Prima la strage poi il gran ballo delle ipocrisie

Massimo Fini massimofini.it

Prima la strage poi il gran ballo delle ipocrisie


Gli attentati degli jihadisti sono una cosa atroce.


Ma più atroce, se possibile, è quello che viene dopo. Si sono viste persone che, passato il pericolo, invece di aiutare i feriti filmavano la scena con i loro smartphone e coppie che si facevano dei selfie avendo cura che, alle loro spalle, fosse ben visibile il macello, selfie che poi fanno circolare orgogliosamente su Facebook.


Poi inizia il gran ballo funebre delle ipocrisie, delle cerimonie, delle manifestazioni, delle gare a dimostrarsi i più coinvolti, i più emotivamente colpiti, i più buoni.


Una porzione del marciapiede su cui è avvenuta la strage è stata sostituita da una lavagna su cui ‘la gente comune’ scrive le solite banalità e falsità, più o meno le stesse degli uomini politici: “siamo tutti catalani”, “il terrorismo non ci piegherà”, “non abbiamo paura”.


Se conservassero un po’ di sincerità o di senso del pudore queste persone forse scriverebbero: sono felice di averla scampata bella.


Ci sono poi i reportage dalle cittadine o dai quartieri dove vivevano le vittime. Tutti si premurano di affermare che erano tutte delle brave persone, gli uomini dei mariti esemplari e le donne delle spose fedeli.


Il che sarà anche vero. Ma è totalmente privo di senso. Non è che queste stragi sarebbero meno gravi se gli uomini fossero dei fedifraghi e le donne adultere.


C’è quindi l’inevitabile retorica sui bambini. E certamente in queste ‘stragi degli innocenti’ i bambini sono i più innocenti di tutti, lo sono per definizione. Ma lo sono anche quelli degli altri, che non sono meno bambini dei nostri bambini.


Nella prima Guerra del Golfo (1990) gli americani per non affrontare fin da subito l’imbelle esercito iracheno (che era stato battuto persino dai curdi, in soccorso di Saddam dovette intervenire la Turchia) bombardarono per tre mesi Baghdad e Bassora uccidendo 158mila civili fra cui 32.195 bambini.


Una volta lo dissi a Zapping, quando questa trasmissione era condotta da Aldo Forbice. Mi aspettavo grida di orrore o che mi dessero del bugiardo mascalzone. Invece né l’una cosa né l’altra (del bugiardo non potevano darmi, la fonte era al di sopra di ogni sospetto: i dati provenivano dal Pentagono, anche se erano sfuggiti di mano perché una coraggiosa funzionaria, Beth Osborne Daponte, poi licenziata in tronco li aveva rivelati) la notizia scivolò subito via parlando di Rutelli e altre nullità dell’epoca.


Nelle stragi jihadiste sguazzano poi le tv, i talk, i social media che, come ha notato su questo giornale il generale Mini, amplificando a dismisura questi episodi fanno solo il gioco della Jihad aumentando la potenza del terrore, quello reale e, soprattutto, quello psicologico.


Che ad onta di tutti gli atteggiamenti pettoruti e muscolari dei leader e di chi scrive sulle lavagnette è enorme. Emblematico è l’indecoroso spettacolo visto in Piazza San Carlo a Torino dove per un solo rumore sospetto una folla priva di ogni freno inibitorio e perduta ogni dignità si urtava, sgomitava, calpestava provocando 1.500 feriti, alcuni gravi, e un morto (ci fu qualcuno che, vedendo un bambino a terra che stava per essere calpestato dagli indemoniati, un uomo alto e robusto che, gridando: “c’è un bambino a terra, c’è un bambino a terra”, allargando le braccia riuscì a stoppare i codardi, ma non era un italiano, era un nero, un disprezzatissimo migrante africano).


Qualche lettore penserà forse che io tifo per la Jihad. Per la verità sono stato il primo, e l’unico, prima ancora che l’Isis si chiamasse Isis e il Califfato non esisteva ancora ma si definiva ‘Stato Islamico dell’Iraq e del Levante’ a scrivere che era “il più grave pericolo per l’Occidente dopo la Seconda Guerra Mondiale” (presentazione del mio libro Il vizio oscuro dell’Occidente del 2012).


Ciò che mi aveva insospettito era proprio quell’aggiunta “e del Levante”. Voleva dire che aveva ambizioni che andavano molto al di là dell’Iraq. Nessuno mi dette credito.


È il mio eterno ed esasperante destino di Cassandra. E ora l’Isis ce lo troviamo davanti. E che si siano rase al suolo le sue roccaforti in Iraq, Mosul e Raqqa (facendo alcune decine di migliaia di morti fra i civili sunniti e inventandosi la favoletta che costoro erano costretti a rimanere in quelle città dall’Isis, come se poche migliaia di guerriglieri, che oltretutto avevano altro da fare, potessero controllare un milione di persone) conta fino a un certo punto.


Perché l’Isis è un’epidemia che sfrutta l’elemento religioso, ma le cui radici più profonde sono sociali. Ed era prevedibile che sconfitto da forze enormemente superiori, sia in senso numerico che tecnologico, in Medio Oriente avrebbe intensificato i suoi attacchi in Europa con il mezzo che in una ‘guerra asimmetrica’ è inevitabile: il terrorismo.


In ogni caso la nascita di un fenomeno come quello dell’Isis dovevamo aspettarcelo dopo la filiera di guerre contro i Paesi musulmani inanellata nell’ultimo decennio. 2001: aggressione all’Afghanistan.


Le vittime civili non sono calcolabili perché non sono mai state calcolate. Gli afghani infatti hanno il grave torto di non essere né arabi, né cristiani, né ebrei e di loro si può fare carne di porco.


Stime a braccio danno le vittime civili in sedici anni di guerra fra le 200 e le 300mila.


2003: Iraq. Le vittime civili causate, direttamente o indirettamente, dall’intervento americano sono 650mila. Il calcolo è stato fatto molto semplicemente da una rivista medica inglese che ha confrontato il numero dei morti, nello stesso periodo di tempo, durante il regime di Saddam e gli anni della guerra americana. 2011: Libia.


Anche qui il numero dei morti civili non è stato finora calcolato con esattezza. En passant si può ricordare che in un attacco aereo al palazzo dove si trovava Gheddafi furono uccisi 2 suoi nipotini.


Che erano bambini anche loro. In ogni caso le tragiche conseguenze dell’eliminazione del dittatore libico sono oggi sotto gli occhi di tutti. E non è stato solo un errore, come pudicamente diciamo, ma una serie di orrori di cui siamo responsabili.


A questo discorso si lega in qualche modo la vicenda di Giulio Regeni tornata all’onor del mondo dopo che il governo italiano ha deciso di rinviare il nostro ambasciatore al Cairo.


Si lega almeno dal lato dell’informazione. Le responsabilità dell’Università di Cambridge e soprattutto della tutor di Regeni, Maha Abdelrahaman, nell’aver inviato un ragazzo sprovveduto al Cairo per un improbabile ricerca sui ‘sindacati indipendenti’ senza metterlo in guardia sui rischi che correva sono fuori discussione.


E Il Fatto sta insistendo molto su questo aspetto. La tutor, egiziana, che è stata docente di sociologia all’Università del Cairo, non poteva non sapere quale era la reale situazione in Egitto. Ma il giovane Regeni è stato tratto anche in inganno dalla completa ‘disinformatia’ che i giornali occidentali hanno steso sul generale tagliagole e golpista Abd al-Fattah al-Sisi occultando la sua sanguinaria repressione degli oppositori e di ogni tipo di dissenso.


Anche da questo punto di vista noi abbiamo la coscienza pulita. Sul colpo di stato di Al-Sisi e sulle sue conseguenze abbiamo scritto una serie di articoli: Egitto, l’assurdo processo a Morsi (Fatto del 9/11/2013); I casi di Egitto e Ucraina la democrazia funziona solo quando ci fa comodo (Fatto del 31/1/2014); Al-Sisi, il criminale che piace all’Occidente (Fatto del 31/1/2015); Se l’Occidente democratico sta con i tagliagole d’Egitto, allora io sono antidemocratico (Fatto del 29/6/2015); Doveva morire Giulio perché l’Italia scoprisse il mostro Al-Sisi? (Fatto del 11/2/2016); Ops, ci siamo sbagliati: i Fratelli Musulmani erano meglio di Al-Sisi (Fatto del 15/4/2016); Altro che pace: il Papa non stringa mani insanguinate (Fatto del 18/4/2017); C’è dittatore e dittatore: Maduro è brutto, Al-Sisi è bello (Fatto del 15/8/2017).


La Jihad può fare orrore. Ma la ‘cultura superiore’, nuovo modo di declinare il razzismo poiché quello classico, dopo Hitler, è impraticabile, fa schifo. E non è detto che i due fenomeni non siano complementari.


Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano del 23 agosto 2017


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