Contrordine, tornano i blocchi. Ma mentre Soros detta l'agenda a Bruxelles, Putin scalda i muscoli

Di Mauro Bottarelli , il 1 giugno 2017 https://www.rischiocalcolato.it/

Contrordine, tornano i blocchi. Ma mentre Soros detta l’agenda a Bruxelles, Putin scalda i muscoli



Il Grande Vecchio ha parlato. Intervenendo al Brussels Economic Forum a Bruxelles, George Soros ha voluto tratteggiare l’agenda globale di questi giorni di tensione e, cosa che dovrebbe farci pensare in vista dell’autunno caldo, ha voluto dedicare un capitoletto a parte all’Italia: “La crisi bancaria e migratoria in Italia sono oggi la minaccia più pericolosa per l’Unione europea”. Detto da chi quegli sbarchi, di fatto, li favorisce e finanzia, non è male. Casualmente, in perfetta contemporanea, le agenzie di stampa rilanciavano la notizia in base alla quale il ministro delle Finanze, Pier Carlo Padoan, chiedeva uno “sconto” di 9 miliardi alla Commissione UE per il 2018, un taglio frazionale che permetterebbe di ridurre a 6 miliardi il fabbisogno necessario a Roma per evitare l’aumento dell’IVA.



Cominciano gli scricchiolii. E le pezze al culo si fanno visibili. Ma Soros ha parlato anche di Europa in generale, dicendo che “l’Unione europea sta attraversando una crisi esistenziale, anche se le recenti vittorie di candidati europeisti alle elezioni olandesi e francesi le hanno ridato slancio. Occorre però salvare e reinventare l’Ue radicalmente”. Poi, il filantropo ungherese ha parlato di Brexit, definita “estremamente nociva e rovinosa per entrambe le parti. L’Unione Europea deve, quindi, resistere alla tentazione di punire la Gran Bretagna e, invece, intraprendere i negoziati con spirito costruttivo e cogliere l’occasione per lavorare su riforme di ampia portata”.



Inoltre, Soros ha indicato in cinque anni il tempo necessario per la completa separazione tra Regno Unito e Ue, non escludendo però una eventuale riunificazione. Guarda caso, il tentennante sull’argomento Corbyn sta risalendo nei sondaggi come il mercurio nel termometro quando scoppia un incendio e senza apparenti motivi (la May era una politica pessima anche prima della strage di Manchester, di cui – tra l’altro – non si parla magicamente più da quando è stato toccato il livello dei servizi d’intelligence). E non solo. In contemporanea con il pensiero di Soros sul tema, il “Guardian” rilanciava la notizia in base alla quale l’ex leader dell’UKIP e padre nobile del Brexit, Nigel Farage, sarebbe “persona informata sui fatti” nell’indagine dell’FBI riguardo le presunte collusioni tra il Cremlino e il team elettorale di Donald Trump.



A far scattare l’interesse dei federali, i rapporti di Farage con alcune persone in collegamento sia con l’entourage di Trump che con Julian Assange, fondatore di WikiLeaks che l’ex leader dell’UKIP ha visitato in marzo. A questo punto, attendiamo con ansia i mandati di comparizione per Mister Bean e Robbie Williams. Insomma, cosa diamo in pasto all’opinione pubblica? Il fatto che chi ha promosso il Brexit è in combutta con i russi brutti e cattivi e con Trump. Non male. Infine, George Soros ha sottolineato come l’Europa debba superare la sua crisi esistenziale “combattendo unita contro l’avanzata di sentimento anti-europeista, tendenze xenofobe e poteri ostili che la circondano”. E quali sarebbero? “La Russia di Putin, la Turchia di Erdogan, l’Egitto di Al-Sisi e l’America che Trump vorrebbe creare ma che non potrà”. Insomma, una bella lista di bersagli.



Ma c’è da registrare una novità. Quasi in una riproposizione della Guerra Fredda, ieri abbiamo visto platealmente la nascita e la conferma di due blocchi contrapposti e dei relativi leader: il globalismo di George Soros, con l’UE pronta a morire per multiculturalismo e lotta alla xenofobia e l’approccio identitario e sovranista di Vladimir Putin, il quale ha tenuto una lunga conferenza stampa a San Pietroburgo, in occasione dell’International Economic Forum.


E anche lui ha parlato di Turchia, in questi termini: “Abbiamo discusso della possibilità di vendere sistemi S-400 ad Ankara e siamo pronti a farlo”. Boom! Una bella risposta al Pentagono che proprio ieri aveva cominciato la consegna di armamento pesante ai guerriglieri turchi dell’YPG e una legnata sulle dita alla NATO, tanto che Germania e Olanda sarebbero pronte a chiedere lo spostamento del Vertice atlantico del 2018, che avrebbe dovuto appunto tenersi in Turchia, nella nuova sede dell’Alleanza a Bruxelles.



Ma non basta, perché Putin ha detto chiaramente che il dispiegamento del sistema anti-missile americano in Corea del Sud rappresenta una sfida che non resterà senza risposta: “Questa questione rappresenta una preoccupazione enorme per noi e ne abbiamo sentito parlare per decenni. Quanto accaduto distrugge l’equilibrio strategico nel mondo, il quale rimane silenzioso e non ci ascolta. Loro (gli americani, ndr) hanno i loro sistemi ABM in Alaska e ora in Corea del Sud. Cosa dovremmo fare, dovremmo stare a guardare e lasciare fare lo stesso in Europa dell’Est? Certamente no. Noi stiamo contemplando la nostra risposta a questa sfida”. E ancora, riferendosi al potenziale pericolo iraniano: “La questione non è la Corea del Nord. Se un domani, infatti, questa dichiarasse che cesserà i suoi test nucleari, gli USA continueranno a costruire sistemi ABM con qualche nuova scusa o anche senza bisogno di alcun alibi”.



Ma sono stati parecchi i sassolini che Vladimir Putin ha voluto togliersi dalle scarpe, il più grosso quando un giornalista tedesco gli ha chiesto un commento riguardo le preoccupazioni che circolano nel suo Paese riguardo una possibile interferenza della Russia nelle elezioni politiche del 24 settembre prossimo. “E’ mia ferma convinzione che nessun hacker possa influenzare una campagna elettorale estera in maniera significativa. Nessuna informazione fatta filtrare in quel modo può avere risonanza nell’opinione pubblica e influenzare il risultato. Comunque, noi non usiamo queste strategie a livello statale e non abbiamo alcuna intenzione di farlo. Al contrario, combattiamo contro questo fenomeno”, ha concluso Putin. Solo parole?


La classica versione di parte a proprio discarico? Forse ma in perfetta contemporanea con le parole di Putin, il capo dell’Agenzia francese per la cyber-security (ANSSI), Guillaume Poupard, dichiarava quanto segue, twittandolo in seguito: “Non abbiamo trovato alcuna traccia di gruppi hacker russi implicati nell’attacco alla campagna elettorale di Emmanuel Macron. L’hackeraggio è stato così generico e semplice che praticamente potrebbe essere stato chiunque. Penso che possa essere opera di una persona sola e che abbia potuto agire da qualsiasi nazione”. Altra bella figura di merda, la collezione aumenta.



Ma c’è un qualcosa che fa davvero pensare a un epilogo che, potenzialmente, possa rasentare il rischio di confronto diretto, soprattutto ripensando alle parole di Putin relative alla non volontà russa di accettare che l’Europa dell’Est segua Alaska e Corea del Sud come postazione dello scudo missilistico USA. Le parole che seguono non sono di Putin ma di Vyacheslav Alekseyevich Nikonov, parlamentare russo e sono state dichiarate al forum GLOBSEC 2017 di Bratislava, in Slovacchia, tre giorni fa: “Sulla questione dell’espansione NATO ai nostri confini, a un certo punto ho sentito dire dai nostri militari – e penso che avessero ragione – che se le forze statunitensi o NATO sono, erano, in Crimea, nell’Ucraina dell’Est, la Russia diviene indifendibile militarmente in caso di conflitto.


A meno di non utilizzare armi nucleari nella prima fase del dello stesso”. Agirei con molta cautela dalle parti dell’Ucraina, fossi in loro. Non so se resteranno solo parole, minacce da deterrenza verbale ma giorno dopo giorno, una nuova politica dei due blocchi sembra rinascere: Russia da una parte, Deep State dall’altra.



E per capire il livello di determinazione di quest’ultimo, non bastano le parole di George Soros a Bruxelles, serve anche sentire cosa ha detto oggi, ospite di “Face the nation” sulla CBS, il capo del Pentagono, generale James Mattis, riguardo alla lotta all’Isis in Siria: “La nostra intenzione è quella di non permettere ai foreign fighters di sopravvivere e tornare a casa in Nord Africa, Europa, America, Asia o Africa. Stiamo per schiacciare l’abilità del nemico di inviare segnali e indicazioni della loro invincibilità, della loro stessa esistenza, della loro capacità di inviare gente a Istanbul, in Belgio o in Gran Bretagna per uccidere impunemente dei civili. Il punto finale è che stiamo per accelerare la nostra campagna contro l’Isis, il quale rappresenta una minaccia per tutte le nazioni civilizzate.


Agiremo rapidamente e con maniere decisamente più drastiche”. E il rischio, in tal modo, di un aumento delle vittime civili? “Le vittime civili sono fatti della vita”. Ecco chi comanda, almeno militarmente, in America. Donald Trump? Per ora, mi pare che stia recitando il ruolo da proxy della pallina da ping-pong. L’Europa, ovviamente, si è già schierata. Nemmeno a dirlo, dalla parte sbagliata.

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