CERONETTI FA 90 E FA PAURA

Bruno Quaranta per La Stampa dagospia.com

CERONETTI FA 90 E FA PAURA



Canuto? No. Una cascata di capelli finissimi, forse i fili che animano le sue marionette. Stanco? Semmai, stanca è la carta, che, nulla die sine linea, dissemina di inchiostri roventi, sapienziali, lucidamente disperati. Vecchierel? Ma se Vegliardo è un appellativo di Dio nella Bibbia di cui è ostinato e raffinato rabdomante... 


Compie novant’anni oggi, Guido Ceronetti, vox clamans nel deserto, nella nostrana terra desolata. Li festeggia a Cetona, il ritiro, la spelonca, la culla da chissà quante stagioni. Via via identificandosi con «le piante più essenziali della regione», come le narrò Ottone Rosai: «... bitorsoluti e contorti come gli ulivi, secchi e irsuti come le viti, forti e sereni come le querce e i castani». 


Questa sera, a Cetona, celebra con il Teatro dei Sensibili «novant’anni di solitudine». È così solo?  


«In senso stretto, no. Ho avuto diverse compagne, e fedeli amicizie, e il teatro, ne ho fatto tanto, spesso in strada, incontrando l’Altro, gli Altri. Novant’anni di solitudine è un calembour che discende, va da sé, per li rami di García Márquez». 


Il suo amico per eccellenza?  


«Emile Cioran. Un dualista, una sentinella, un “sensitivo”, tra il Bene e il Male, di spessore mistico. Riteneva, come i miei carissimi Càtari, che la creazione sia frutto delle Tenebre. Ancorché gli appartenesse il Dio che può salvarci di Heidegger». 


I Càtari che riconducono a una terra, il Chierese, a lei cara...  


«I Càtari di Andezeno, dov’è la tomba di famiglia. E dove sarò sepolto. Ma non con i miei. Aspiro a una dimora privata». 


La reincarnazione era un dogma della Chiesa càtara...  

«Oh, no! Fuggo il pensiero di riapparire in questo blasfemo mondo».  


Neanche una Luce? Infondata l’attesa del Messia?  

«Ho raccolto le mie poesie attinenti al Messia. Escono in occasione del genetliaco. Certo, pensare messianicamente tratterrebbe la mente dal precipitare nell’incretinimento generale. Ecco: salvifica è la speranza cieca che il Messia verrà». 


Quali le Luci, quali le sue Lanterne?  

«Le Luci, le particelle di Luce che pure ci sono. Shakespeare e Dante sarebbero forse figli delle Tenebre? Ci assicurano che le Tenebre non trionferanno. Ma bisogna prima che questo mondo finisca». 


Novant’anni a Cetona. Perché non celebrarli a Torino, dov’è nato?  

«Torino è una città degradata, mi inocula tristezza. A Torino, a proposito, mi sento solo, incurabilmente solo». 


In che cosa consiste la torinesità?  

«Vi ho riflettuto, non saprei rispondere. Non sono un cittadino torinese. Non sono uno scrittore torinese. Sono uno scrittore italiano. Dov’è la lingua, è la patria». 


C’è un luogo di Torino che le è particolarmente caro?  

«Mah...». 


Magari il cimitero di San Pietro in Vincoli, dov’era solito passeggiare?  

«Ma non c’è più quel cimitero. Tra i luoghi che ho amato, c’è il Cottolengo. Sono un partigiano della compassione, come virtù delle virtù». 


Quale scrittore torinese stima?  

«L’unico che conosco e apprezzo è Cesare Pavese. Il suo Diario è un vertice del Novecento. Nessuna osservazione è sprecata».  


Il mestiere di vivere. Raggiunta una veneranda età, può offrire un consiglio?  

«Come stare in questo mondo? Di ottimismo non sono fornito. Beninteso, non invito a uccidersi... Si è soli, vae solis!». 


C’è un libro che durante il passaggio terreno può venire in soccorso all’uomo viandante?  

«Oh, sì! L’Ecclesiaste. C’è un tempo per tutto».  


La Bibbia. Da lei, di libro in libro, tradotta. Un autentico corpo a corpo. Quale insegnamento ne ha ricavato?  

«La Signoria della Parola. Alla radice della Parola. Andarvi è taumaturgico».  


Le capitò di definire un vocabolario «monumento all’allibire». Quali vocaboli, tra i molti, incenerirebbe?  

«Anglicismi a parte, “puzza” e “potta”, ad abundantiam nell’Aretino. Una volta, con un’amica, girovagammo su queste colline addirittura urlando lo scioglilingua: “Puzza che potta, potta che puzza”. Ma non ci sentirono, di sicuro non ci capirono». 


Che cosa scorge nella corruzione della Parola?  

«Annuncia la fine del mondo. Lo stravolgimento della Parola... Nei Vangeli gnostici si domanda a Gesù: quando verrà la fine? La risposta è inequivoca: quando la donna sarà resa maschio e i due diventeranno uno. La Babele linguistica, la Babele antropologica...». 


La donna, «mistero senza fine bello», secondo Gozzano, Per lei?  

«La donna è la porta dei sogni. Non dimenticando, certo, che sono donne le Parche...». 


Noi e l’Islam. Che cosa accadrà?  

«L’Islam. È attraverso il disfacimento della Parola che si capisce quanto va succedendo. Il jihad, come scintilla coranica. è lo Sforzo del credente verso la Perfezione. Un termine che, confiscato, depauperato, vilipeso il senso religioso, significa oggi semplicemente esercito...». 


Quarant’anni fa moriva Carlo Casalegno. Che ricordo ne serba?  

«A La Stampa fui chiamato da Alberto Ronchey, che, come me, non rinunciava alla siesta pomeridiana. Quanto desideravo, all’università, seguire le lezioni di Filosofia medievale di Mazzantini. Peccato che le tenesse alle 14, a quell’ora crollavo, crollo...». 


Casalegno?  

«Siamo diventati amici a poco a poco. Era, per me, il Direttore. Il curatore dei miei scritti. E fra gli spettatori appassionati dei miei spettacoli marionettistici». 


Casalegno vittima del terroristi. Quale la radice del terrorismo?  

«Il terrorismo è germinato all’interno del Pci, è insito nel suo albero genealogico, nella sua radice leninista, Lenin, il Robespierre russo». 


Lei e La Stampa. Nel giornale «azionista» di Bobbio, Galante Garrone & C. non ritiene di aver interpretato l’anima reazionaria?  

«Una definizione non illegittima, vero, ma che non mi comprende. Reazionario perché nelle notti o veglie di Pietroburgo di De Maistre riconosco svariate affinità. Vade retro, prima di tutto, il Terrore della Rivoluzione francese». 


Tra i suoi eteronimi quale predilige?  

«Filosofo Ignoto. Riecheggiante il philosophe inconnu Louis Claude de Saint-Martin. Il martinismo è lo gnosticismo di un’epoca in cui fioriva il messianesimo del 1789, spazzato via dal 1793, dal Terrore». 


A quando un Meridiano Ceronetti?  

«Lo si immaginò, con Renata Colorni. Ma ero svogliato a farlo. Mi sembrava di trasformarmi in un postero, di chiudermi in un mausoleo». 


ht Pizzi

C’è tempo, per sillabare con Montale, che «l’inferno è certo», e, raggiunta la riva acherontea, riconoscersi fra color che sanno di dantesca memoria. Un uovo, un pomodoro, il tè, un brodo, anche oggi, soprattutto oggi: così Ceronetti tiene a bada le disperazioni. L’Apocalisse invocata nei suoi versi («Bello fu il giorno e chiara la mattina / E la terra fu tutta una rovina») può attendere. 



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