Ma l'Italia resta sotto le macerie

Marcello Veneziani

Ma l’Italia resta sotto le macerie


C’è una vecchia signora che non è stata ancora estratta dalle macerie. È ferita e malata, ed è sepolta sotto i detriti della sua stessa casa. Si chiama Italia.


I soccorsi non mancano anche se sono enormemente enfatizzati dalla macchina dei media e delle istituzioni, ma i tentativi per tirarla fuori viva dalle macerie sono inefficaci, se non sbagliati; non si scava nel posto giusto o si teme che smuovendo le pesanti coltri sotto cui è sommersa, cadano su di lei.


Da tempo questa signora è sotto le macerie. Macerie materiali – di terremoti, frane, alluvioni, incendi che si abbattono su di lei con una frequenza eccezionale – e macerie sociali, morali e spirituali che la distruggono da dentro, nell’intimità, spingendosi fino all’interiorità.


È un perdersi d’animo che deriva da una perdita dell’anima profonda del Paese, è un seppellirsi sotto le macerie del suo passato prossimo e uno scemare dei tentativi veri, non fittizi, non urlati, di portarla in salvo.


Io la intravedo quest’Italia nel pozzo profondo delle sue rovine, sento i suoi lamenti e le sue imprecazioni ma avverto come tanti la sensazione d’impotenza, anche perché ho l’impressione che una parte di me, di voi, stia con lei sotto le macerie e non si possa muovere.


Paralizzata, tra tonnellate di detriti incombenti, schiacciata sotto il peso del suo passato, incapace di vedere uno spiraglio di luce.


Quando avviene un terremoto hai l’esatta rappresentazione della condizione in cui si trova l’Italia. I soccorsi sono tempestivi e alacri, e dimostrano tutta l’umanità di cui è capace questo Paese quando si trova davanti a una tragedia.


Ogni storia diventa poi una saga di eroismo e santità, un mito che si ripete nelle immagini dei media come un mantra, a rullo, e suscita emozione e solidarietà a catena, fino alla nausea.


Si cercano nelle macerie piccoli eroi e grandi martiri, storie toccanti da raccontare, narrazioni commoventi per mostrare che nell’emergenze questo paese tira fuori risorse di ardimento e dedizione, pietà e solidarietà che neanche te l’immagini.


Ma sempre sotto l’emergenza. Perché quel che emerge dopo ogni sisma, anzi prima ancora che partano le indagini, come un sentore diffuso e un pregiudizio troppe volte confermato, è l’infamia del prima e del dopo.


Ovvero, nulla da dire sulle squadre di vigili, volontari, medici e infermieri: ma c’è sempre alle origini una mancata prevenzione, un’incauta previsione e sottovalutazione, una stratificazione di errori, abusi, disattenzioni, magagne.


E c’è sempre nella ricostruzione una lentezza, una goffaggine, un’inefficacia, un vizio d’opera o di burocrazia, un rimbalzo di colpe e di speculazioni da far rabbia e paura. L’umanità è spesa tutta nelle ore del soccorso, il passato e il futuro cadono invece tra ombre, recriminazioni e infamie.


L’abnegazione è rivolta agli uomini da soccorrere, e la priorità in effetti è quella; ma scivola sulle cose, sulla precisione, la puntualità, gli affari e malaffari che avvolgono i disastri prima e dopo che accadano.


E il terremoto diventa metafora per raffigurare la più ampia collezione di macerie materiali e immateriali che gravano sulle nostre spalle. Le rovine del presente sovrastano per peso e quantità perfino le rovine cospicue del passato stratificate nei secoli, nei millenni.


A un anno esatto dal sisma del centroItalia le rovine sono ancora là: Accumoli, Amatrice, Arquata, siamo ancora alla lettera A nell’alfabeto delle macerie.


L’Italia resta sotto il cumulo di macerie, e nessuno riesce a tirarla fuori, nonostante la sollecitudine dei soccorsi, la pietà dei discorsi e le telecamere dei media che frugano tra gli scavi.


MV, Il Tempo 24 agosto 2017


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