6 agosto 1945: l'Apocalisse

Marcello Veneziani

6 agosto 1945: l’Apocalisse


La bomba atomica è il peccato originale del mondo contemporaneo. Se la Shoa chiude tragicamente gli orrori di un’epoca passata, finita con la caduta del Terzo Reich e la morte di Hitler, la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki apre tragicamente il dopoguerra e l’età in cui viviamo ormai da più di settant’anni.

Due tragedie incomparabili, ognuna nella sua unicità. Ma di una se ne parla ogni giorno, dell’altra ci vuole l’anniversario per raccontarla. Dell’una non finiscono mai gli atti di dolore e di pentimento, le scuse e i risarcimenti. Dell’altra solo lo spettacolo di un evento senza mai chiedersi nulla circa le responsabilità e le colpe.

Hiroshima fu la sigla di inizio del nuovo mondo, mentre scorrevano i titoli del drammatico film precedente. Fu sganciata a guerra finita, praticamente, quando il Terzo Reich era già crollato, i dittatori erano morti, l’Asse si era spezzato, il Giappone stesso era in ginocchio e andava verso una onorevole resa.

Con la bomba atomica non nacque la pace, abortì la guerra. La bomba atomica non generò la volontà di pace, come ripetono i Mattarella di turno ma tramortì la vitalità di un popolo.

La bomba atomica è la ferita originaria tra l’Oriente e l’Occidente, il vulnus che sanguina, il buco nero della democrazia occidentale e liberale dentro cui nessuno vuol guardare.

Quel fungo ha generato numerose metastasi che ancora si spandono nel corpo ulcerato del pianeta. L’orrore ha fatto figli. Il suo ultimo prodotto è il faccione criminale di Kim Jong-un, il pupone dittatore del nord Corea.

La bomba atomica uccise il lato eroico della guerra, l’aspetto umano e militare del conflitto. Sostituì gli uomini coi materiali, gli eserciti con gli arsenali ed ha inventato il conflitto asimmetrico: apparecchi contro umanità, tecnologie contro popolazioni civili, piloti che non scendono tra gli umani ma combattono a distanza contro inermi vite nelle loro case e nei loro paesi.

Anche il terrorismo è la continuazione artigianale della bomba atomica con altri mezzi. Infierire su popolazioni inermi, distruggere il più possibile, è la comune filosofia. Non a caso i cosiddetti kamikaze (mai espressione fu più infamante per gli eroici combattenti giapponesi che colpivano solo obbiettivi militari), riducono la loro vita umana al ruolo di portatori di bomba, di automi della distruzione.

I piloti che sganciarono le bombe furono trattati da eroi; gli aerei che evacuarono le loro uova micidiali sono finiti in museo, come riveriti cimeli storici.

Non esistono responsabilità umane per la bomba, non c’è dovere di obiezione di coscienza di fronte a eccidi così feroci e crimini così indiscriminati? Perché allora chi obbedì ai comandi dello sterminio viene considerato un criminale di guerra e non un esecutore di ordini atroci impartiti dall’alto? Il libero arbitrio riguardava solo i tedeschi?

Sconcertano i nomi gai degli aerei e delle operazioni che portarono la morte e la distruzione atomica in Giappone; non c’è nemmeno l’aura della tragedia nell’atto compiuto, neanche la considerazione di compiere un atto destinato a far piangere a lungo i cieli e la terra.

Non c’è mai stato un atto vero di dolore e rimorso, una pubblica ammissione di gratuita crudeltà, insomma un pentimento profondo e reale dopo quella bomba.

Finché sussisterà questa incuria del male arrecato, questa giustificazione fittizia della sua necessità, questo fatalismo tecnologico aberrante, l’Occidente, l’America, la Democrazia liberale non potranno mai vantare alcuna superiorità e alcuna innocenza.

MV, Il Tempo 6 agosto 2017


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