Come reagire al terrore

Marcello Veneziani

Come reagire al terrore


Ma come dovremmo reagire al terrorismo che riappare feroce appena finisce in secondo piano o tra parentesi? Far guerra al terrorismo molecolare, diffuso, è come voler cannoneggiare alle mosche.


Non riesci a prendere la mira, il bersaglio è troppo piccolo, mobile, imprevedibile, e si posa nei luoghi più diversi, per poter pensare di colpire nel segno senza distruggere tutto quello che c’è intorno.


Non ci si può barricare in casa, serrare porte e finestre per impedire che entri, anche perché è più probabile che quelle mosche sanguinarie siano già dentro.


Certo, la prevenzione riduce di gran lunga i rischi: infiltrare, vigilare, colpire prima che accadano i massacri. E controllare luoghi di culto e d’incontro degli islamici, filtrare gli accessi, ridurre gli arrivi, scoraggiarli in vario modo; ma, diciamolo con franchezza, è un modo per ridurre le probabilità, non certo per debellare il terrorismo.


Il terrorismo classico, di matrice ideologica e politica, a noi ben noto, era circoscritto nel tempo, nel numero e nello spazio: il bacino era quello, mai afferrabile in tutti i suoi confini ma in fondo più prevedibile e non sconfinato.


Più complesso del primo ma meno arduo da delineare rispetto al terrorismo islamico, è il fenomeno mafioso: la criminalità organizzata ha terminali più difficili da identificare ma si può risalire, ha un potenziale bacino ampio ma comunque più delimitato.


Qui invece siamo su un piano magmatico perché islamici sono un miliardo di persone, viventi in Europa sono decine di milioni, in arrivo con gli sbarchi sono migliaia a settimana, per non dire dei paesi islamici a un tiro di schioppo.


Anche a voler fare una cernita puntando su una fascia d’età più ristretta, maschile, di religione islamica ma sunnita o salafita, meno integrata o male integrata nel tessuto civico e lavorativo, il discorso resta ancora vago, nell’ordine di milioni di potenziali terroristi; e più vago si fa se i nuovi ingressi clandestini sono fiumi quotidiani incontrollati e ci vuole tempo e sforzo immane per classificarli e setacciarli.


Senza dire che il principale campo di addestramento dei terroristi sono i disturbi psichici che hanno valenza individuale. Il gesto di prendere un mezzo e scagliarsi sulla folla diventa difficile da prevenire, perché non necessita di architettare piani, procacciarsi armi, disporre d’una rete, addestrarsi.


Nel panico generale, resta poi sospesa in Italia la domanda: perché da noi finora non è accaduto? Le risposte possono essere tante e tutte in vario modo credibili. Perché siamo il principale ponte di approdo e di smistamento, e dunque non conviene creare caos proprio qui dove magari avviene la prima formazione, il primo reclutamento.


Altra ipotesi, perché siamo particolarmente bravi coi servizi segreti e con la prevenzione; sarà pure vero ma pensare che noi siamo i più efficienti di tutti, di tedeschi, francesi, inglesi, spagnoli, statunitensi, mi pare un po’ esagerato.


Terza ipotesi, perché siamo più indulgenti, abbiamo il papa che dialoga con l’Islam e siamo il paese della trattativa, abbiamo quasi accordi di reciproca franchigia, come accadde già col terrorismo e la criminalità organizzata. Anche questo può essere vero fino a un certo punto, perché gran parte di questo terrorismo è faidate, molecolare e dunque non soggetto a negoziati.


O in subordine perché siamo un paese periferico: a parte il fatto che gli attentati hanno riguardato pure il Belgio, seppur come dependance della Francia, ma poi non è vero, almeno per la nostra posizione geografica, perché siamo la porta d’Europa e siamo la sede della cristianità.


Oppure siamo stati finora risparmiati semplicemente per caso, perché finora non è capitato, non si sono allineati i fattori… Ma lo sentiamo sul collo, a parte il fatto che molti obiettivi, da Parigi a Barcellona al Mar Rosso, ci hanno comunque coinvolto.


Ma come reagire al terrorismo?


Per prima cosa non facciamoci prendere dal panico e fissiamo bene i dati: se in tre-quattro anni il terrorismo dell’Isis o affine ha mietuto 400 vittime con una cinquantina d’attentati, diciamo che statisticamente si tratta per ogni europeo di una probabilità su un milione, pur variabile secondo i luoghi e le occasioni di maggior rischio.


Qualunque altra fonte di disgrazia – su strada, per eventi naturali, per malattie sociali, per violenze private e perfino domestiche – nell’arco di questi anni ha mietuto assai più vittime del terrorismo. Capire questo vuol dire già sentirsi meno prigionieri del terrorismo e far meno il loro gioco che si fonda sulla paura generalizzata, sul panico indotto.


In secondo luogo, si devono restringere le maglie in Europa: frenare l’accoglienza e bloccare le migrazioni islamiche, rimpatriare ogni islamico che non svolge attività continuativa; controlli speciali e periodici su chi resta, obbligo di integrarsi come cittadini, con la lingua, le leggi e la nostra formazione. Altrimenti che tornino a casa.


È una discriminazione anticostituzionale? No, perché non ha un fondamento ideologico, razziale, etnico, ma sorge da un pericolo effettivo, accertato e provato sulla nostra pelle, tra attentati e stragi. E auspica integrazione, non segregazione. Dovrebbero essere gli stessi islamici non in guerra con l’Occidente a richiederlo per dimostrare la loro contrarietà al terrorismo.


Il sottinteso è esigere che gli islamici che sono da noi diventino i primi nemici dei fanatici e dei terroristi e i primi alleati nell’opera di segnalazione ed emarginazione degli esaltati, perché capiscono che gli effetti della violenza ricadono anche su di loro.


In terzo luogo, bisogna agire sulle fonti: pensare ai marchiani errori della politica estera statunitense e francese nei confronti dei paesi islamici; la follia di prendersela con l’Iran che dovrebbe essere il nostro principale alleato contro il terrorismo e poi trafficare con gli Stati arabi e gli emirati che sostengono e foraggiano l’onda fanatica, i loro territori e le basi del terrorismo.


Infine, trarre lo spunto da questi eventi dolorosi per generare davvero l’unione europea sul piano militare e strategico, nei confronti di immigrazione, terrorismo, controllo dei confini e dei mari, rapporti internazionali. Ma qui, più che nei precedenti punti, siamo nel regno della fantasy.


MV, Il Tempo 19 agosto 2017


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