Onore a Charlie, guerriero 'difettato' che morirÓ da vivo. In un mondo di falsi vivi, giÓ morti dentro

Di Mauro Bottarelli , il 28 giugno 2017

Onore a Charlie, guerriero “difettato” che morirà da vivo. In un mondo di falsi vivi, già morti dentro




Fermi tutti, il ministro dell’Interno, Marco Minniti, durante uno scalo tecnico del volo che lo stava portando negli USA per una serie di convegni, ha deciso che la situazione era troppo grave per abbandonare il Paese. Quindi, ha fatto girare l’aeroplano ed è tornato a Roma per gestire l’emergenza immigrati scattata nel weekend, con oltre 13mila nuovi arrivi.


Era ora, il governo ha preso atto che esiste una situazione ormai insostenibile: quindi, che si fa? Si sta valutando l’apertura della caserme, ormai sfitte, per gestire l’accoglienza! Cazzo, che polso! Roba da far impallidire l’ispettore Callaghan! Siamo di fronte alla resa dello Stato, prendiamone atto.



D’altronde, il mantra rimane sempre lo stesso, anche di fronte alle evidenze conclamate dell’invasione: la priorità è salvare vite nel Mediterraneo. Giusto, salvare le vita. Il Corano, tanto citato a sproposito in questi tempi, dice che “chiunque salvi una vita, è come se avesse salvato l’umanità intera” e, da non credente, mi affascina una visione simile del mondo.


Ma mi accorgo che nel mondo in cui viviamo, anche la vita è a targhe alterne: ce ne sono di indispensabili per il circo mediatico e ce ne sono di sacrificabili al dio dei diritti e della scienza, al luciferino culto del Faust che verrà, il combinato giudici/medici, l’infallibilità del codificato.



Pochissimi media hanno messo in evidenza una notizia arrivata ieri e, giocoforza, quasi tutti di ispirazione cattolica. La Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo si è pronunciata sulla vicenda del piccolo Charlie Gard, affetto da una rara malattia genetica e ha dato ragione ai medici: si possono sospendere le cure che tengono in vita il bambino, nonostante l’opposizione dei genitori.


Insomma, in un mondo che vede come massima espressione di progresso e giustizia lo ius soli, si arriva al paradosso di santificare una carta d’identità (e, più importante, in prospettiva una certificato elettorale) e di gettare nell’immondizia quanto di più sacro esista, al di là del credo religioso: il rapporto naturale e carnale tra genitori e figli. Insomma, quella brutta parola chiamata famiglia. Già, la famiglia, quella che anche i gay hanno il diritto di avere, figli contro-natura compresi, tanto ci sono le fabbriche di desideri in India o negli Stati Uniti, 50mila dollari e l’incubatrice umana è pronta a soddisfare ogni capriccio.




E poi ci sono Chris e Connie, papà e mamma di Charlie, i quali da ieri hanno una certezza: i giudici della Corte dei diritti di Strasburgo hanno deciso che loro figlio deve morire, perché è un surplus di vita in un mondo troppo razionale e moderno per accettare oggetti difettati. La sentenza di ieri mette infatti la parola fine a una lunga battaglia giudiziaria: conferma le decisioni prese dai tribunali britannici di staccare la spina al piccolo Charlie e ritira le misure preventive ordinate il 19 giugno scorso.


Charlie deve morire, in nome del diritto e della scienza che non sa accettare i propri limiti: ovvero, che non si vive e non si muore solo in base all’esistenza di una cura o di un vaccino, si vive e si muore anche come testimonianza dell’umano e del mistero che esso porta con sé. E questo vale, paradossalmente, di più per chi come me non può appoggiarsi alla fede: negare una trascendenza, un senso di divino e di superiore, la necessità ontologica di una dimensione spirituale dell’uomo, equivale a negare la vita stessa.



La storia di Charlie è tanto breve quanto enorme. Nato il 4 agosto del 2016, gli è stata diagnosticata una rara malattia genetica, la sindrome di deperimento mitocondriale, la quale provoca il progressivo e inesorabile indebolimento dei muscoli. Per i medici del Great Ormond Street Hospital, il più importante ospedale pediatrico inglese, in cui il piccolo è stato ricoverato, la malattia è incurabile. Il piccolo Charlie, che è ricoverato in terapia intensiva, intubato e tenuto in vita da una macchina che lo fa respirare e nutrire, non ha speranze di sopravvivere a lungo.


Per i dottori sarebbe meglio staccare la spina e evitargli ulteriori sofferenze. Ma i genitori si oppongono e tentano in tutti i modi di tenere in vita il loro figlio, dando vita a una battaglia giudiziaria. Volevano anche provare a sottoporlo a un trattamento sperimentale negli Stati Uniti e hanno lanciato una raccolta fondi per sostenere le spese, arrivando a raccogliere, ad aprile, 1,25 milioni di sterline da oltre 80mila donatori.




Quando il 12 aprile scorso l’Alta Corte inglese ha stabilito che i medici potevano staccare la spina, Connie Yates e Chris Gard hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti umani, sostenendo che l’ospedale ha bloccato l’accesso a un trattamento per mantenere in vita il piccolo negli Stati Uniti, violando così il diritto alla vita e anche quello alla libertà di movimento, e denunciando, inoltre, le decisioni dei tribunali britannici come “un’interferenza iniqua e sproporzionata nei loro diritti genitoriali”. Ieri, poi, la sentenza di Strasburgo. Sentenza di morte, come tanto va di moda in questo periodo.


Come dimenticare gli alti lai in onore di Thanatos quando Marco Cappato ha posto fine alle sofferenze di DJ Fabo, accompagnandolo a morire in Svizzera: sembra il 25 aprile della dignità umana e del giusto trapasso, una festa lugubre e laica di celebrazione della morte come inizio di una nuova vita liberata. Se ci pensate, è lo stesso pensiero che hanno in testa i martiri jihadisti che tanto ci fanno paura e contro cui opponiamo gessetti colorati, arcobaleni, concerti rock e mille altri, futili inni alla vita. Più che altro, inni al consumismo di una vita vuota che – giunta al suo limite scientifico – invoca la morte dignitosa.


La stessa cosa che ha fatto l’altro giorno la figlia di Stefano Rodotà, la quale si è sentita in dovere di ringraziare i medici che hanno assistito il padre negli ultimi giorni, poiché – avendo li difeso i diritti per tutta la vita – gli hanno riconosciuto il diritto a non soffrire.



Già, la sofferenza. Soffrire significa dolore, è una condizione che nessuno vuole patire. Ma sofferenza significa anche lotta, battaglia. E Charlie rappresenta, nella sua inconsapevole lotta per la vita che non ha e non avrà, l’ultimo guerriero di un Occidente ormai marcio nel midollo e, per questo, speranzoso di un ricambio etnico che dia nuovo sangue alla sua patibolare andatura verso il Nulla plastificato del moderno. In quale mondo un tribunale di meri esecutori del diritto può prendere una decisione che sovrasti quella dei genitori, quando si parla di vita o morte di un bambino?


Quale mondo faustiano pone come limite, come confine tra giusto e sbagliato, la cartella clinica di un ospedale, fosse essa redatta anche dal più grande luminare vivente? Perché Charlie deve morire, adesso e in fretta?




Forse perché quel cuoricino che batte ha in sé la forza di un leone che ci fa sentire piccoli, pavidi e pusillanimi di fronte alla guerra quotidiana che non abbiamo più il coraggio di combattere? Forse perché quell’orsacchiotto che sta sempre con lui ci ricorda che esiste sempre una speranza a cui aggrapparsi per non arrendersi, fosse anche una speranza vana in partenza? Vogliamo davvero un mondo di toghe e camici che decidano del nostro destino in base a diagnosi e sentenze che creano un precedente?


Charlie è vivo, anche se la sua vita non è come la nostra: chissà se sente qualcosa, magari dolore? Chissà se intuisce qualcosa, se almeno vede i colori e il buio che scende quando arriva la sera? Sicuramente sente il calore di mamma e papà, sempre lì accanto a lui: è questo che fa paura a questa immondizia di mondo che stiamo costruendo a colpi di sentenze e bio-testamenti, il Mistero.



Già, il senso di mistero che sta dentro la mano di una madre che tiene quella del figlio, infondendogli quella medicina non catalogata dagli enti preposti alla salvezza clinica e sanitaria dell’uomo: la Fede. Non in Dio, sia esso Allah o Visnù o Paperoga ma nella forza della vita contro la morte, nel valore stesso della battaglia, nell’onore della sconfitta che passa attraverso il sangue, i tagli, il dolore e le cicatrici. E’ redenzione, quanto di più laico e quasi blasfemo esista in questo mondo di teologi della morte spacciata per diritto assolutista.


Un mondo che invoca il diritto alla speranza per i bambini che arrivano sui barconi dalla Libia ma che la nega al piccolo Charlie, oltretutto essendo così infame e codardo da nascondersi dietro sentenze di tribunali e pareri medici, quindi ammantando la sua condanna a morte come scelta nel bene del bambino, una fine dell’accanimento terapeutico che dovrebbe rientrare nell’ambito del concetto sacrale di pietas.




Charles Peguy diceva che “la speranza è una bambina irriducibile”, molto più importante delle sorelle più anziane, ovvero fede e carità. Una bambina che “va ancora a scuola/e che cammina/ persa nelle gonne delle sue sorelle… E? lei, quella piccina, che trascina tutto/perché la fede non vede che quello che è/e lei vede quello che sarà/la Carità non ama che quello che è/ e lei ama quello che sarà/Dio ci ha fatto speranza”.


Peguy era cattolico e diceva che “Cristo passa meglio attraverso le ferite” ma non serve scomodare né Cristo, né ogni altro concetto di divino per capire che il piccolo Charlie rappresenta l’Occidente che non voleva arrendersi e che, invece, viene piegato dalle stesse leggi che dovrebbero proteggerlo e tutelarne l’avvenire, fosse anche un avvenire di poche settimane o mesi. I burocrati kafkiani di Strasburgo vogliono uccidere la speranza che Charlie incarna, perché finché ci saranno un padre e una madre pronti a tutto per il proprio figlio, anche a scalare la montagna dell’insondabile e dell’irrazionale, il mondo avrà un appiglio per i giorni bui.



Qui, invece, si vuole che il buio trionfi. Che la paura trionfi. Che la distruzione di ogni concetto di fede e spiritualità trionfi. Ineluttabilità del declino, spacciata per giacobinismo illuminante del diritto a tutto, via sentenza o diagnosi, deve essere la nostra nuova legge. E Charlie rappresenta un intoppo a questo piano, perché Charlie rappresenta questo:


Discorso di Enrico V: "Noi pochi, noi felici pochi" – preludio alla battaglia di Azincourt

la volontà di non arrendersi, la gioia della lotta nella consapevolezza della sconfitta, il pugnace spirito di chi non ha paura di combattere una battaglia impari, anzi ne riconosce la grandezza in fronte a se stesso, prima che al destino o a un Dio a cui votarla. Quando in quel lindo e straordinario ospedale londinese staccheranno i macchinari a Charlie e il suo piccolo cuore cesserà di battere, anche il nostro correrà un po’ meno. Quando Chris e Connie lo stringeranno per l’ultima volta, saremo noi a dire addio al residuo di umano che poteva ancora salvarci, nonostante ogni giorno porti la sua pena, sempre un po’ più grande.



Onore a te, quindi, piccolo guerriero che china il capo. Non per scelta ma per imposizione del nuovo Ordine della paura e della morte, supremo motore immobile del nostro declino. I tuoi pugnetti chiusi e i tuoi occhi “difettosi”, che scrutano la vita senza capirla, saranno le nostre armi. Micidiali e impietose col nemico. E chi preferirà restare comodamente sul divano, piuttosto che affrontare il destino a viso aperto, pagherà il prezzo più alto. Quello di dover vivere da morto. Non come Charlie, che morirà da vivo. E a testa alta.


Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli


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