Il furto dell'urna di Don Bosco e il fascino delle reliquie

Vittorio Messori http://www.vittoriomessori.it

Il furto dell’urna di Don Bosco e il fascino delle reliquie


È ben noto: le reliquie religiose non hanno un gran posto nella prospettiva dell’uomo moderno, anche se credente. Dico «religiose» perché l’interesse si è spostato dal sacro al profano: vanno all’asta a Londra o a New York, e a gran prezzo, gli abiti, gli oggetti, i mobili, le cose tutte che sono appartenute a star del cinema, dello sport, anche della cultura.


Reliquie, appunto. In molti musei, poi, sono esposti non solo oggetti appartenuti ai Grandi ma parti, seppur piccole, del corpo degli «eroi» della Patria, a partire da Garibaldi di cui si disputavano anche i capelli e le unghie.


L’ipotesi del riscatto


Per quanto riguarda il furto recentissimo dell’urna contenente una parte del cervello di don Bosco, vista la debolezza del «mercato» religioso è probabile che ai ladri interessasse o il ricco reliquiario o (come in altri casi) una richiesta di riscatto ai religiosi salesiani. Non si esclude, purtroppo, neppure il furto su commissione da parte dell’oscuro mondo dei satanisti e delle loro liturgie «nere».


C’è, pure oggi, una pur limitata domanda di reliquie per le nuove parrocchie: il Codice di diritto canonico conferma l’antica prescrizione di un vano, scavato nella tavola in pietra dell’altare, con piccoli resti degli antichi martiri o anche (concessione recente) di altri santi. Lo stesso Codice vieta severamente, qui, ogni sospetto di commercio: dunque, alle parrocchie le reliquie sono concesse gratuitamente da un apposito ufficio vaticano.


Il valore nei secoli


Va detto, comunque, che le comunità protestanti non sono coerenti nella loro protesta contro il culto delle reliquie che unisce cattolici e ortodossi.


Parlano di feticismo, di idolatria, magari di superstizione ma dimenticano che questo culto nasce con la Chiesa stessa e diviene profondo ed esteso alla cristianità intera nell’era dei martiri. Proprio in quei primi secoli, dunque, che la Riforma ha sempre indicato come esempio da imitare e seguire.


Sia chiaro, comunque: per cattolici e greco-slavi il culto non riguarda solo il corpo o parti di esso (cosa che può apparire un po’ macabra, oggi) ma anche abiti o oggetti che siano appartenuti a un santo.


Ed è un culto che i teologi chiamano «relativo»: si venera qualcosa non per se stesso ma in relazione all’uomo di Dio che con quelle cose è venuto in contatto. Se oggi le reliquie religiose sono al margine, soprattutto per quel cattolicesimo che ama definirsi «adulto», non si dimentichi il ruolo straordinario che hanno avuto nei secoli.


I saccheggi e la storia


Roma fu riconosciuta centro della Chiesa e meta di continui pellegrinaggi anche perché custodiva le reliquie di Pietro e di Paolo: le due grandi basiliche sorgono dove furono giustiziati e poi, segretamente, sepolti.


Costantino fece costruire grandiosi edifici a Gerusalemme là dove la tradizione diceva che si era ritrovata la croce di Gesù o la colonna cui sarebbe stato legato per la flagellazione.


Duomo di Colonia
È grazie a una reliquia che la prima crociata fu vinta: la turba armata cristiana, ormai falcidiata e demoralizzata, stava per abbandonare l’assedio di Antiochia e ritirarsi sconfitta verso l’Europa, quando un monaco gridò di avere scoperto in un anfratto la lancia che trafisse Gesù sul Calvario.


A questo annuncio l’esercito crociato si rianimò, si slanciò contro le mura in un assalto incontenibile e Antiochia fu presa.


E, dopo di essa, Gerusalemme. Depredare una città delle sue reliquie era, assieme al saccheggio, la maggiore punizione: ne sanno qualcosa i milanesi, fieri delle reliquie dei Re Magi che veneravano nella basilica di sant’Eustorgio.


Quando il Barbarossa vinse l’assedio, quei resti amatissimi furono sequestrati e portati in Germania, a Colonia: attorno ad essi fu costruita una delle più belle e grandi cattedrali del Medio Evo.


Insomma, anche chi non ne è devoto (ed è suo diritto) rispetti le reliquie: spesso hanno fatto la storia.


Corriere della Sera, 4 giugno 2017, di Vittorio Messori


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