ARCHIVIO - Miracolo a Trento

Vittorio Messori

Miracolo a Trento (di Vittorio Messori)

Il lato "scandaloso" della Chiesa cattolica rappresenta solo uno dei suoi aspetti, sempre misteriosamente intrecciato a quello luminoso. Questa "ambiguità" accompagna tutta la storia della Chiesa. Se, per esempio, ricordiamo come nacque il Concilio tridentino, ancora oggi il valore dei suoi documenti ha del prodigioso.


Bisogna essere franchi: sono molti coloro che - in piena buona fede, almeno a viste umane - proprio non riescono a capire come si possa essere cattolici. «Cristiani, forse. Ma cattolici, pur con tutta la buona volontà, come si fa?».


Innanzitutto, dicono, perché la storia della Chiesa è piena di tali e tante nefandezze (o così, almeno, appaiono ai loro occhi) che non è credibile che Dio sia rappresentato da una simile istituzione.


Non me ne scandalizzo; anzi, sono io che a questi scandalizzati dichiaro la mia comprensione, anche perché ho condiviso la loro prospettiva. Cerco, però, di spiegare loro che, se ci si mette dal punto di vista della fede, cose che agli occhi del "mondo" sembrano colpe si rivelano, in realtà, come meriti.


Basti rifarsi a buona parte della morale (penso, di primo acchito, alla trimurti "divorzio, aborto, eutanasia"), che appare grottesca se non oppressiva, dannosa, all'incredulo e solo al credente rivela la sua sapienza.


Mi viene in mente, tra l'altro, l'apertura alla vita, la disponibilità alla fecondità, che oggi è tacciata di irresponsabilità dalla cultura laica, ossessionata dall'incubo del mondo "troppo pieno".


Pascal
Dall'altro lato, la vocazione a rinunciare alla fecondità biologica, la scelta volontaria della castità, dono prezioso secondo la fede ma, al di fuori di essa, considerata disumana, segno di morbosa deviazione psicologica.


Ma, pur con tutte le precisazioni, restano pure sempre errori e colpe che pure il cattolico deve ammettere. C'è, allora, da chiarire che anche, anzi soprattutto, la Chiesa partecipa di quella "ambiguità" che, per Pascal, testimonia della verità del cristianesimo. Il quale non è una imposizione, bensì una proposta che deve sempre salvaguardare la nostra libertà.


Come avviene per Gesù stesso, la Chiesa, che ne è il "corpo mistico", ci offre, nel suo volto umano, «abbastanza luce per credere e abbastanza ombre per dubitare». Nella sua storia, sempre il grano si mescola alla zizzania, la santità è intrecciata con l'infamia, le vittime convivono con i carnefici, gli asceti della castità con i parroci pedofili...


Pretendere che la santità della Chiesa istituzionale risplenda in modo indubitabile, così da convincere chiunque del Mistero di cui è l'involucro, sarebbe come pretendere che Dio esca dal suo chiaroscuro e si mostri possente nel cielo, davanti all'umanità ridotta forzatamente in ginocchio, adorante e sgomenta.


Così come nella Chiesa i santi conviveranno sino alla fine con i peccatori, anche i periodi gloriosi della comunità cattolica si alterneranno, come sempre hanno fatto, con i momenti in cui verrebbe da chiedersi se Dio non l'abbia abbandonata.


La storia ecclesiale partecipa di quella convivenza degli opposti - l'et-et - che misteriosamente caratterizza tutto ciò che è cattolico: non, dunque, una testimonianza inequivocabile, un'assistenza visibilmente continua dello Spirito, ma un alternarsi di successi e di disfatte, di avanzate e di ritirate.


È dunque ben comprensibile che, davanti a questa mescolanza inestricabile di luci e di ombre, molti siano indotti a pensare che l'istituzione ecclesiale sia un'istituzione umana alla pari delle altre e che sia improponibile la pretesa che dietro a una simile storia ci sia Dio stesso.


Se questi è onnipotente, perché mai dovrebbe rivelarsi in un gruppo umano pieno di debolezze, di limiti, di miserie?


Lutero
Domanda legittima se, però, non nascondesse un equivoco: il Dio che la Chiesa rappresenta non è quello, ad esempio, dei musulmani. È, invece, il Dio incarnatosi in Gesù che alla fine ha conosciuto sì la gloria della risurrezione (peraltro rivelata agli occhi dei soli discepoli) ma passando per l'ignominia della croce: e, questa, agli occhi di tutti.


Comunque, lo sguardo del credente sa cogliere, nella storia, quei momenti in cui la sorte della Chiesa sembrava segnata e soltanto l'ammettere ciò che umano non è, può spiegare una ripresa che sembrava (ed era, a viste umane) impossibile.


C'è uno di quei periodi su cui ho spesso riflettuto, convincendomi sempre più - man mano che approfondivo la conoscenza - che siamo di fronte a uno degli interventi che lo Spirito opera per mostrare chi è che, davvero, conduce la storia.


Penso, cioè, al 13 dicembre del 1545, terza domenica di Avvento, quando (erano le 9,30 del mattino) una piccola processione entrò salmodiando nel duomo di una cittadina di non molte migliaia di abitanti, tra montagne allora remote. Un piccolo, rustico posto, che gli italiani chiamavano Trento e i tedeschi Trient, scelto per complicate ragioni politiche e dopo aver tentato più volte di insediarsi altrove.


Ma sì, è al Concilio di Trento cui ho tante volte pensato. Quel Concilio la cui forza incisiva nella storia della Chiesa è confermata anche dal fatto che, quattro secoli e mezzo dopo, ci sono ancora coloro che vorrebbero star fermi ai suoi ferrei decreti e, per contrasto, coloro che sono convinti che rimuoverne lo spirito intransigente è tra i doveri del cattolico che voglia essere al passo dei tempi.


Trento è ancora oggi un segno di contraddizione. In ogni caso è stato avvertito come talmente decisivo da marcare un discrimine nella storia della Chiesa, definita da allora "pre" o "post" tridentina. Ebbene, quel 13 dicembre del 1545 la Chiesa era, secondo l'espressione di Daniel Rops, «un cadavere in brandelli».


Lutero era ancora vivo (morirà l'anno dopo) e il grande incendio da lui appiccato era tutt'altro che circoscritto e sembrava dovesse ingoiare quanto restava dell'Europa cattolica. Minacciato era anche il maggior regno della Cristianità, la Francia, che non a caso in quell'inizio di Concilio non aveva presente che un vescovo: ma sì, uno solo!


Soltanto diciotto anni prima, Roma era stata orribilmente saccheggiata (e il Papa a stento aveva salvato la vita) non dalle truppe di qualche nemico mortale ma da un esercito di colui che si diceva il solo, grande "protettore" della Chiesa, l'imperatore Carlo V.


Concilio di Trento
Da 25 anni si cercava di riunire a concilio quanto ancora restava,ma alle convocazioni diramate faticosamente a Mantova e a Vicenza si erano presentati, in tutto, quattro o cinque presuli smarriti. Ma occorre ricordare anche i numeri, di impressionante modestia, in quell'inizio finalmente fissato a Trento: la processione di apertura contava 3 cardinali in rappresentanza della Santa Sede, il cardinale arcivescovo di Trento e 4 arcivescovi.


Vi erano poi 21 vescovi, dei quali 13 italiani, 5 spagnoli, 1 francese, 1 tedesco, 1 inglese. Infine, cinque Padri generali di altrettanti ordini religiosi: Minori, Conventuali, Agostiniani (l'ordine di fra' Martino!), Carmelitani, Serviti.


In tutto, 35 Padri Conciliari, assistiti da un pugno di teologi, mentre - pur escludendo le regioni d'Europa già passate alla Riforma - la Chiesa contava su quasi 600 diocesi e su molte decine di Ordini, i cui Superiori in capo avevano diritto a intervenire ai lavori.


Dunque, non più del cinque per cento degli aventi diritto era presente quel giorno a Trento. Per aver ancor più idea di quanto fosse sparuta la rappresentanza, può essere interessante ricordare che al concilio di Nicea, più di 1.200 anni prima, i convenuti erano stati 300 e addirittura il doppio a Calcedonia, nel V secolo.


Quel che iniziava quel giorno tra le Alpi avrebbe impiegato quasi un ventennio per essere terminato, tra lunghe interruzioni e ben tre Papi: la totalità dei decreti non fu promulgata che il giorno dell'Immacolata del 1563.


Ma, più ci rifletto, più mi sembra che il vero prodigio, quello che fa davvero pensare a un intervento del Cielo, non sia stato tanto l'impresa (pur estremamente ardua) di riunire qualche decina di vescovi a Trento. Il miracolo mi sembra rivelato, soprattutto, dalla straordinaria qualità di ciò che uscì dai lavori di quel Concilio.


La Chiesa sembrava un infermo senza speranza, ormai allo stadio terminale, anche perché mancava di uomini: ce ne erano tanti, forse fin troppi, abili, talvolta abilissimi, in ogni specie di arte, nelle scienze, nella politica, nella diplomazia, magari nella guerra.


Non a caso era in pieno splendore quello che gli storici chiameranno "Rinascimento". Ma tutto quello scialo di genialità sembrava non avere nulla a che fare con l'autentica riflessione cristiana; sembrava che la teologia, straccamente insegnata, come per forza d'inerzia, non conoscesse che dei mediocri accademici, dei ripetitori.


Non era neppure chiaro che cosa fosse "cattolico" e che cosa non lo fosse, tanto che a lungo Lutero poté considerarsi non eretico, bensì restauratore di un'ortodossia che il Papato aveva dimenticato, che in ogni
caso non era riuscito a definire con chiarezza.


Anche in questa indeterminatezza, in questa confusione, stava una delle ragioni del ritardo di Roma a reagire alle "tesi" luterane che a qualcuno, magari nella Curia romana stessa, non sembravano uscire (astraendo dai toni aggressivi di quel frate tedesco) da quanto un buon cattolico poteva credere. Mancava, nella corruzione dei tempi, ogni credibilità evangelica nel comportamento della gerarchia ecclesiale; ma mancava pure una teologia che delimitasse con chiarezza i confini con l'eresia; e mancavano soprattutto le teste, le competenze, per potere reagire.


O, almeno, così sembrava. Perché proprio qui sta quella che Jedin, pur alieno - da severo studioso quale era - da ogni cedimento ai sentimenti, ha chiamato «la divina sorpresa di Trento». Da quei pochi, pochissimi vescovi, molti dei quali più uomini di mondo che di penitenza e di studi e, soprattutto, da quel pugno di teologi soprattutto italiani e spagnoli, venne un lavoro davvero aere perennius, più duraturo del bronzo, tanto che Daniel Rops ha potuto scrivere: «L'epoca tridentina della Chiesa è passata, definitivamente. Ma la fede tridentina resta, e non potrà non restare, la fede della Chiesa».


Persino gli studiosi moderni più lontani da ogni apologetica ammettono che i documenti che uscirono dalla lunga assise, anche riletti oggi, mostrano di essere «un monumento di sapienza, di erudizione, di precisione».


Monumento talmente solido da avere gettato i pilastri sui quali la Chiesa fu ricostruita: e, anche qui, sta qualcosa che è storicamente inspiegabile, visto che - pur se di altissima qualità - i dettati di quei Padri avrebbero ben potuto restare lettera morta, definizioni ed esortazioni accademiche, impotenti a mutarsi in fatti concreti.


E invece, sappiamo bene quale vitalità imprevista (e inspiegabile) si scatenò nel periodo successivo, tanto che le perdite subìte dalla Riforma furono ampiamente reintegrate. Tuttavia, c'è da ripeterlo: più ancora che la pur prodigiosa prassi che seguì, ciò che impressiona è il pensiero che Trento mise in luce. Un'autentica rivelazione.


In una Chiesa esausta, corrotta, interessata più agli studi umanistici che biblici, più alla scienza e alla bellezza del mondo che alla stultitia crucis, chi avrebbe immaginato che si nascondesse una tale sapienza teologica da definire con nettezza stupefacente (in fondo per la prima volta) il cattolicesimo nella  sua piena ortodossia?


Lo straordinario corpus di quei decreti è tra le prove più evidenti di una enigmatica "assistenza", di un misterioso "aiuto" che giungono alla Chiesa proprio quando sembra arrivata al limite del baratro. Davvero lo Spirito soffiò tra le vecchie mura del duomo alpino, nel coro sopra la cripta di San Vigilio: c'è da rifletterci, per ritrovare fiducia, ogni volta che rughe e crepe potrebbero far sospettare che anche la Catholica non sia che un'istituzione umana tra tante altre.

(http://www.et-et.it/Vivai/bussola011.htm)


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