; il problema, dunque, si riduce a una discussione se sia stato o no un profeta maggiore di Budda, di Confucio, di Maometto. Non a caso è stato invitato da Khomeini in Iran per delle conferenze, dove ha ribadito che c’è un solo Dio e tanti profeti. Ormai, per lui — lo dice chiaro, appunto, in quel suo libro non ancora tradotto in italiano — il cristianesimo è una via di salvezza tra le tante.


Se davvero è così, è inutile attardarsi in quel “dialogo” che pur pretende con toni tanto urlati dalla gerarchia cattolica.

“Kung si situa ormai fuori per sua scelta, dalla Chiesa: dunque, non ha più nulla da dire ai vescovi. In realtà, non ha più nulla da dire neanche ad altri, a cominciare dai protestanti. In effetti, da quando il suo Istituto di teologia ecumenica non è più riconosciuto come cattolico, Kung rappresenta solo sé stesso.


Forse, anche per questa situazione in cui si è trovato, ha spostato il discorso dall’ecumenismo tra cristiani a quello con le religioni non cristiane”.


Eppure, si ha l’impressione che continui ad esercitare una notevole influenza: tutti i grandi quotidiani borghesi del mondo opulento hanno dedicato pagine e pagine alla sua requisitoria contro il Papa e Ratzinger.

 “Il settore che rappresenta è quello di una certa intelligencija, ma con sempre minor peso: in Germania ha perso influenza ed è di rado invitato per conferenze, soprattutto nelle università. Così, viaggia all’estero: è conosciuto come un buon oratore e, soprattutto, come un nemico di Roma. Questo gli attira molte simpatie, in certi ambienti”.


La virulenza dell’attacco all’attuale prefetto della Congregazione per la Fede ha stupito anche coloro che conoscevano i suoi rapporti tesi con il professor Ratzinger, quando entrambi insegnavano a Tubinga.

“Credo che sia esasperato anche dalla progressiva perdita di ascolto. Tra l’altro, è una menzogna l’accusa a Ratzinger di essere cambiato da quando ‘ha fatto carriera’, come dice lui. Io conosco Ratzinger da sempre e sempre è stato così, sempre l’ha pensata così.


In ogni caso, non è Ratzinger ma Kung che attacca il Vaticano II giudicandolo ancora ‘clericale’, angusto, insufficiente, chiedendo dunque un Vaticano III. Ratzinger è fedele al Concilio e il suo ‘Rapporto sulla fede’ lo dimostra”.


Ratzinger ha ragione su tutto


L’edizione tedesca è uscita da poche settimane. L’ha già letta?

“Certo che l’ho letta. Che ne penso? C’è poco da dire: Ratzinger ha ragione. Qualcuno chiama pessimismo quello che non è che realismo: chi ha il coraggio della verità deve riconoscerlo. Nessuno parla di questa immensa, spaventosa defezione di preti e di suore: se ne sono andati, e continuano ad andarsene a migliaia”.


Dunque, Lei si riconosce nella lettura data da Ratzinger di questi ultimi vent’anni?

“Ci si può chiedere se la colpa di ciò che è successo è del Concilio (e Ratzinger l’esclude) o se c’erano già prima le condizioni che avrebbero provocato lo scatenarsi della crisi. È certo che Giovanni XXIII (quello autentico, non quello di un certo mito creato dopo la sua morte) non si aspettava che le cose sarebbero andate in questo modo”.


Eppure, Lei è tra coloro che prepararono il clima che avrebbe portato al Concilio. Il suo libro “Abbattere i bastioni”  è del 1952 e le procurò grossi problemi con Roma.

“C’è stato un equivoco attorno a quel libro. Io volevo che si ‘abbattessero i bastioni’ non certo perché si scappasse dalla Chiesa, ma per permettere alla Chiesa stessa di essere sempre più missionaria, di annunciare con ancor maggiore efficacia il Vangelo”.


Anche l’intenzione primaria dei Padri conciliari era missionaria ma si ha l’impressione che, invece di proiettarsi ad extra, ci si sia ripiegati ad intra, in una interminabile discussione tra noi a uso interna.

“Ma sì, tutti questi documenti che nessuno legge, questa carta che io stesso sono costretto ogni giorno a cestinare, tutte queste strutture, questi uffici delle nostre conferenze episcopali e delle nostre diocesi! Gli stessi che chiedevano lo snellimento della Curia romana hanno contribuito a creare una miriade di mini-curie alla periferia della Chiesa”.


La burocrazia clericale che soffoca la missione cristiana


Dunque, lei concorda anche con le denunce del pericolo che la Chiesa  con lo sviluppo ipertrofico delle strutture clericali si trasformi in un’enorme burocrazia fine a sé stessa.

“Certo. Rileggiamoci anche qui il Vangelo: Gesù ha sempre designato a un servizio delle persone, mai delle istituzioni. Della struttura fondante della Chiesa fanno parte le persone dei vescovi, non gli uffici burocratici. Niente di più grottesco che pensare a un Cristo che volesse istituire delle commissioni! Dobbiamo riscoprire una verità cattolica: nella Chiesa, tutto è personale, niente deve essere anonimo.


Sono invece delle strutture anonime quelle dietro le quali si nascondono ora tanti vescovi. Commissioni, sottocommissioni, gruppi e uffici di ogni tipo… Si lamenta [sic!] che mancano i preti, ed è vero; ma migliaia di ecclesiastici sono addetti alla burocrazia clericale. Documenti, carte che non sono lette e che comunque non hanno alcuna importanza per la Chiesa viva. La fede è ben più semplice di tutto questo”.


Ma perché, a suo avviso, questo avviene?

“Forse, hanno l’impressione di fronteggiare così la crisi, di fare qualcosa. Siamo in un mondo tecnico e allora ci si rivolge ai computer. Nelle nostre diocesi adesso è arrivata anche l’elettronica, si sfornano tabulati con le statistiche della frequenza alla Messa, delle comunioni distribuite… Il che, oltretutto, non ha proprio alcuna rilevanza: questo tipo di conti può e deve tenerli solo Dio per il quale una sola comunione vera vale più di mille superficiali registrate dal computer”.


Secondo molti il problema più urgente oggi è quello della crisi del concetto autenticamente cattolico di Chiesa. Dicono che occorrerebbe parlarne al Sinodo.

“Forse, il Vaticano II si è fermato troppo a parlare della struttura della Chiesa. La Lumen gentium  di cui parla la Costituzione conciliare non è la Chiesa, è Cristo. È certo che, con una lettura parziale del Vaticano II, si è fatta della Chiesa più un gruppo sociale che non misterico, sacramentale.


Vediamo invece che sin dagli inizi la comunità cristiana ha una struttura, una gerarchia, volute dal Cristo e basate sul collegio apostolico. Certa, quello che la gente d’oggi cerca è il Cristo non la Chiesa, che nel suo volto visibile non sembra credibile a molti che ne sono all’esterno.


Nella nostra predicazione,  occorre mettere più che mai in rilevo l’unicità di Gesù, la sua persona: è Lui che attira gli uomini di sempre. Ma poi come ricorda giustamente il Vaticano II, non dobbiamo dimenticare che non c’è Cristo senza la Chiesa e quindi dobbiamo mostrarne l’assoluta necessità”.


Oltre a questo tema dell’ecclesiologia, quale argomento vedrebbe volentieri al centro dei lavori del prossimo Sinodo straordinario?

“Ci si potrebbe ricordare di quanto diceva il mio amico Karl Barth, il grande teologo protestante che, in una conferenza alla radio nei suoi ultimi anni ammonì: ‘Cattolici, non fate le betises, le sciocchezze, che noi protestanti abbiamo fatto a partire da un secolo fa!’”


Scegliendo tra queste betises, quale, secondo Lei, la più urgente da sottoporre all’attenzione del Sinodo?

“Forse, è il problema di cui si è parlato molto al recente convegno romano su Adrienne von Speyr. Il problema cioè dello studio della Bibbia, dell’esegesi cosiddetta ‘scientifica’. 


Questi specialisti hanno fatto molto lavoro, ma è un lavoro che non nutre la fede dei credenti. Bisogna riscoprire una lettura più semplice della Scrittura, mettere l’esegesi ‘scientifica’ in equilibrio con quella ‘spirituale’, non tecnica, della grande tradizione patristica. Non credo che il Sinodo potrebbe risolvere questo problema: potrebbe però fare un auspicio in tal senso”.


Rifare catechismo


Non si può, peraltro, impedire con un decreto il lavoro degli esegeti.

“Infatti non dico questo. C’è però il dramma degli stessi specialisti, spesso cristiani buoni e pii, che devono però fare un lavoro al livello di quelle università in cui sono inseriti. E’ una condizione non sempre facile da vivere. C’è infatti il diritto degli studiosi a guardare la Scrittura come a un vecchio libro tra tanti e quindi da studiare con le stesse tecniche impiegate per gli altri testi.


Ma la Scrittura che conta per la fede non è questa: ciò che conta è la Bibbia vista come il luogo dove lo Spirito Santo parla del Cristo, in modo nuovo, a ciascuna generazione”.


L’approccio “scientifico” alla Scrittura sembra avere un fall-out, una ricaduta sconcertante nella pastorale quotidiana.

“In effetti le ipotesi degli specialisti giungono diluite se non deformate ai preti, ai laici, e fanno dei guasti.


Anche di recente ho ascoltato un’omelia dove un parroco spiegava l’incontro dei discepoli col Cristo, sulla via di Emmaus, sentendosi in dovere di avvertire i suoi ascoltatori che non si tratta di un episodio ‘storico’. Questo dubbio coinvolge persino la realtà, la materialità della radice stessa della fede: il racconto della Risurrezione”.


Forse, questo sconcerto tra la gente comune è aggravato dal fatto che molti non sono più raggiunti dalla catechesi. C’è qualche insegnante che segnala come molti laici affollino i suoi corsi di teologia senza però conoscere la base. E cioè, il catechismo.

“Sì, bisogna tornare a dei catechismi seri, autentici. Anche qui Ratzinger ha ragione, dobbiamo ritrovare la struttura ineliminabile di ogni vera catechesi: il Credo, il Pater, i Sacramenti, il Dio creatore, il Dio redentore, lo Spirito che vive nella Chiesa. Non è più ammissibile che ciascuno si faccia un testo a suo gusto: da noi, nell’area germanica, ne circolano a centinaia. Spesso non sono neppure autenticati dai. vescovi”.


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