Vogliono il mondo arcobaleno con soli monumenti di Mandela. Ovviamente, scordandosi delle bombe

Di Mauro Bottarelli , il 17 agosto 2017 ttps://www.rischiocalcolato.it

Vogliono il mondo arcobaleno con soli monumenti di Mandela. Ovviamente, scordandosi delle bombe




Il trappolone è scattato. Fra Corea del Nord, Siria, Venezuela, Iran e chi più ne ha, più ne metta, nessuno avrebbe pensato che la proverbiale buccia di banana su cui Donald Trump rischia di ruzzolare e farsi male sul serio sarebbe stato il passato sudista e segregazionista degli USA. Già, Charlotesville è stata un pretesto messo in piedi alla perfezione dai professionisti della destabilizzazione: il resto lo ha fatto il presidente, con il suo carattere. Troppi tweets, troppe dichiarazioni contrastanti e poi, alla fine, quel coinvolgere la “sinistra” negli incidenti in Virginia, esattamente ciò che liberal e globalisti attendevano come io attendo l’arrivo della pioggia e del fresco.




L’America, dallo scorso weekend, è percorsa da un fremito iconoclasta degno della peggior Boldrini: sono centinaia le municipalità che, di colpo, hanno come massima priorità e urgenza l’abbattimento di qualsiasi statua faccia riferimento al passato confederale. Strana coincidenza. Alla quale, però, oggi Donald Trump ha risposto in modo tale da garantirgli, per quanto mi riguarda, l’assoluzione assoluta da parte del tribunale dell Storia, per lungo e breve che sarà il suo mandato. Ecco i tweets in questione:



una lezione di decenza democratica prima ancora di patriottismo a tutte quelle bestie che pensano di cancellare la storia di una nazione, nascondendone o distruggendone i simboli e i ricordi. Un attacco frontale che lo esporrà sicuramente ad altre, pesanti critiche: quasi il presidente lo sapesse, quasi avesse capito – in ritardo – il trappolone e volersi giocare le sue carte a viso aperto. Alla Donald Trump.



Ma che qualcosa sia entrato in modalità operativa ce lo mostra questa vignetta



pubblicata oggi pomeriggio dal sito dell’Economist: dove non poté il Russiagate, arrivo il generale Lee. E stranamente, è partita in contemporanea la strategia del cerchio concentrico. Mandanti ed esecutori? Sempre i medesimi. A partire dal Ceo di Apple, Tim Cook, il quale ha espresso in un memo ai dipendenti il suo disaccordo con il presidente Donald Trump per i commenti sulle violenze a Charlottesville. Ma non basta: si è impegnato a donare un milione di dollari ciascuno al Southern Poverty Law Center e all’Anti-Defamation League, due gruppi anti-razzismo.



“Non sono d’accordo con il presidente e con gli altri che credono esista un’equivalenza morale tra suprematisti bianchi e nazisti, e coloro vi si oppongono sostenendo i diritti umani”, afferma Cook. A suo parere, ciò che è avvenuto a Charlottesville “non ha posto nel nostro Paese, l’odio è un cancro e se lasciato agire indisturbato distrugge tutto ciò che incontra sul suo cammino. A prescindere dai vostri punti di vista politici – conclude Cook – dobbiamo essere uniti su un punto, che siamo tutti uguali. Come azienda, attraverso le nostre azioni, i nostri prodotti e la nostra voce, lavoreremo sempre per garantire che tutti siano trattati in modo equo e rispettoso”. Tutti, tranne gli operai – bambini compresi – che li assemblano per un dollaro al giorno in Cina o nel sud-est asiatico.



In contemporanea, poi, si è vissuto un esodo da parte del mondo dell’imprenditoria, i cosiddetti consulenti economici della Casa Bianca, tale che il presidente ha preferito abolire tout court le due squadre di consiglieri. Di colpo e, anche in questo caso, con timing straordinario, la luna di miele è finita. Il numero uno del colosso farmaceutico Merck, Kenneth Frazier, ha guidato la ribellione dei grandi boss delle imprese Usa, lasciando lunedì scorso il Consiglio dell’industria, seguito da Kevin Plank, amministratore delegato della società di abbigliamento sportivo Under Armour, dal numero uno di WalMart e da Brian Krzanich, capo del gigante Intel.


Ieri poi, l’addio di Inge Thulin, ceo di 3M e Denise Morrison, ad di Campbell Soup e la decisione di Trump di chiudere i gruppi di lavoro.




In totale sono stati otto gli amministratori delegati che hanno rinunciato al loro incarico come consiglieri a seguito degli scontri in Virginia, mentre le compagnie americane sono state sottoposte a pesante pressione perché prendessero le distanze dal magnate repubblicano. E, tanto per conferire un carattere bipartisan al tutto, il leader sindacale Richard Trumka, numero uno dell’Agl-Cio, ha messo il carico da novanta: “Sospetto che anche altri capitani d’industria avrebbero voluto protestare, ma si sono frenati”.


E la presa di posizione del leader sindacale è significativa, perché l’Afl-Cio è molto forte nella siderurgia, settore in cui Trump punta molto per il recupero dei posti di lavoro americani finiti all’estero. Peccato che oggi pomeriggio siano arrivati questi dati







a mettere ulteriore pressione sul presidente: la bolla da Boom&Bust dell’industria automobilistica resa possibile dagli sgravi federali voluti da Barack Obama e dall’azione della FED hanno saturato del tutto l’unico comparto che aveva trainato minimamente la ripresa: e di chi sarà la colpa del mal-investment ora, agli occhi dell’opinione pubblica? Ma di Trump, ovviamente. E delle sue promesse.


Ecco le parole di un trader rilanciate oggi pomeriggio da Bloomberg, sotto anonimato: “Chi opera sui mercati ormai ha capito e sta operando come un commesso viaggiatore in tour de force che si sposta dall’euforia dei primi tempi di Trump alla Casa Bianca a quella che possiamo definire la modalità del “quando se ne sarà andato, tutto andrà meglio”. Ora, tutti guardano a una cosa sola sul breve: il prezzo dell’oro”.



Siamo a un punto di svolta? Penso di sì, duplice. Da un lato meramente politico-economico, incarnato nella necessità di stressare a tal punto la situazione da farla esplodere in maniera più o meno controllata, facendole travolgere l’amministrazione Trump e, contemporaneamente, permettendo alla FED di chiudere con la pantomima del rialzo dei tassi e stampare.


C’è poi il lato politico-culturale, forse ben peggiore. Ciò che state per leggere è stato pubblicato l’altro giorno sul Washington Post, a firma di N. D. B. Collins, professore associato alla John Hopkins University: “I segregazionisti hanno trovato i loro piedistalli al ministero della Giustizia, alla Casa Bianca e in molti altri templi americani. Solo la carta non li abbatterà. Cominciate a lanciare pietre”.




Al netto della vaghissima istigazione a delinquere, è un caso che un attacco simile parta dal giornale di proprietà di mister Amazon? Tutti contro Trump. E però, giova ricordarlo, qualche milione di americani armati, pronto a lottare per il proprio concetto di libertà. Così come fece Bobby Sands, osannato e portato in palmo di mano ma che in vita sua, rivendicandolo con orgoglio, era stato un terrorista prima che un martire della libertà: guidava la brigata dell’IRA di West Belfast, fra attentati dinamitardi e uccisioni di poliziotti e soldati britannici.


Ma, siccome fa parte dell’album di famiglia della sinistra, allora occorre valutare il contesto: si può essere terrorista o guerrigliero per la libertà allo stesso tempo, dipende dal colore e dagli amici che hai nella casa editrici.



Chi sta cercando di abbattere Trump con il massimo clamore economico possibile, infatti, è parte di quel mondo che vorrebbe le piazze tutte con monumenti dedicati a Nelson Mandela, fonte primaria di ispirazione dei tweets da record di Barack Obama (nel pezzo precedente avevo erroneamente attribuito la frase a Martin Luther King, me ne scuso) ma, ovviamente, senza ricordare – ad esempio – la strage di Church Street a Pretoria del 20maggio 1983, perpetrata da un commando di MK, il braccio armato dell’African National Congress fondato da Nelson Mandela.


Doveva colpire la sede dell’aeronautica sudafricana ma uccise e ferì anche dei civili inermi: 19 morti e 217 feriti, per l’esattezza. Fu atto terroristico o di liberazione?



E poi, a conti fatti, la storia non sta forse pareggiando il conto nel Sud Africa mandeliano, paradiso di crimine, Aids, povertà imperante e disuguaglianze in continua crescita? Come mai per alcuni bisogna evitare valutazioni emozionali che portano fuori contesto e per altri la sentenza è già scritta? Perché chi vuole difendere la memoria del generale Lee, portandosi appresso i pesi che essa comporta, non ha lo stesso diritto di chi celebra, applaudito dalle masse, il “terrorista” Nelson Mandela, divenuto padre della patria? Stanno unendo la volontà di annientare il nazionalismo come concetto identitario e storico all’opportunità economica per continuare a far lavorare il casinò di Wall Street e degli incentivi federali: peggio di questo, penso non possa esistere come livello di tradimento.


Chissà quale pena avrebbero comminato loro ai tempi del generale Lee?


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