La russofobia USA sta portando allo scontro. Ma sui 'suicidi' attorno al clan Clinton, solo silenzio

Di Mauro Bottarelli , il 28 luglio 2017 www.rischiocalcolato.it

La russofobia USA sta portando allo scontro. Ma sui “suicidi” attorno al clan Clinton, solo silenzio




Breve premessa, in ossequio al mio amore per le coincidenze. Al netto delle bugie smascherate a tempo di record nei confronti della nave di “Defend Europe”, che sta muovendo verso Catania e di quelle del governo italiano sul dispiegamento delle navi in acque libiche su richiesta di Tripoli, smentita seccamente in un comunicato ufficiale, vi chiedo: quali sono i due Paesi europei che hanno già subito un bel trattamento Troika e hanno, potenzialmente, i coglioni nelle mani delle autorità UE? Cipro e Grecia.

Bene, la prima si è resa complice della pagliacciata contro la C-Star, arrestando capitano e armatore, salvo rimangiarsi tutto nemmeno 24 ore dopo. Peccato che i titoli al riguardo abbiano visto mutare notevolmente il loro corpo tipografico tra accusa e smentita.

La seconda, invece, sempre ieri ha comunicato l’arresto, in un villaggio turistico del Nord, di Alexander Vinnik, presunto hacker russo di 38 anni e ricercato dalle autorità statunitensi per un’operazione di riciclaggio di denaro che avrebbe riguardato almeno 4 miliardi di dollari, processati con transazioni in bitcoin.



L’inchiesta che riguarda l’uomo, rendeva noto la Reuters, contemplava ipotesi di crimini che vanno dall’hackeraggio al traffico di droga. Nella stanza dell’uomo sono stati trovati e sequestrati due laptop, due tablet, cinque telefoni cellulari, una camera, un router e quattro carte di credito. Ma sapete qual è la cosa più interessante: l’intera operazione che ha condotto l’arresto ha visto operative sul campo agenzie federali USA, task force statunitensi e lo stesso Department of Justice. Insomma, non proprio un hacker qualunque. Soprattutto, russo.

E chissà cosa potrà saltare fuori – o cosa si farà saltare fuori – dal materiale che gli è stato confiscato? Insomma, una bella mano all’agenda russofoba e globalista. D’altronde, come dimenticare che – stando a dati resi noti sempre ieri tramite Bloomberg – all’asta farsa del bond a 5 anni greco emesso mercoledì per 3 miliardi di euro, gli investitori USA hanno fatto la parte del leone, sottoscrivendo il 44% del totale attraverso fund managers (46%) e hedge funds (36%). Coincidenze, ovviamente.

Ma, al netto di questo incastro di avvenimento, ieri sono state le parole del nuovo direttore della comunicazione della Casa Bianca, Anthony Scaramucci, a fare rumore, soprattutto perché dichiarate rispetto a un argomento decisamente sensibile: le nuove sanzioni alla Russia. Rispondendo alle domanda di chi gli chiedeva se, una volta ottenuto il via libera dal Senato (arrivata nella notte con un netto 98 a 2), Trump avrebbe firmato e convertito in legge il provvedimento, ecco la risposta: “Il Presidente potrebbe decidere di porre il veto sulle sanzioni ed essere ancora più duro con i russi di quanto non voglia essere il Congresso. Oppure potrebbe non mettere il veto e far passare il provvedimento così com’è.

Oppure, terza ipotesi, potrebbe porre il veto e negoziare un accordo ancora più pesante CONTRO i russi”. Hacker arrestato, toni duri del portavoce: qualcosa si muove, forse? Ovviamente da più parti si è fatto notare come l’ipotesi del veto per negoziare potrebbe essere un trucco di Trump per prendere tempo ed evitare di far arrabbiare il Cremlino ma, se così fosse, potrebbe non bastare.



Ieri infatti ha parlato anche Vladimir Putin, a detta del quale “le eventuali nuove sanzioni contro la Russia da parte degli USA sono un tentativo manifesto di Washington di usare i propri vantaggi geopolitici nella competizione, allo scopo di assicurarsi interessi economici a scapito degli alleati. Si tratta di una prassi inaccettabile che rovina i rapporti internazionali e il diritto internazionale quella che si chiama sconfinamento della legislazione americana. Non lo abbiamo mai accettato e non lo accetteremo”.

Il presidente russo, in visita in Finlandia, ha poi denunciato la crescente isteria antirussa negli Stati Uniti collegata alla vicenda delle presunte interferenze russe nell’ultima campagna elettorale presidenziale: “Stiamo assistendo al sorgere di una vera e propria isteria anti-Russia. Ed è un vero peccato che le buone relazioni russo-americane vengano sacrificate per risolvere questioni di politica interna. La Russia continuerà a comportarsi in modo corretto, paziente ma a un certo momento dovremo rispondere, perché non è possibile tollerare all’infinito questa insolenza nei confronti del nostro Paese”.



E tanto per far capire che aria tira, sempre ieri il governo russo ha reso noto che Vladimir Putin ha firmato la legge di ratifica di un protocollo di accordo con la Siria per implementare forze aeree russe in una base siriana. Il documento è stato pubblicato sul sito legale di informazione dell’esecutivo russo, il massimo dell’ufficialità: “Il protocollo per l’accordo russo-siriano del 2015 è stato firmato a Damasco il 18 gennaio 2017”, riporta il testo del documento pubblicato sul web. La legge sancisce l’accordo per l’uso per 49 anni della base russa in Siria, con possibile estensione per altri 25 anni e mira a creare un quadro giuridico internazionale che disciplina le condizioni per la localizzazione del gruppo di aviazione russa.

Prima di essere promulgato in legge da Putin, c’è stata una approvazione delle camere del parlamento russo. Come dire, chi prefigura una Yalta 2.0 in atto, farebbe bene a ricredersi: la Russia non solo non abbandona Assad ma nemmeno la Siria, tanto da aver posto le basi legali per 50 anni almeno di presenza militare. Qualche pipeline dovrà aspettare. Oppure arrivare allo scontro diretto con la Russia. Capite che al netto della firma in gennaio e delle ratifiche parlamentari, scegliere la data di ieri per l’annuncio ufficiale appare qualcosa di più della solita coincidenza sempre in agguato.

Sarà per questo o per mantenere meglio sulla graticola Trump e il suo clan che la pantomima del Russiagate sembra non avere fine, con audizioni infinite alla Commissione intelligence del Senato e articoli che sembrano giocare a mosca cieca con indizi e presunte prove che diventano sempre più ridicoli, ogni giorno che passa. D’altronde, però, c’è da capirli i media USA: se non scrivono di queste stronzate o non dedicano paginate all’eroismo di John McCain contro la malattia, si troverebbero costretti a dover dar conto dell’ennesimo, strano suicidio attorno al clan Clinton.

L’11 luglio scorso, infatti, l’ex funzionario del governo di Haiti, Klaus Eberwein (foto di copertina), ha deciso di spararsi in testa all’età di 50 anni. E sapete cosa avrebbe dovuto fare la settimana seguente? Spiegare a una Corte di Haiti le sue accuse relative a casi di corruzione e malversazione della Clinton Foundation proprio nell’Isola.



Insomma, quando era passato da poco l’anniversario della morte di Seth Rich, il funzionario del Comitato elettorale democratico ucciso nel corso di una strana rapina il 3 luglio 2016, quando era da poco emerso il suo ruolo di collaboratore di WikiLeaks, un altro personaggio coinvolto suo malgrado nell’attività dei Clinton, casualmente perde la vita. E la voce. Ovviamente, il caso è stato subito archiviato come suicidio. Dopo aver lavorato per 3 anni presso il Fonds d’assistance économique et social dell’isola caraibica, ecco cosa disse Eberwein nel corso di una protesta lo scorso anno a Manhattan, sotto la sede della Clinton Foundation: “La Clinton Foundation è criminale, sono ladri, bugiardi, una vera disgrazia”. E

guarda caso, prima che il 18 di luglio avesse la possibilità di motivare le sue accuse davanti alla Haitian Ethics and Anti-Corruption Commission, si è suicidato. Al centro delle accuse di Eberwein c’era, tra l’altro, la costruzione di scuole e alloggi a seguito del devastante terremoto che colpì Haiti il 12 gennaio del 2010: “Solo un misero 0,6% delle donazioni giunte da benefattori internazionali alla Clinton Foundation con l’espressa volontà di di assistere gli haitiani è davvero finito in finalità benefiche con le associazioni del posto. Un altro 9,6% è andato al governo haitiano e il rimanente 89,8% – circa 5,4 miliardi di dollari – fu gestito e indirizzato verso organizzazioni non di Haiti”.



Come mai nemmeno una riga sulla stampa USA? Come mai nemmeno un virgola su quella europea, lestissima a bersi ogni cazzata che esca da “New York Times” o Commissioni del Congresso? E, soprattutto, come mai nemmeno un tweet al riguardo da parte di Donald Trump, grafomane al limite della patologia su qualsiasi altro argomento, soprattutto Hillary Clinton? Forse, negli USA sta per andare in onda il grande inciucio, alla faccia dei formali battibecchi su Obamacare e altre facezie tipo i trans nell’esercito? Le parole di Vladimir Putin sembrano confermare questa tesi.

Che apre scenari inquietanti per settembre, quando la Russia darà il via all’esercitazione militare Zapad 2017, la più grande dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e che già rimanda sinistri eco in casa NATO, visto che l’ultima grande operazione militare di Mosca si tenne prima dell’annessione della Crimea. E non appare quindi un caso il fatto che Vladimir Putin si sia espresso in quei termini proprio durante il soggiorno in Finlandia, visto che queste immagini

ci mostrano il risultato della russofobia atlantico imperante: il Paese sta preparandosi, di fatto, a un’invasione russa e si sta spostando sottoterra. Unite a questo la vendita di batterie Patriot per 3,9 miliardi di dollari verso la Romania approvata dal Dipartimento di Stato l’11 luglio scorso e il quadro nell’Est Europa e nel Baltico comincia davvero a inquietare. Se da qui a settembre dovessero aumentare le tensioni nei Balcani o saltare fuori un false flag sui confini russi, prepariamoci a un autunno di confronto. L’Europa, ovviamente, sarà il campo di battaglia. Come sempre.


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