Svizzera: un nano d'oro dai piedi d'argilla

Di Olivier Pauchard, swissinfo.ch

La Svizzera vanta un'economia che va sfacciatamente bene, in un Occidente in pieno marasma. Per l'economista Stéphane Garelli, questo successo è dovuto principalmente alla diversificazione dei suoi mercati. Tuttavia, sopra l'isola
di prosperità pendono spade di Damocle.

La Svizzera moltiplica i buoni risultati: disoccupazione inferiore al 3%, record di vendite di auto nuove, conti della Confederazione che chiudono con un avanzo... Rispetto alla maggior parte degli altri Stati occidentali, confrontati con gravi problemi economici e di bilancio, il contrasto è sorprendente.

Come spiegare questa peculiarità elvetica? Il parere dell'economista Stéphane Garelli, professore presso l'IMD (Institute for Management Development) e all'università di Losanna.



swissinfo.ch: La situazione in Svizzera è davvero così speciale? Anche la Germania e i paesi nordici vanno bene.Stéphane Garelli: Tutti gli indicatori che si possono prendere in considerazione - disoccupazione, conti pubblici, tasso di crescita, inflazione, ecc. - sono estremamente positivi. Ci sono pochi paesi che riescono ad allineare tutti i principali indicatori economici con tali prestazioni. Quindi sì: la Svizzera è proprio in una situazione piuttosto eccezionale.

swissinfo.ch: Ma come si spiega?

S. G.: Il primo motivo è che l'economia svizzera è molto rivolta verso il resto del mondo. Si tratta di una conseguenza inaspettata del rifiuto di aderire allo Spazio economico europeo (SEE) nel 1992. Molti imprenditori hanno iniziato a diversificare i loro mercati di esportazione, invece di restare fissati sull'Europa. L'economia d'esportazione si è rivolta tempestivamente ad economie emergenti, registrando tassi di crescita elevati.
 

Il secondo motivo è che la Svizzera ha piccole e medie aziende molto efficienti. Nella maggior parte dei paesi, anche in Mongolia, si trova una grande azienda multinazionale molto competitiva. Ma è a livello delle aziende di medie dimensioni che l'economia fa davvero la differenza; aziende che hanno dai 100 ai 1000 dipendenti, con la propria tecnologia e orientate verso il resto del mondo.

Il terzo elemento è la diversificazione straordinaria dell'economia svizzera. Produciamo di tutto, forse tranne le automobili. Infine, citerei il fatto che la Svizzera ha introdotto da più di dieci anni il famoso freno all'indebitamento di cui tutti parlano oggi in Europa. Questo ci ha permesso di tenere le finanze pubbliche sotto controllo.



swissinfo.ch: Spesso, come chiave del successo, sono citati un sistema di formazione di qualità e una stretta collaborazione tra il mondo accademico e il mondo economico.

S. G.: Assolutamente, tanto più che ciò ha un impatto sulle PMI. A differenza delle grandi multinazionali, hanno particolarmente bisogno di questa collaborazione con il mondo accademico, di un accesso a laboratori, centri di ricerca o di competenza. Questo è estremamente importante, perché aiuta a rafforzare le piccole e medie imprese che esportano tecnologia endogena.



swissinfo.ch: Nonostante la diversificazione dei mercati, l'Europa rimane il partner principale della Svizzera. Questo non avrà conseguenze negative se la situazione nel Vecchio Continente continuasse a deteriorarsi?

S. G.: Credo effettivamente che il lato negativo del modello svizzero sia la sua vulnerabilità. È vulnerabile perché suscita invidia. Lo si vede con i nostri "amici" tedeschi o francesi. Ci guardano un po' di sbieco e cercano di imporci
condizioni piuttosto difficili, soprattutto sul piano finanziario.

Questa vulnerabilità è dovuta al fatto che la Svizzera è relativamente importante economicamente, ma un nano politicamente. Non è un gigante dai piedi d'argilla, ma un nano d'oro dai piedi d'argilla.

Noi dipendiamo dall'Europa, perché quasi i due terzi delle nostre transazioni economiche si fanno con essa. E dipendiamo dagli Stati Uniti, perché siamo tradizionalmente vicini a questo paese con le nostre attività. Abbiamo certamente cercato di diversificare i mercati, ma è vero che la maggior parte delle nostre attività continuano ad essere fatte con l'Europa e gli Stati Uniti. E in questo momento, dobbiamo riconoscere che le relazioni sono tese.


swissinfo.ch: Il franco forte è un altro problema.

S. G.: Il grande interrogativo è per quanto tempo la Banca nazionale (BNS) sarà in grado di mantenere la soglia di 1,20 franchi per un euro. Confesso che ho qualche dubbio in proposito. Considerata la velocità con la quale si stanno
accumulando riserve in valuta estera alla Banca nazionale, ci si dice che non si potrà continuare in eterno a questo ritmo.

D'altra parte, gli europei hanno oggettivamente interesse a mantenere basso l'euro. L'unica via d'uscita dalle politiche di austerità che hanno intrapreso è quello di esportare in paesi con una forte crescita. Oppure, se lo vogliono, è meglio mantenere un euro debole.



swissinfo.ch: Le cerchie economiche svizzere si sono spesso schierate per l'adesione all'Unione europea. Ma nelle circostanze attuali, non sarebbe preferibile non farne parte?

S. G.: Per il momento, non farne parte è un vantaggio. La Svizzera non deve patire a causa del peso e della lentezza delle decisioni europee. Quello che mi colpisce è il tempo che ci vuole per prendere decisioni più o meno evidenti
economicamente. È già da due anni che si sa cosa si dovrebbe fare per salvare la Grecia.

Ma prima o poi, si dovrà trovare un modus vivendi con l'Europa, perché la Svizzera è in una situazione di estrema vulnerabilità. Lo si vede con la Germania. I tedeschi possono fare qualsiasi cosa, come ad esempio acquistare
CD con dati bancari rubati, senza che la Svizzera possa farci nulla. Ed è la stessa storia con gli americani.


Stéphane Garelli (garelli.ch)


G.: Sì, alcune società, ad esempio nel campo delle macchine utensili, hanno già indicato, che la situazione diventa più difficile. Le imprese esportatrici cominciano a soffrire nei confronti di concorrenti avvantaggiati da un euro o un dollaro debole.

Poi c'è il fatto che l'Europa sarà in recessione quest'anno. Quando colpisce il vostro principale partner commerciale, non è una buona notizia. Quanto alla ripresa degli Stati Uniti, è talmente fiacca che si può a malapena parlare di ripresa.

Olivier Pauchard, swissinfo.ch


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