Sul caso Qatar, Deep State in vantaggio per 1 a 0. Ma l'Europa glissa: meglio occuparsi di gay ceceni

https://www.rischiocalcolato.it Di Mauro Bottarelli , i

Sul caso Qatar, Deep State in vantaggio per 1 a 0. Ma l’Europa glissa: meglio occuparsi di gay ceceni




E io che ritenevo da record la meteoritica ascesa al potere di Emmanuel Macron: la crisi del Qatar sta letteralmente precipitando, il tutto nel giro di ore. Dopo la decisione della rottura delle relazioni diplomatiche e la chiusura delle frontiere e dello spazio aereo (di fatto, isolando del tutto il Paese), Arabia Saudita, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti hanno annunciato l’espulsione entro 14 giorni di tutti i cittadini qatarioti, mentre l’Egitto è andato oltre, intimando all’ambasciatore del Qatar al Cairo di lasciare il Paese entro 48 ore. Insomma, un terremoto geopolitico.


O, come ha scritto Bloomberg, “una mossa senza precedenti destinata a punire una delle superpotenze finanziarie della regione per i suoi collegamenti con l’Iran e i gruppi islamisti”. Il tutto, su diretta pressione dell’Arabia Saudita, uno Stato che di supporto al terrorismo ne sa qualcosa. E che la mossa abbia dato vita a un terremoto lo confermano questi grafici,





i quali parlano la lingua di un colpo diretto allo status di hub finanziario del Qatar, tanto che l’indice azionario è crollato dell’8%, un tonfo che non si vedeva dal 2009. Interessante poi anche il movimento forex sul riyal, sintomo che i mercati stiano prezzando un’imminente svalutazione finanziaria. Il petrolio è inizialmente salito dell’1,6% ma occorre stare molto attenti a cosa accadrà nei prossimi giorni attorno allo Stretto di Hormuz, visto che la disputa ormai sempre più diretta tra Arabia e Iran potrebbe interessare quel passaggio strategico, da dove transita il 30% di tutto il greggio via mare. E questo grafico



ci mostra come il Qatar, al netto di un popolazione totale inferiore a quella della sola Houston, sia sede di alcuni tra i più potenti wealth funds sovrani al mondo, i quali detengono investimenti per 335 miliardi di dollari in aziende come Volkswagen, Rosneft, Credit Suisse, Tiffany e molte altre. Senza contare che la Qatar Foundation finanzia 33 centri islamici in Italia e il fondo sovrano è proprietario a 99% dell’area di Porta Nuova a Milano, del marchio Valentno e dell’Hotel Gallia.



Ma qual è il peccato originale del Qatar, a parte le accuse mosse ufficialmente da Arabia Saudita e membri del Consiglio di cooperazione del Golfo? Tre giorni dopo la partenza di Donald Trump da Ryad, dove aveva incoronato la petro-monarchia saudita come capofila della “NATO araba” nella guerra contro l’Isis, l’agenzia di stampa statale del Qatar, “Qatar News Agency”, rilanciava le parole del numero uno dello Stato, lo sceicco Tamim bin Hamad Al Thani, il quale criticava apertamente e duramente il montante sentimento anti-iraniano.


Funzionari del governo cancellarono rapidamente i commenti, scaricando la colpa su un attacco hacker e appellandosi alla calma degli altri membri del Consiglio ma era troppo tardi: i media sauditi e degli Emirati lanciarono subito violenti attacchi contro il Qatar, i quali divennero veri e propri strali dopo la telefonata tra lo sceicco qatariota e il presidente iraniano, Hassan Rouhani, fresco di rielezione.



“Il Qatar è esattamente nel mezzo dei Paesi del Consiglio del Golfo e ha provato a portare avanti una politica estera indipendente. L’idea di quanto è accaduto è quella di metterlo in ginocchio”, ha dichiarato Peter Sluglett, direttore del Middle East Institute alla National University of Singapore. Ma c’è dell’altro.


Al di là dell’importanza finanziaria, il Qatar ha un’enorme valenza geostrategica, visto che la principale base militare americana in Medio Oriente, Al Udeid, si trova proprio nelle vicinanze di Doha: vi operano 10mila uomini ed è il centro nevralgico e quartier generale del comando centrale CENTCOM. Ma c’è dell’altro, perché il Qatar è anche uno dei maggiori produttori di gas naturale liquefatto, oltre a essere il motivo indiretto di oltre sei anni di guerra in Siria, vista la documentata volontà di far passare una pipeline per il gas da quel Paese verso l’Europa.



Insomma, la “danza delle spade” compiuta da Donald Trump a Ryad è stata un rito iniziatico, il via libera al grande reset mediorientale? Per Tarek Fadlallah, chief executive officer del ramo Medio Oriente di Nomura Asset Management, “ci saranno implicazioni per la gente, per i viaggiatori, per i business men. Inoltre, più che questo, la situazione porta con sè rischi geopolitici in prospettiva. Visto che si tratta di un mossa senza precedenti, non si sa come andrà a finire”. E in America, che si dice?


Solitamente uso a rendere noto al mondo su Twitter anche quando va a cagare, ieri Donald Trump non ha detto nulla sull’argomento, limitandosi alla seconda parte della patetica disputa con il sindaco di Londra, Sadiq Khan, sul terrorismo e il politicamente corretto. Ma come, hai innescato con il tuo viaggio saudita il più grosso terremoto geopolitico da decenni e ti limiti a battibeccare sulle conseguenze del Londonistan? Paura di pestare merde? Oppure drammatica consapevolezza di averlo già fatto, fattispecie che comporta lo stare zitto fino ad aver trovato una soluzione percorribile?



Perché, di fatto, l’imposizione della leadership saudita in Medio Oriente e la conseguente adozione di una linea dichiaratamente anti-iraniana nell’area, sono figlie naturali della visita di Donald Trump a Ryad e della sua retorica da neo-con di complemento. Ora, però, quelle che erano parole di propaganda, stanno diventando realtà: il presidente se lo aspettava o adesso comincia davvero a sentire di non avere il controllo dei comandi? Quanto c’è di suo nella spaccatura inflitta al Consiglio del Golfo e quanto della politica estera di Pentagono e neo-con?


Interpellato al riguardo, mentre si trovava in Australia, anche il numero uno del Dipartimento di Stato, Rex Tillerson, non ha esattamente sciorinato una teoria geopolitica rivoluzionaria: “Ciò a cui stiamo assistendo è la crescente lista di alcuni elementi irritanti in una regione nella quale hanno prosperato per anni. Ovviamente, ora queste contraddizioni sono emerse e in qualche caso esplose, raggiungendo un livello tale da portare alcune nazioni a sentire la necessità di fare qualcosa affinché queste divergenze vengano appianate”. Insomma, apparentemente. come quando un padre lascia sfogare i due figli e interviene soltanto se si arriva alle mani.



Non vi pare un pochino una sottovalutazione? Oppure è mero calcolo, sapendo che la regia di quanto sta accadendo è saldamente nelle mani di Deep State e Israele? E mentre le autorità saudite chiudevano la sede a Ryad di Al Jazeera, network pan-arabo qatariota, revocando la licenza alle trasmissioni con l’accusa di “promuovere complotti di gruppi terroristici” e l’Iran si proponeva di rompere l’isolamento in cui era caduta Doha attraverso un collegamento marittimo, l’Europa cosa faceva? Dormiva il sonno dei giusti.


Anzi no, affidava il suo profondo pensiero al presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani: “Il provvedimento adottato nei riguardi del Qatar è un problema che riguarda i Paesi arabi e la decisione presa questa mattina va contro il terrorismo. Non credo che l’Europa debba mischiarsi in vicende che riguardano il mondo islamico, anche se è chiaro che non possiamo avere a che fare con Paesi che finanziano il terrorismo”.



E ancora: “Bisogna avere una politica estera più forte ma lo scontro tra sunniti e sciiti non riguarda direttamente l’Europa, la quale deve essere molto prudente e molto attenta, anche se noi europei sappiamo interloquire con il mondo mediterraneo”. Giusto, una cosa così non ci deve interessare, facciamoci i cazzi nostri che campiamo cent’anni.


D’altronde, a Bruxelles c’è di meglio e di più importante da fare: procedure d’infrazione contro l’Ungheria che fa i dispetti a Soros, campagne in difesa dei gay ceceni, canonizzazioni in vita di Andrei Navalny, conferimento di onorificenze alle ONG e rampogne per lo scarso attivismo nella lotta contro le fake news. D’altronde, fanno bene a non preoccuparsi: i fondi qatarioti hanno in mano “solo” il 17% di Volkswagen, un’inizia. Pensate che nessuno utilizzerà l’abile arma del ricatto se, per caso, la politica estera UE non sarà perfettamente all’allineata a quella dei sacerdoti della nuova guerra al terrore, ovvero all’accerchiamento dell’Iran? Ma andate a cagare a passo di carica, mentecatti.



E a proposito di fake news, guardate questo video:


CNN Caught Staging Fake News to Show Muslim Support After London Attacks?

stavolta la CNN si è superata. Non solo ha inventato di sana pianta sedicenti manifestazioni di islamici londinesi contro il terrorismo dopo l’attentato a Tower Bridge ma è arrivata al capolavoro di creare differenti stage per la stessa protesta! Capite perché, alla fine, tutto quanto in realtà è differente da come appare?




Ma attenzione, perché se anche Radio24 arriva a far notare che parlare di guerra al terrorismo, finché si arma l’Arabia Saudita, equivale a vendere barzellette, vuol dire che siamo a un potenziale punto di svolta. Anzi, siamo sicuramente a un punto di svolta. Il ministro della difesa israeliano, Avigdor Lieberman, ha infatti definito “uno sviluppo positivo” la rottura delle relazioni diplomatiche degli Stati del Golfo con il Qatar, aggiungendo che questa apre “opportunità nella lotta al terrorismo”.


Potete ridere se volete, io ho più voglia di piangere. Di più: “Questi Stati hanno rotto le relazioni non a causa di Israele, non a causa degli ebrei o del sionismo ma piuttosto per la paura del terrorismo”.



E qui siamo al capolavoro di sceneggiatura, roba da Oscar come stronzata protagonista. Poi, la perla: “Israele era stato informato del recente accordo militare tra Usa e Arabia Saudita, prima che questo venisse reso noto al grande pubblico. Il compito di Israele non è però quello di prevenire tali accordi ma di preservare la superiorità qualitativa dello Stato ebraico”. Serve aggiungere altro?

Sono Mauro Bottarelli, Seguimi su Twitter! Follow @maurobottarelli


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