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Trump a difesa di economia e posti di lavoro Ritirata la firma dagli Accordi di Parigi sul clima


Gli accordi di Parigi non riguardano tanto il clima quanto il vantaggio finanziario che altri paesi guadagnerebbero sugli Stati Uniti». È stato molto chiaro il presidente americano Donald Trump ieri sera nello spiegare i motivi del ritiro degli Usa dagli accordi di Parigi sul clima siglati nel dicembre 2015 (qui il testo integrale in inglese).


Si tratta di una decisione che, come previsto, ha subito provocato reazioni internazionali negative, dall’Unione Europea alla Cina, dall’India perfino alla Russia (che pure era una storica oppositrice del Protocollo di Kyoto, il “papà” degli accordi di Parigi).


Ma alla demagogia – che fa ingannevolmente dipendere dagli accordi di Parigi la salvezza del pianeta – Trump ha risposto con la realtà di chi sa di essere stato «eletto per rappresentare i cittadini di Pittsburgh, non di Parigi». E gli interessi americani dicono che gli accordi di Parigi, così come sono, sono un grosso inganno a danno dei cittadini americani. Per cui gli Stati Uniti si ritirano e immediatamente riaprono i negoziati, o per modificare gli accordi di Parigi o per trovare un accordo completamente nuovo che non penalizzi gli Stati Uniti.


Una posizione perfettamente ragionevole, se si considera – come ha ricordato Trump – che si stima che l’applicazione degli accordi di Parigi potrebbe frenare il riscaldamento globale di appena due decimi di grado (in realtà non è per niente sicuro neanche questo) da qui al 2100: un nulla a fronte di un impegno finanziario di miliardi e miliardi di dollari.


«Gli Accordi di Parigi sul clima – ha detto Trump parlando dal giardino della Casa Bianca – sono solo l’ultimo esempio di Washington che entra in un accordo a totale sfavore degli Usa e a beneficio di altri paesi».


Il tasto dell’economia americana è stato quello più battuto nel discorso del presidente, che ci ha tenuto in apertura a sintetizzare quanto in questo campo abbia già fatto in pochi mesi, compreso il recente viaggio in Europa che per gli Usa hanno significato anche contratti per 350 milioni di dollari, vale a dire «centinaia di migliaia di posti di lavoro».


E davanti al compito di rimettere sul giusto binario l’economia americana, è ovvio che non si può dare seguito ad accordi che avrebbero l’unico risultato di mettere fuori mercato tante industrie americane. 


Trump ha citato uno studio del National Economic Research Associates, secondo cui le restrizioni energetiche implicate negli Accordi di Parigi si risolverebbero nella perdita di 2.7 milioni di posti di lavoro entro il 2025, con relativa decimazione delle industrie americane.


Trump se l’è presa soprattutto con il Green Climate Fund delle Nazioni Unite, che prevede l’esborso di 100 miliardi di dollari l’anno da parte dei paesi industrializzati a favore dei paesi in via di sviluppo. Una parte consistente di questo fondo sarebbe pagata degli Stati Uniti («decine di miliardi» ha detto Trump) e si aggiungerebbe agli altri fondi che il governo americano distribuisce nei paesi in via di sviluppo.


Ma già è stato calcolato che dopo il 2020 sarà necessario far crescere i fondi disponibili fino a 450 miliardi di dollari. Pura follia, e Trump lo ha spiegato bene, aggiungendo che oltretutto non si è in grado di sapere neanche dove vanno a finire tutti questi soldi. Nel 2040, dice ancora Trump, a questo ritmo avremmo un crollo delle industrie manifatturiere americane, con 3mila miliardi di dollari di costi globali e la perdita di 6,5 milioni di lavori nell’industria.


Non solo, gli Stati Uniti sono la principale vittima di tutto questo meccanismo perché sarebbe il paese a subire il maggior numero di restrizioni delle emissioni mentre il più grande emettitore di CO2, la Cina, non deve fare proprio nulla fino al 2030. E l’India riceverà miliardi e miliardi di dollari in aiuti allo sviluppo.


Questo e molti altri esempi fanno dire a Trump che gli accordi di Parigi sono in realtà «una massiccia redistribuzione della ricchezza degli Stati Uniti verso altri paesi». Ecco perché tutti erano contenti della firma degli Usa e ora si stracciano le vesti, ha detto ancora Trump.


Anche questo governo vuole mantenere la leadership mondiale in fatto di politiche ambientali, ha insistito Trump, ma senza impoverire la popolazione americana. Per questo si è impegnato a cercare il dialogo con tutte le parti coinvolte, inclusi i Democratici in casa, con l’obiettivo di trovare nuovi accordi che non siano una rapina agli Stati Uniti.


Difficile pensare che ci sia davvero la possibilità di un accordo diverso: India e Cina hanno firmato l’accordo soltanto per i grandi vantaggi economici che gli assicura, e l’Europa da tempo ha puntato su ambiente e clima per giocare una leadership mondiale. Trump con l’annuncio di ieri ha dimostrato che «il Re è nudo»: gli accordi di Parigi sono figli di una ideologia che ritiene la presenza dell’uomo negativa per il pianeta e si concretizzano in misure “punitive” nei confronti dei paesi ricchi, Usa in testa.



Rivendicando per gli Usa il ruolo di paese con i migliori indici ambientali, Trump ha anche fatto capire che non si deve fare confusione tra inquinamento e cambiamenti climatici, che è il punto di maggiore equivoco sul tema: come abbiamo spiegato molte volte la CO2 non solo non è inquinante ma è elemento fondamentale per la vita. 


Indubbiamente il presidente americano ha avuto notevole coraggio a prendere questa posizione, tenendo conto dell’avversione che gli attirerà a livello mondiale e anche interno, che si aggiungerà ai continui tentativi di delegittimarlo.


Trump ha dovuto superare anche l’opposizione di sua figlia Ivanka e di suo genero, che sconsigliavano caldamente di ritirare la firma dagli accordi di Parigi. La sua decisione verrà certamente letta come una forma di isolazionismo e nazionalismo, ma si può sperare invece che – infranto il tabù – altri governi seguano l’esempio e contribuiscano a smontare questa truffa globale chiamata “cambiamenti climatici”. 


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