Per Sun Tzu, 'ogni guerra è basata sull'inganno'. Sarà così anche questa volta? O ci serve un reset?

Di Mauro Bottarelli https://www.rischiocalcolato.it/

Per Sun Tzu, “ogni guerra è basata sull’inganno”. Sarà così anche questa volta? O ci serve un reset?





“L’inganno è un ingrediente fondamentale dell’arte militare, ogni guerra è basata sull’inganno”, diceva .Sun Tzu. Ma ogni guerra reclama vite. E tutti, terminata la Seconda Guerra Mondiale, hanno basato speranze e aspettative su due pilastri: la deterrenza nucleare e la consapevolezza che quest’ultima avrebbe reso un’ipotetica Terza Guerra Mondiale nulla più che un epilogo senza superstiti. In effetti, parlando di conflitto globale, si possono scomodare eserciti, mezzi terrestri e navali ma l’opzione atomica manda in soffitta tutta questa chincaglieria di morte novecentesca, riducendo tutto a dei bottoni: schiacciati i quali, occorre solo sperare che gli intercettori lavorino come sparring partner in un allenamento sui servizi a tennis.

Altrimenti, interi Paesi possono essere ridotti a posaceneri in istanti. Senza bisogno di soldati al fronte, aerei in cielo e navi in mare.


E’ questa idea apocalittica che mi fa ricondurre l’intera vicenda USA-Nord Corea riesplosa con veemenza in questi ultimi giorni a un pericoloso quanto innocuo gioco tra due leader irresponsabili, una rissa che attende di esplodere ma che, nel frattempo, sale sempre più di tono a livello di provocazione: sono state usate parole e verbi parabolici come “cancellare”, “fuoco e furia”, “distruggere”, si è minacciato di attaccare per primi, si è scomodata appunto l’opzione nucleare.

Per cosa? La ragione, di fatto, è sempre la stella: la capacità nucleare di PyongYang, resa più preoccupante dall’ultimo esperimento balistico che avrebbe svelato al mondo come Kim Jong-un sia ora in grado di colpire con i suoi vettori ogni angolo d’America. Il mito dell’Alaska come tallone d’Achille è finito, ora gli USA sono nel mirino nella loro interezza. Davvero?

Poco importa se sì o no, qui siamo alla guerra delle parole e delle minacce. Hanno attaccato e devastato un Paese adducendo come scusa una fialetta con dentro del bicarbonato, dubito che se ci fosse davvero la volontà di colpire, qualcuno chiederebbe lumi sulle reali possibilità che un missile “comunista” possa centrare Los Angeles. Ma Kim è soltanto un alibi, non prendiamoci in giro. Perché dietro al Dottor Stranamore di PyongYang c’è la Cina, la quale – per quanto Trump abbia gigioneggiato con Xi Jinping nei primi giorni di insediamento, giocando agli amiconi – resta un problema strutturale per gli USA.

A livello di manipolazione monetaria, di dumping salariale e commerciale, di extra-produzione che genera esportazione di deflazione, di espansionismo militare (vedi le isole artificiali del Mare Cinese del Sud) e, non ultimo, di interventismo in Africa e Medio Oriente. E quest’ultimo punto caldo va a toccare l’attualità. Primo, la Cina si è già oggi garantita appalti e contratti per la ricostruzione della Siria, oltretutto contestualizzato nel progetto “One Belt, One Road” legato alla nuova Via della Seta, progetto infrastrutturale che cambierebbe del tutto e per sempre le rotte del commercio, dei trasporti e degli approvvigionamenti energetici.

Secondo, Pechino ha ottenuto ciò che voleva, ovvero la sua prima base militare in Africa e non in un posto qualsiasi ma in quella Djibouti che sovraintende al passaggio di qualche migliaio di milioni di barili attraverso il chokepoint di Beb-el-Mandeb e che è passaggio strategico in una delle aree più calde del mondo. Non vi è perso strano che, di colpo, saltino fuori stragi di migranti proprio al largo delle Yemen, Paese devastato da un guerra che dura da anni, falcidiato dal colera e che di colpo diventa l’Eden di chi scappa dalla Somalia?

Oltretutto in un tratto di mare che è una zuppa di navi militari saudite, il cui nobile compito è bloccare gli aiuti alla popolazione yemenite stremata e nella modalità più mediatica e social possibile, con gli scafisti che fanno gettare in mare i migranti, tutti giovanissimi? Qualche immagine o prova al riguardo? Un’unica foto, rimpallata da tutti i tg e giornali, che potrebbe essere stata scattata a Igea Marina. Attendiamoci un casus belli, visto che nel silenzio generale, Trump ha dato l’ok non solo al dispiegamento di truppe USA al fianco dei sauditi contro i ribelli filo-iraniani Houthi ma anche all’attivazione della loro attività combat. La Corea del Nord è il diretto proxy cinese, lo Yemen quello con l’Iran.

Da ieri, poi, c’è un nuovo fronte proxy, questa volta duplice, perché avvertendo che non è esclusa un’opzione militare per la crisi venezuelana, Donald Trump ha inviato un segnale sia alla Cina che alla Russia, non tanto in quanto protettori politico-ideologici, quanto attori interessati di contratti e concessioni petrolifere nel Paese con le maggiori riserve di greggio al mondo.

L’America, in realtà, intende re-instaurare la “democrazia” in Venezuela, mentre abbaia sempre più virulenta e con la bava alla bocca contro PyongYang? Militarmente l’opzione è più facile e politicamente addirittura un rigore senza portiere, visto che il 90% del mondo ha condannato Maduro e la sua assemblea costituente, Vaticano incluso. Dobbiamo attenderci un golpe indotto alla vecchia maniera sudamericana, con gli Stati del Mercosur a guardare, quando non a offrire la loro collaborazione?



Una cosa è certa: come ho cercato di riassumere in poche righe, il mondo è alla ricerca di un equilibrio perché il patto di spartizione e bilanciamento del potere economico-commerciale sancito con la nascita e la presa del potere della globalizzazione non solo ha esaurito la sua spinta ma portato all’ennesima potenza gli squilibri e le diseguaglianze.

Viviamo una guerra di dumping e svalutazione competitiva che sta disintegrando economie, riducendo popoli alla fame e cancellando il concetto stesso di classe media nelle più grandi economie occidentali: oggi, a dieci anni da quando tutto cominciò, i mercati sono in bolla assoluta e il livello di leverage totale – pubblico più privato – è immensamente più grande di quanto non fosse quando Lehman Brothers suonò la sveglia al mondo. Sia chiaro: quella sveglia, fu fatta suonare, altrimenti come per AIG e compagnia fallendo, anche per l’ex big di Wall Street si sarebbe trovata un’altra soluzione in quel lungo weekend di metà settembre 2008 nella sede della FED di New York.



Quell’anno sancì, di fatto, il più lungo time-out di potere globale della storia: come l’11 settembre 2001 evitò (anzi, posticipò) il 15 settembre 2008, così il fallimento Lehman ha evitato un redde rationem tra le grandi potenze che era ormai nei fatti. Ogni giorno. Ogni ora. Ogni singola contrattazione che ha visto, giorno dopo giorno, i governi violare regole e accordi, pur di non mostrare per primo al mondo che il Re era nudo.


E ora? Quale coniglio dal cilindro si sta per estrarre, al netto di fronti di conflittualità sempre più aperti e deteriorati? Saranno i banchieri centrali tra il 24 e il 26 agosto prossimi a Jackson Hole a garantire che la retorica bellica venga rinfoderata e le armi messe in stand-by? O stavolta Sun Tzu avrà ragione solo a metà?

Qualcosa mi dice che con l’elezione di Donald Trump si sia voluta creare la cornice perfetta per la crisi perfetta, che un incidente dietro l’angolo – controllato e, forse, concordato fin che si vuole – potrebbe sostanziarsi, che forse un po’ di paura dovremmo averla davvero. Dobbiamo guardare l’idea di morire in faccia per poter continuare a vivere?

Ma, soprattutto, fin quando sarà sostenibile con le dissimulazioni, le provocazioni, le minacce, le false flag e i ricatti, un sistema che ogni cinque anni reclama il ritorno sul palco del Dottor Stranamore per garantirci le consegne miracolose di Amazon, l’iPhone ultimo modello a rate, la Tesla, Facebook che ci fa sentire vivi e migliori, la robotica che ci inculerà col sorriso sulle labbra, un app per quando siamo troppo pigri per scoreggiare da soli e la possibilità di morire senza pensione ma imbottiti di oppiodi o alcol sulla poltrona reclinabile elettronicamente con il contributo statale?



Non siamo, in realtà, già in guerra da una vita? Serve forse la prospettiva dei missili e del mitologico “day after” per farci cagare addosso e smettere di lamentarci? Ma, soprattutto, di ringraziare per ciò che abbiamo. Ovvero, un mondo di merda ma nel quale siamo ancora presenti, sul quale possiamo muoverci. Vivere. L’illusione della morte alla porta è il nuovo viatico per garantirsi la pace sociale, avendo provato e messo in atto finora ogni altra alternativa? Una cosa è certa, che accada o non accada qualche “incidente”: un equilibrio va ritrovato, un capo deve prendere le redini di questo delirio.

E non sarà con le minacce da war games che accadrà ma con fatti concreti. Non guardate la politica. Guardate a Jackson Hole. E a quale settore morirà per primo a Wall Street, quasi senza reagire.


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