Breve storia della repubblica italiana in dieci tesi (più un'appendice sulla fase presente)

Marcello Veneziani

Breve storia della repubblica italiana in dieci tesi (più un’appendice sulla fase presente)


È possibile condensare in dieci tesi una visione complessiva sulla repubblica italiana a poco più di settant’anni dalla sua nascita? Proviamoci.


1) Per cominciare, l’Italia è un paese monarchico per indole e forse per indolenza. Cerca il capo, il padre, la guida. I Savoia durarono poco per attecchire al Paese, ma l’Italia è ancora mentalmente divisa a nord dalla memoria asburgica, a sud dal ricordo borbonico, al centro dal papa re, più dogi e regnanti minori.


Visse perciò l’avvento della repubblica come una specie di caos primordiale tra libertà e orfanità, a parte le ombre sull’esito del referendum e il mistero paradossale di quanto abbia pesato il voto e il non voto dei fascisti antimonarchici sulla vittoria della repubblica antifascista.


Perfino i due primi capi dello Stato, De Nicola ed Einaudi, avevano votato monarchia, non repubblica al referendum. Simbolicamente la sovranità si trasferì all’estero, in America o in Russia. Abbattuto il regime fascista, fondato su una forte mitologia, la repubblica ebbe nuovi miti fondanti: il mito dell’America o dell’Urss, il mito delle Vecchie Zie, il mito della Resistenza e dell’Antifascismo, più i miti dei consumi e dell’italianità sfusa, senza riferimenti politici o statuali.


2) Il peccato originale della Repubblica italiana: il sistema dei partiti non fu pensato dentro la Repubblica ma la Repubblica fu concepita dentro il sistema dei partiti.


Ossia furono i partiti a sancire l’appartenenza, le identità e i confini; essere comunisti, socialisti, democristiani, liberali, missini venne prima della cittadinanza repubblicana. Da qui la fragile lealtà verso lo Stato repubblicano e l’assenza di una Casa comune riconosciuta super partes.


3) Anche l’amor patrio fu subalterno al legame ideologico col partito d’appartenenza e al suo orizzonte. Perduto l’amor patrio, ancora associato alla guerra e al fascismo, agli italiani restò una specie di amor matrio.

La Dc fu l’espressione del maternalismo di Stato che sostituiva il vecchio paternalismo autoritario fascista con la sollecitudine materna, se non mammista: allevare e non educare, tutelare, curare e nutrire più che formare e responsabilizzare.


4) Se lo Stato italiano assumeva le forme materne dello statalismo, i compiti maschili e militari erano delegati ai Tutori mondiali, Usa e Urss. Si diffuse una specie di patriottismo delle patrie altrui, frutto di abdicazione e voyeurismo.


La storia era affidata (o rinfacciata) a loro, l’Italia si sentiva al riparo da ogni storica decisione. La proiezione verso gli Usa e l’Urss si trasferì poi col tempo sull’Unione Europea, vista all’inizio come via di fuga dai guai nazionali.


5) La parabola ventennale dell’Italia dal dopoguerra agli anni sessanta segnò un boom economico e sociale senza precedenti. Che non riguardò solo il tenore di vita, i consumi e alcune opere pubbliche funzionali alla crescita, ma anche il clima, la vitalità, l’euforia di quegli anni.


Emersero figure decisive di imprenditori pubblici e privati come Mattei e Olivetti. Si trattò di una crescita felice; ma senza un disegno di sviluppo o una “certa idea dell’Italia”.


6) La mancanza di un modello nazionale, di una via italiana allo sviluppo, fu compensata dalle egemonie ideologiche: da una parte crebbe l’egemonia culturale ad opera del Pci togliattiano e poi della sinistra e dall’altra si sviluppò una specie di egemonia subculturale moderata, qualunquista, americaneggiante o cripto-cattolica nel campo della tv e della ricreazione.


Col tempo, con la crisi della cultura umanistica e la crescita della società narcisista di massa, si persero i confini tra le due egemonie. Fino a confondersi nel pop, in una versione al ribasso; più tech, meno cultura, più correctness meno ideologia.


7) La parabola discendente della Repubblica cominciò tra il ’68 e il ’70, tra la Contestazione e le Regioni, le lotte sindacali, la crisi economica ed energetica, gli anni di piombo, le stragi e il terrorismo, poi il dilagare della corruzione e del clientelismo, mentre prendeva corpo la stagione consociativa.


Gli anni ottanta parvero una parentesi di rilancio, di rinato ottimismo e fiducia; poi affogata nel sangue dalla mafia, nelle manette di Mani pulite e nei conti con l’Europa. Fino a svendere il patrimonio nazionale d’impresa o vederlo fuggire all’estero.


8) Nacque negli anni settanta e poi crebbe in seguito, sull’onda delle battaglie radicali, la stagione dei diritti civili che investì il ruolo della donna, il matrimonio e il divorzio, l’aborto e la bioetica.

L’Italia si secolarizzò, i legami religiosi, ideologici e affettivi si fecero labili, la famiglia entrò in crisi, la natalità cominciò a decrescere, dilagarono single e unioni provvisorie. Fu quella la mutazione antropologica degli italiani, di cui scrissero in tanti.


9) Il disfarsi della politica e dei soggetti storici e ideologici della repubblica, l’egemonia della tv e dello spettacolo, la voglia di libertà e di cesarismo produsse l’ascesa del berlusconismo, che sancì l’avvento di un bipolarismo compiuto anche se fondato sul livore e la paura.


Ma l’unione europea, il dislivello tra le economie, il Debito, la Crisi, il fallimento di tutte le esperienze di governo, da destra a sinistra oltre il berlusconismo, passando per i tecnici, generò una delegittimazione radicale della politica. Sparì la sfera pubblica e storica, prevalse la sfera privata e presente. Restarono gli individui e le tribù.


10) Oggi tutti gli indicatori biologici e sociali, statistici e demografici, le fughe all’estero e i flussi migratori, la concorrenza asiatica e i diktat europei, la pressione fiscale record, i mille disagi e disservizi, dicono che l’Italia va verso un declino irreversibile.


Dell’Italia nel mondo sopravvive il Mito, cioè quel segno, quel marchio, quel fascino legato a cultura, arte, bellezza, paesaggio, centri storici, stile di vita, cucina, moda e design. Solo nel Mito è riposta la possibilità di salvezza di un Paese spento, di una Repubblica statisticamente morente.


La sua capacità di attrazione e di risveglio. La forza dell’Italia è nel suo racconto mitico, nella gioia di vivere in un Paese speciale, nonostante le brutture, lo sfascio e il malaffare. E a volte, malgrado gli stessi italiani. Invece il paradosso finale della nostra storia repubblicana è che l’essenza politica, etica e culturale della res publica si risolve nel predominio della res privata.


Postilla sul passaggio dalla seconda alla presunta terza repubblica     

                           

Esaurita la prima repubblica nel biennio turbolento del ’92-94, si instaurò una parvenza di seconda repubblica fondata su tre novità:


a) l’inclusione a pieno titolo nel gioco politico delle alleanze e dei governi, di forze non provenienti dall’arco costituzionale come la Lega e il Msi, poi confluito in Alleanza nazionale;


b) l’avvento di un abbozzo di presidenzialismo, attraverso la nascita di partiti personali o fortemente personalizzati dal leader, e di partiti-collettori in cui confluivano in funzione bipolare forze storicamente differenti;


c) l’avvento di una democrazia dell’alternanza effettiva, in cui ogni governo uscente veniva bocciato nelle urne e sostituito con un governo della coalizione antagonista. Dal bipolarismo imperfetto all’alternanza (tecnicamente) perfetta.


Collassata la seconda repubblica con il declino dei leader che l’avevano caratterizzata – Berlusconi in primo luogo, che polarizzava i consensi e i dissensi, ma anche Fini, Bossi, Casini e D’Alema, Veltroni, Prodi – disfatto il bipolarismo con la crescita di un forte partito anti-sistema, come il Movimento 5stelle, destrutturato l’unico partito che ancora serbava un filo di continuità con lo storico sistema dei partiti, con l’avvento del renzismo e poi delle scissioni e delle disarticolazioni che ha generato per reazione, si entrò nella fase presente.


Il passaggio intermedio fu l’esperienza dei tecnici al governo, non nuova nelle fasi di transizione, ma che ha lasciato segni non positivi nel Paese. La fase che ne è seguita non può definirsi finora come terza repubblica: più semplicemente è la decomposizione delle due repubbliche precedenti.


È un quadro fluido, a geometria variabile, con un leader preminente ma fortemente contrastato (Renzi), sconfitto nel “suo” referendum e costretto a “sdoppiarsi” appoggiando un governo amico (Gentiloni); un leader declinante ma con ritrovata centralità per il suo ondeggiare tra il difficile ricomporsi di un centro-destra e la prospettiva di allearsi con Renzi, appoggiandolo in parlamento e forse in un futuro governo

(Berlusconi); un polo sovranista e populista, ancora gelatinoso nei suoi confini, per le oscillazioni del potenziale alleato centrista (Salvini e Meloni); e un leader populista con un movimento-rete sorto sull’antipolitica, forte nei consensi ma restio alle alleanze, fuori dal quadro disegnato nella seconda repubblica (Grillo e i 5stelle).


Forse, col tempo, da questo magma potrà delinearsi un profilo di terza repubblica: ma allo stato attuale viviamo solo il dissolversi delle precedenti e non si intravedono le condizioni né il clima per una svolta e una rifondazione repubblicana.


La repubblica italiana, nata dal caos, è tornata al caos primordiale, senza però il fervore pur spaesato degli inizi e l’attesa costruttiva di un futuro.


MV, relazione per il convegno del 26 maggio (ore 15) “Prima, Seconda e Terza? L’Italia repubblicana” nell’ambito della manifestazione “E’storia” di Gorizia


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