E la chiamano estate...maledetta estate

Massimo Fini massimofini.it

E la chiamano estate...maledetta estate


L’estate si avvicina minacciosamente.


“La vecchiaia inizia quando l’estate invece che una promessa di felicità diventa una preoccupazione” ho scritto nel mio libro Il ribelle dalla A alla Z.


Per me, quando ero ragazzo, l’estate e il mare hanno sempre coniugato la parola proibita: felicità.


E questo sentimento era comune ai miei coetanei. Sto rimettendo a posto i miei ‘45 giri’ (vinile purissimo).


Quasi tutte le canzoni d’amore dell’epoca sono ambientate d’estate al mare (Sapore di sale di Gino Paoli, Una rotonda sul mare di Fred Bongusto, Abbronzatissima di Edoardo Vianello sono solo alcuni degli infiniti esempi che si potrebbero fare) oppure la rimpiangono o l’attendono con ansia (“Come un giorno di sole fa dire a dicembre/l’estate è già qui” canta Patty Pravo).


Per i vecchi l’estate cambia completamente di segno. Le passioni d’amore, con i loro struggimenti, sono ormai alle spalle da tempo o se qualche traccia ne rimane è talmente affievolita da non avere più nulla a che vedere con l’età in cui le slacciavamo, con dita tremanti, i bottoni della camicetta.


Ma la questione non è questa. Sta nel fatto che l’estate acuisce tutti i problemi, drammatici, anche se occultati da una Scienza e da una pubblicistica ingannevoli e non innocenti, della tetra vecchiaia e al cui centro, almeno in Occidente, sta la solitudine.


In Europa solo il 3,5 % dei vecchi vive con i propri figli e i propri nipoti.


Però d’inverno, e nelle stagioni contigue, i figli, a meno che non si siano avventurati in qualche altra regione del mondo, rimangono in città, ti restano in qualche modo vicini, qualche volta ti permettono di portare i nipotini ai giardini e di non stare perennemente a guardare, come un babbeo, con le mani incrociate dietro la schiena, i ‘lavori in corso’, malvisti dagli operai che hanno il loro daffare. Ma d’estate i figli e i nipoti se la filano in vacanza.


Anche i vicini se ne vanno. E la tua casa piomba in un silenzio tombale. Rotto solo dalle sirene delle autoambulanze che si fanno più acute perché anche la città, con meno macchine, è più silenziosa. E i vecchi rabbrividiscono. Perché, per un singolare paradosso, non sentono il caldo, si disidratano e muoiono.


Questo lo sanno, cercano di bere anche se non ne sentono l’esigenza, ma a ogni suono di sirena pensano: la prossima volta potrebbe toccare a me. Non è nemmeno un caso che sia proprio l’estate la stagione in cui gli psicolabili danno maggiormente in escandescenze.


Ma il killer più pericoloso resta la solitudine.


Secondo una recente ricerca la solitudine uccide più di 15 sigarette al giorno. Non si tratta naturalmente della solitudine per scelta che è quella che puoi fare da giovane, traendone anzi un sottile piacere anche perché sai che puoi interromperla in ogni momento.


Ma la solitudine dei vecchi non è una scelta, è una condizione sociale. Ed ecco che allora bisogna darsi da fare, trovare qualcuno, uno qualsiasi, con cui passare e “ammazzare il tempo” essendo consapevoli che è il Tempo che sta ammazzando noi e che stiamo spendendo malamente gli ultimi spiccioli che ci restano.


Terribile, veramente terribile, è la condizione del vecchio nella società moderna.


Un tempo viveva in una famiglia allargata, circondato dall’affetto dei numerosi figli e degli ancora più numerosi nipoti, delle zie rimaste nubili che non mancavano mai e accudito dalle donne di casa per il tempo, fortunatamente breve (la medicina tecnologica non si era ancora inventata l’accanimento terapeutico) in cui non era più in grado di badare a se stesso.


Nella società contadina, a prevalente tradizione orale, il vecchio era il detentore del sapere, rimaneva fino all’ultimo il capo della famiglia, conservava un ruolo e la sua vita un senso. Nella società agricola il vecchio è il saggio, in quella industriale e ancor più in quella digitale è un relitto.


E il suo avvilimento è aggravato da quell’istituto crudele che solo la razionalità moderna poteva creare, la pensione (“E adesso vai a curare le gardenie, povero, vecchio e inutile stronzo”). Perso da un giorno all’altro il ruolo sociale, per quanto modesto, che aveva avuto nella vita non gli resta che attendere la morte e sollevare così la società da un peso divenuto intollerabile.


L’estate provvederà a un salutare sfoltimento dei ranghi.


Massimo Fini

Il Fatto Quotidiano, 13 giugno 2017


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