INTELLETTUALE DISSIDENTE - HOMINES - Gustavo Rol

di Francesco Chiarizia intellettualedissidente.it - Vittorio Messori vittoriomessori.it

Gustavo Rol


Di lui hanno parlato scienziati, cattedratici, scrittori e artisti, e da parte di tutti è sempre stato un coro unanime di meraviglia.

“Io , morente, offro la vita a coloro che già erano, come me, prossimi a scomparire nel nulla. Su cento milioni di uomini ce n’è uno solo che saprà tramandare la ragione che non è segreta della Creazione.”


Solo la mente non ha limiti e non conosce confini. Questo in poche parole è quanto ci tramanda una delle personalità più misteriose ma allo stesso tempo affascinanti del XX secolo: quella di Gustavo Augusto Rol. Sensitivo, veggente, persona riservata e sincera, uomo incredibile, fuori dal tempo, apparentemente dotato di poteri,viveva una vita riservata, sempre alla ricerca della pura conoscenza, di lui nel 1942 si interessò perfino il Duce in persona che lo invitò a Villa Torlonia dove precognizò la sconfitta nella guerra. Perfino Pio XII volle incontrarlo. 


Anche Hitler lo voleva conoscere, e inviò i suoi a cercarlo con l’ordine di condurlo a Berlino. Per ben tre volte gli uomini del Duce lo nascondono e lo sottrassero alle SS. Charles De Gaulle dichiarava di sentirsi poco sicuro con Rol in giro, capace com’era di sondare nei meandri delle menti altrui e di scoprire così anche i più delicati segreti di stato. Negli anni ’50 incontrò la regina Elisabetta II a Londra, che, a quanto pare, desiderava mettersi in contatto con lo spirito del padre, Re Giorgio VI, morto nel 1952.


Di questo periodo è anche l’incontro con Padre Pio, del quale Rol era molto devoto. Nel 1964 incontrò ad Antibes l’Imperatore d’Etiopia, Hailé Selassié, al quale predisse la sua morte ad opera del suo popolo (fatto che si verificherà nel 1975). Anche in America si interessano a lui. Walt Disney volle incontrarlo e John Fitgerald Kennedy, nel suo unico viaggio in Italia da presidente, viene appositamente a Torino per incontrare Rol. Nel 1981 il presidente Reagan gli invieò un telegramma di ringraziamento per aver contribuito con il suo aiuto “metafisico” alla liberazione del generale americano James Lee Dozier.


Ma qual’era il pensiero di Rol? Nella sua visione, Rol sosteneva che l’uomo, e solo l’uomo, fosse in possesso di una dualità animistica: infatti oltre all’anima l’uomo avrebbe avuto anche uno «spirito intelligente». L’anima, una volta lasciato il corpo, sarebbe ritornata a Dio, mentre il cosiddetto «spirito intelligente» si sarebbe distinto invece nel continuare ad essere presente sulla terra, anche dopo la morte. Lo spirito che pervadeva l’uomo sarebbe stato quindi «intelligente», nel senso di essere provvisto di coscienza e di capacità creative, differenziandosi dallo spirito di tutte le altre «cose».


 

La stessa presenza di uno spirito in ogni cosa è la prova che secondo Rol, Dio esiste, anzi che ognuno è parte Dio e di conseguenza ogni componente del reale non ha ragione se non in Dio stesso: un pensiero che di primo sguardo potremmo quasi  definire come autentico panteismo.Affermava di poter entrare in contatto con «spiriti intelligenti», e che essi partecipassero ai suoi esperimenti, durante i quali egli entrava in contatto con loro, agendo «con spontaneità, quasi sotto l’impulso di un superiore ordine ignoto».


Di lui hanno parlato scienziati, cattedratici, scrittori e artisti, e da parte di tutti è sempre stato un coro unanime di meraviglia. Partendo dal fatto che la dottrina si tramanda in silenzio e non tramite il silenzio, va detto che Rol è stato senza alcuna discussione, uno degli esseri umani più dotati di quelle facoltà che scavalcano con i loro effetti le consuete barriere del mondo fisico, psichico e spirituale, fino ad attingere ad una molteplicità di percezioni e manifestazioni paranormale che lo pongono in una particolare dimensione, una dimensione sovraumana dalla quale egli, nella sua essenza che è anche fatta delle cose proprie dell’uomo puro e semplice, ricavava motivi di amarezza e solitudine.


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Un mistero che divide e affascina
4 giugno 2003 :: Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Piccola cronaca di queste settimane: la posta mi recapita la rivista del Cicap, l’associazione degli «scettici», quella che ha Piero Angela tra i fondatori, con la copertina che annuncia un dossier sul «caso Rol».


Un corriere della Mondadori mi consegna Rol. Il grande veggente di Renzo Allegri. In libreria, mi segnalano, anch’esso appena uscito, Il pensiero di Rol, di Maurizio Bonfiglio. Da Torino, mi telefonano chiedendomi una relazione a un congresso per il centenario della nascita di Rol. Sempre dal Cicap, giunge l’invito al Convegno nazionale dove, ovviamente, una delle relazioni sarà su Rol. Un amico della Radio Vaticana mi chiede se sarei disponibile a una conversazione sul tema «Rol e la fede». Ieri, infine, vedo su La Stampa una pagina intera con un grande titolo: «Mistero Rol».


Non è che la cronaca degli ultimi tempi. In realtà questo fiume di interesse, questo contrapporsi di detrattori e di devoti (astuto, abilissimo illusionista o uomo del Mistero, medium incomparabile?) dura da ormai nove anni, da quel giorno del 1994 in cui il dottor Gustavo Adolfo Rol portò per sempre nella tomba il suo segreto.


Chi era, in realtà, quest’uomo? I biografi possono abbozzarne soltanto l’identikit esteriore, ciò che conta davvero resterà per sempre impenetrabile. Il cognome (così come il doppio nome di battesimo) rivela l’origine aristocratica svedese. E norvegese fu la moglie, Elna, che pochissimi videro: a me non accadde mai, se ne intuiva solo la presenza nella vastità della casa silenziosa.


Delle sue tre lauree, una fu a Torino, ma la seconda a Parigi, la terza a Londra. Il praticantato come banchiere (il padre fu tra i fondatori della Banca Commerciale) lo vide a Edimburgo, ma anche nella Berlino scintillante e mortuaria de L’angelo azzurro. Ricco com’era, presto lasciò il mondo degli affari per darsi agli studi, alla pittura, a qualche scambio antiquario di gran livello.


Il suo aspetto stesso rivelava subito il gentiluomo: alto, di un’eleganza all’antica (mai lo vidi senza la giacca, dalle maniche spuntavano magnifici gemelli, al dito un anello con lo stemma nobiliare), un piccolo sorriso cordiale e al contempo intimidente, lo sguardo di una profondità inspiegabile. Per decenni, sembrò non far nulla, se non ricevere, quasi ogni sera, un gruppo selezionatissimo di amici nello splendido alloggio torinese, presso il Parco del Valentino.


Nel salotto «napoleonico», Rol intratteneva i suoi ospiti con lo scintillio di una conversazione elegante e poliglotta. A ora ormai tarda, spesso (ma non sempre) invitava a passare in un’altra sala, attigua, e ad accomodarsi attorno a un lungo tavolo. Cominciavano, allora, quelli che chiamava «esperimenti».


Cominciava, cioè, tutto ciò su cui ancora ci si divide e ci si dividerà sempre: carte da gioco sembravano animarsi in trasformazioni impressionanti, scritte pertinenti apparivano su fogli di carta ben ripiegati e chiusi nelle giacche; quadri di grandi autori si materializzavano su tele bianche; oggetti storici riemergevano dal passato; libri sigillati venivano letti; cose lanciate contro il muro si depositavano sul pavimento della stanza accanto… Se, talvolta, ero anch’io nel piccolo gruppo degli astanti sbalorditi, era perché al dottor Rol avevo fatto solenne promessa di non scrivere alcunché, sino alla sua morte, di ciò che avevo visto.


Qualche altro, rarissimo, giornalista fu autorizzato a riferire qualcosa, ma l’interessato volle sempre rivedere con pignoleria i testi.


Poiché non è sostenibile l’ipotesi del lucro (l’agiato Rol non volle mai ricavare nulla da quelle sue facoltà, nota era, piuttosto, la sua generosità verso i bisognosi) gli scettici ancora oggi parlano di un simulatore per vanità. Singolare «vanitoso», che limitava la vista dei suoi prodigi a pochi amici, seppur spesso prestigiosi, e mai volle uscire dalla penombra che aveva scelto. La sola proposta di apparire su qualche tv o di «esibirsi» in qualche modo in pubblico, provocava uno dei suoi sorrisetti beffardi.


Quale che sia la soluzione (che Dio solo, ormai, conosce) del «caso Rol», l’enigma resta fitto. Se davvero quell’uomo aveva così prodigiose facoltà, ragione e logica esigono di riconoscere una realtà sconvolgente, un Mistero che va al di là di ogni schema scientista.


Ma se il ricco, colto, cortese gentiluomo di via Silvio Pellico 31 non fu che un abile e cinico impostore, il caso non è affatto risolto: mancano i moventi (non il denaro, non l’esibizionismo). Soprattutto, una simile simulazione, protratta sino alla fine di una vita quasi centenaria, è in contrasto insanabile con la moralità di un aristocratico di onestà all’antica e che fu, tra l’altro, un cattolico rigoroso e praticante.


Un uomo che (come so di certo) fu accompagnato costantemente dai colloqui con un direttore spirituale. Comunque sia, dietro le tre lettere di quel cognome di un torinese dalle radici esotiche si staglierà sempre una domanda inquietante.


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Quella volta che mi sconvolse
n. 40 del 1994 :: Sette del Corriere della Sera, di Vittorio Messori

Le carte da gioco di cui spesso si serviva vegliavano la diffidenza di chi sospettava di essere il più abile e raffinato dei prestigiatori. E invece, ripeteva, quelle carte non erano che un mezzo comodo ed efficace per darsi ai suoi «esperimenti» delle capacità nascoste dell’uomo.


«Esperimenti» non fini a se stessi, non divertissement eleganti, ma perseguiti per far riflettere ben più che per sbalordire. Ma anche la sorpresa, talvolta il timore, il desiderio dell’ospite di fuggire da quella casa inquietante di via Silvio Pellico 31, presso il parco del Valentino, avevano per lui un valore pedagogico: mostrare – con fatti tanto concreti quanto inspiegabili – l’angustia degli schemi illuministi, l’errore di confondere la vera «ragione» con il gretto scientismo ottocentesco.


Credente, ma non nel vago Dio degli gnostici, degli umanisti, dei sincretisti, bensì nel Dio di Gesù Cristo (anzi, nel Dio cattolico, malgrado i legami, anche familiari, con l’Europa nordica), Gustavo Adolfo Rol praticava con coerenza un suo straordinario “apostolato”.


Come mi confermò nell’ultima telefonata, alcuni mesi fa, le capacità che solo Dio, diceva, gli aveva dato le utilizzava per confondere gli atei, per far riflettere gli agnostici, per confermare i cristiani. I suoi funerali religiosi – in quel grigio quartiere di San Salvarlo dove si fiancheggiano il tempio valdese, l’ebraico, la chiesa salesiana voluta da don Bosco sono stati l’ultima affermazione di fede.


Si conversava, un giorno (era con me Giuditta Dembech) nel grande salone in stila Impero, in attesa di trasferirci nell’ambiente attiguo per gli «esperimenti». Si venne a parlare di quel Cottolengo dove Rol (mi dicono) era una presenza abituale e benefica e come si sa, non vive che ciò che, giorno per giorno offre la Provvidenza. Sapevo bene che non mai voluto approfittare per sé delle sue capacità inspiegabili.


Ma per qual motivo non per gli altri? «Dottor Rol», gli chiesi dunque, perché, con questa sua possibilità, mille volte provata, di “prevedere” ciò che uscirà dal mazzo di carte o da una roulette, non sbanca un casinò?


Perché fili nella tasca interna della sua giacca. E non sottrarre qualche miliardo a quegli chiuda bene il bottone!. Eseguii, ritorspeculatori per dirottarli verso chi ne ha nai al mio posto. Rol non si era mosso bisogno?».


Sorrise e lasciò cadere la domanda. Poco dopo, ci sedemmo attorno al gran tavolo antico. Lui era a un capo, io a un altro, a notevole distanza uno dall’altro. La luce nell’ambiente era piena: non era ancora del tutto buio e i lampadari di cristallo erano accesi. Dopo qualche incredibile quanto consueto – per lui – «esperimento» con le carte, misi rivolse all’improvviso: «Caro amico, voglio rispondere alla sua domanda.


Si alzi, nel cassetto di quel tavolino troverà una risma di fogli bianchi. Ne prenda alcuni, li esamini uno ad uno, ne controlli la filigrana in controluce. Poi li ripieghi in quattro e li infili nella tasca interna della sua giacca.


E chiuda bene il bottone!” Rol non s’era mosso dal suo, non ci si era sfiorati. Per un attimo piegò la testa all’indietro, «scrisse» nell’aria con una sua matita – famosa tra i suoi frequentatori – rivestita di bambù.


Subito dopo mi disse di estrarre dalla giacca i fogli bianchi che avevo controllato a uno a uno e che io solo avevo toccato. Sul foglio più interno stava scritta, a matita, la risposta alla mia domanda- «Sarebbe una beneficenza fatta senza sacrificio, quindi non avrebbe valore alcuno (qui, una parola indecifrabile, ndr, forse “nei confronti”) dello spirito di Rol».


Volle che gli consegnassi il foglio: con la stessa matita (anche se in carattere più marcato) e con la stessa calligrafia – era inconfondibilmente sua quella «apparsa» di colpo nella mia tasca, quasi che la grafite si fosse depositata venendo dall’aria – scrisse: «Proprietà del dottor Vittorio Messori, 11 aprile 1989. R». Lo arrotolò e melo consegnò «per ricordo».


Quando, tempo dopo, mi capitò di raccontare l’episodio (uno tra i mille e mille che tanti possono narrare), trovai, naturalmente, chi volle convincermi che, malgrado tutto, «il trucco c’era».


Ho vagliato ogni obiezione ma nessuna, onestamente, mi sembra reggere. Così, preferisco guardare ogni tanto quel pezzo di carta per ricordarmi che «ci sono più cose tra cielo e terra…», con quel che segue.


Lodo e incoraggio coloro che ci esortano alla prudenza, anzi alla diffidenza. Eppure, chissà – in un mare di illusioni, errori, truffe – esiste anche una pepita di verità che non può essere rifiutata proprio dai cristiani: da coloro, cioè, che credono che nel mondo abbiano posto anche l’imprevisto e l’inspiegabile; che ammettono che il Mistero è ben più grande della nostra «scienza».


© Sette -Corriere della Sera


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