La Chiesa si sveglia e anche il fighetta Trudeau chiude le frontiere canadesi. Ormai Ŕ troppo tardi

Di Mauro Bottarelli , https://www.rischiocalcolato.it/

La Chiesa si sveglia e anche il fighetta Trudeau chiude le frontiere canadesi. Ormai è troppo tardi



Spero che la maggioranza di voi sia in vacanza a godersi le ferie ma per chi come il sottoscritto è ancora in città, ho una domanda da rivolgere: non avete sentito, negli ultimi dieci giorni, qualcosa che si inoculava silenziosamente sottopelle? Non avete sentito un cambiamento nei toni e nell’umore, un cambiamento che è destinato a portare con sé inevitabili conseguenze negative? Magari è un’impressione solo mia ma mi pare che sia accaduto qualcosa di senza precedenti: l’italiano medio, quello che incontriamo al bar come sul tram come al mercato, si è incattivito.

Ma non nella solita versione alla Alberto Sordi, tutto baldanza e spocchia ma zero sostanza, non alla Donald Trump che lancia minacce cui sa che non potrà dare un seguito: si è arrabbiato davvero. Perché blatera – sport nazionale – molto meno ma reagisce di più. Nel mezzo deserto agostano di Milano, certe presenze si fanno ancora più visibili: i questuanti davanti ai supermarket, le chiese, i luoghi affollati del turismo, sembrano quintuplicati ma alla fine sono, più o meno, sempre gli stessi.



Indisponenti, insistenti, non raramente violenti nei toni assertivi delle richieste: bene, negli ultimi tre giorni mi è capito di sentire almeno una decina di volte italiani che a quelle “aggressioni” così sfacciate, abbiano risposto con un secco “vaffanculo, negro di merda”, senza porsi il problema che qualcuno li sentisse. E la cronaca? La ragazza di Torino cui è stato negato il posto perché fidanzata con un nigeriano, il cameriere cacciato da un pizzeria perché di colore, il ristoratore che ammette come il personale nero sia un problema per gli affari: mai in Italia si era arrivato a tanto.

E non perché solo ora si sia cominciato a pensarla in quel modo ma perché l’esasperazione è tale che si è varcato il Rubicone del proverbiale paraculismo italico: la gente non ha più paura di reazioni e conseguenze a ciò che dice, è giunta a un livello di guardia tale che se ne frega. Attenti, di questo bisogna aver paura e non della disputa tutta politica sulle ONG, di fatto una prosecuzione in salsa un po’ più esotica del congresso senza fine del PD, ora in vista delle legislative del 2018.

Però anche la questione legata ai salvataggi in mare, deve fare riflettere in tal senso. Da due giorni sappiamo che il prete candidato al premio Nobel per la Pace 2015 – lo hanno dato a Obama, a questo punto a me potrebbero dare quello per la tolleranza – e amico di Laura Boldrini è indagato per favoreggiamento dell’immigrazione clandestina.

Ci sta, ora l’aria è cambiata, il profumo di urne si spande rapidamente grazie al maestrale e, quindi, qualsiasi inversione a 180 gradi è legittima, con tanto di disputa sotto traccia rispetto alle mire di Marco Minniti verso Palazzo Chigi che agitano Matteo Renzi. Ovviamente i giornali meno ultras dell’immigrazione si sono lanciati sulla questione e hanno fatto bene, stante i mesi di can can della stampa globalista in senso opposto ma ritengo che sia un errore fermarsi ai fenomeni personalistici.



Essendo alle prese con un malanno fisico, ho avuto tempo (e pazienza) di vedermi tutti i talk politici ancora in onda e ieri mattina padre Mussai Zerai era ospite a La7 (ovviamente a fatto il giro delle sette chiese mediatiche, tutte pronte ad assolverlo aprioristicamente dai suoi peccati) e sapete come ha giustificato il fatto che il suo numero di cellulare comparisse pressoché ovunque nelle agende dei migranti, quasi fosse un tour operator?

“I migranti detenuti in Libia lo trovavano scritto sui muri delle celle”. Come i numeri delle puttane scritti nei cessi degli autogrill. Ora capite che non vale la pena nemmeno di prenderlo in considerazione un caso simile, si è sputtanato da solo aprendo bocca. La cosa seria, molto seria, invece è questa:



ovvero, la Conferenza episcopale italiana che dice chiaro e tondo alle ONG che devono rispettare le leggi e, di fatto, firmare il codice Minniti, rifuggendo ogni possibile relazione opaca con gli scafisti. Notare le sfumature: “Il Secolo XIX” spara la notizia in apertura per quella che è, avendo un forte bacino di lettori in quella Ventimiglia tramutata in una sorta di Calais, “Avvenire”, ovvero proprio il quotidiano dei vescovi dà il messaggio ma mettendo in chiaro che si sta contestualmente dalla parte dei migranti e invece due dei principali media globalisti declassano, stranamente, la notizia.

Il primo nascondendola nel catenaccio di un reportage dalla Libia, il secondo mettendola a centro pagina. Sintomo, questo, che è una notizia. Anche perché la CEI è la stessa organizzazione che non più tardi di un mese fa, per bocca di monsignor Nunzio Galantino, sparò a palle incatenate contro Matteo Renzi e il suo “aiutiamoli a casa loro”, ribadendo la necessità di accogliere tutti e difendendo a spada tratta le ONG.

Come mai questo cambio di lettura? Da parte della Chiesa, poi, non certo un organismo aperto al riformismo. Per la ragione di cui vi ho parlato prima: il Vaticano, non a caso sopravvissuto a tutto finora, ha fiutato l’aria e deve avervi sentito quell’odio che ho percepito anch’io.

Un tempo la Chiesa era il termometro e il timoniere occulto del Paese, perché aveva gli oratori e in generale la vita di parrocchia: nemmeno la Stasi poteva godere di un controllo sociale e dei mutamenti di quel genere. Era l’ISTAT, la DOXA e la DIGOS insieme. Poi quel livello di capillarità e simbiosi con la società è calato decisamente di intensità e ha preso forma uno scollamento sempre più forte, figlio anche della diaspora democristiana post-Tangentopoli.


Ma, al netto della secolarizzazione della società, la Chiesa resta ancora un misuratore: soprattutto perché gestisce opere di carità, mense, refettori, dormitori, un’intera struttura di assistenza che – ovviamente . in questo periodo ha operato sul fronte dell’emergenza migranti. E qui sta la gravità della faccenda: da quel mondo – volontario, operoso, aperto, accogliente – deve essere arrivato un seppur garbato “adesso basta”.

Esattamente come è accaduto alla mensa della Caritas di Ventimiglia, nata per dare un massimo di 200 pasti al giorni e, nell’ultimo periodo, costretta a viaggiare al ritmo di oltre 600, spesso tra le lamentele per il menù. Due settimane fa, la decisione: si chiude. E quante Caritas di Ventimiglia avranno fatto arrivare la loro voce tra le mura vaticane? Quelle persone sono le stesse che fuori dai bar e dai mercati reagiscono senza più freni, né censure all’ennesimo mendicante: è l’Italia.

Ma non solo. Ricordate Justin Trudeau, il Big Jim dei buoni sentimenti che invitava tutti ad andare in Canada per sfuggire al razzismo del neo-eletto Donald Trump? Bene, è bastata la minaccia di quest’ultimo di togliere lo status di rifugiato temporaneo a 60mila haitiani presenti sul territorio statunitense, perché il Quebec diventasse meta privilegiata di immigrazione: 3.350 di loro sono già stati registrati su suolo canadese ma il flusso sta diventando tale – non solo da parte di cittadini di Haiti – che il campione dell’accoglienza di Ottawa lo scorso weekend ha inviato l’esercito a presidiare un remoto passaggio tra Quebec e la parte settentrionale dello Stato di New York, da dove solo domenica scorsa sono passate 400 persone.





Ho detto 400, non i 12mila in un weekend arrivati in Italia un mese fa: detto fatto, esercito schierato. Tutti solidali con il welfare degli altri, vero Trudeau? Anche perché, sull’onda della demagogia, il governo canadese ha fatto entrare nel suo territorio migliaia di siriani negli ultimi mesi, facendo salire non poco la rabbia dei cittadini e scendere contestualmente il supporto alla leadership di Trudeau: la verità è sempre testarda. E se questo video,

ci mostra fin dove siamo arrivati, con una barca di migranti che arriva su una spiaggia affollata di turisti vicino a Cadice, in Spagna, sono le immagini arrivate sempre nei giorni scorsi dall’enclave di Ceuta a farci riflettere. E aver paura. La rabbia, l’essere pronti a tutto, i fisici mediamente da guerrieri di quegli uomini (alla faccia di fame, carestie e guerre) ci dicono che l’invasione non è in atto, è in parte già avvenuta.

Operativa. In ogni quartiere in cui non si è più liberi di circolare tranquilli, un pezzo di sovranità è stata ceduta. E, spesso, non a singoli sbandati o selvaggi ma a gang organizzate, perché in giorni in cui il concetto di mafia è tornato a far parlare di sé in Puglia, occorre sapere che quella nigeriana è una mafia spietata e potentissima. Casualmente, l’etnia più sbarcata in Italia è proprio quella nigeriana: circa 19mila unità, al 90% abbondante di uomini sotto i 30 anni, grossi come armadi dell’Ikea.


Tutti potenziali camerieri, scaricatori, operai e falegnami pronti a pagarci le pensioni, come vorrebbe quella sublime testa di cazzo di Tito Boeri? E’ tardi, ci siamo svegliati tardi. La Chiesa per prima, visto che la sua influenza sui governi è ancora tale da aver potuto rimettere la barra dritta mesi fa, invece di predicare accoglienza pelosa e suicida. Cosa dicevano i migranti che hanno accerchiato i militari a Napoli?

“Andate via, l’Italia è nostra adesso”. Un po’ azzardato, forse ma non manca molto, non è distante dalla realtà. Guardate gli occhi, le braccia e la smorfia tra il folle e l’allucinato di chi assaltava Ceuta: fra non molto, saranno le nostre città ad averci a che fare. L’italiano che ha imparato, suo malgrado e giocoforza, a odiare, saprà anche combattere, contro chi lo fa da una vita e non ha nulla da perdere? Perché non fatevi illusioni, finirà male.


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