LA SUA AFRICA. E IL FUOCO DI GESÙ

ANTONIO SOCCI - https://gloria.tv https://www.facebook.com/Antonio-Socci-


LA SUA AFRICA. E IL FUOCO DI GESÙ


Oggi è uscito il mio libro, "la casa dei giovani eroi"


Qua sotto l’anticipazione del capitolo su Annalena Tonelli apparsa su "Libero" dal libro "la casa dei giovani eroi"

Una grande sorpresa è stata per me scoprire (…) che fra i primi a far conoscere da noi questo straordinario cammino di riabilitazione (il metodo Doman) (*) fu una persona dal cuore davvero grande (…).

Il nome di Annalena Tonelli non dirà nulla al grande pubblico. (…) Ma la sua storia è eccezionale e credo proprio che la Chiesa la farà santa.


Annalena nacque a Forlì nel 1943. Fin da giovane fu una cattolica molto impegnata: mentre studiava, lavorava per i più poveri della sua città, ma col cuore al mondo intero, fondando il Comitato per la lotta contro la fame nel mondo.


A Forlì si occupò degli emarginati nei quartieri più abbandonati, dei bambini con handicap e degli orfani.


La sua vocazione missionaria era nata in lei addirittura da piccola. Così infatti l’ha raccontata: «Scelsi di essere per gli altri: i poveri, i sofferenti, gli abbandonati, i non amati, che ero bambina e così sono stata e confido di continuare a essere fino alla fine della mia vita. Volevo seguire solo Gesù Cristo. Null’altro mi interessava così fortemente: Cristo e i poveri in Cristo. Per Lui feci una scelta di povertà radicale».


Da giovane ragazza cattolica, a Forlì, negli anni Sessanta, era un vulcano di iniziative, soprattutto – come ho detto – nelle opere di carità e di assistenza.


Va ricordato che la sua era la generazione del ’68, ma mentre gran parte dei suoi coetanei pretendeva di cambiare il mondo con le ideologie (di solito aberranti), con le chiacchiere e spesso con la violenza, lei, appena laureata – a pieni voti – in Giurisprudenza nel 1969, perseguiva il sogno di partire, come missionaria laica, per il Terzo Mondo per donare tutta la propria vita, silenziosamente, per i più poveri e derelitti.


Non si pensi però a una persona che è tutta presa dall’attivismo sociale. Fin da giovane per lei «la preghiera, l’adorazione del Santissimo – a cui dedica ore, frequentando varie chiese della città – sono il segreto di quella inesauribile, lucidissima energia» (Fagiolo D’Attilia- Zanini, Annalena Tonelli. Un amore più forte di ogni odio, San Paolo).

Questo sarà il suo segreto sempre, fino all’ultimo dei suoi giorni.


Nonostante l’opposizione della famiglia nel 1969 riesce a imbarcarsi e va a Nairobi, in Kenya, come insegnante d’inglese nelle scuole dei Missionari della Consolata.


«Partii decisa a “gridare il Vangelo con la vita” sulla scia di Charles de Foucauld che aveva infiammato la mia esistenza».


In seguito, con altre compagne che l’avevano seguita, si dedica all’aiuto dei nomadi del deserto e accoglie in casa bambini orfani, denutriti, malati e abbandonati.


Essendo donna, non sposata, bianca, giovane e cristiana, quindi infedele, è circondata dall’ostilità e dal disprezzo. Subisce derisioni e minacce. Poi arriva anche l’aggressione fisica. Un pestaggio feroce. Il primo di una lunga serie.


Nel 1974 apre un centro per la riabilitazione per i bambini. Poi comincia a servire i malati di Tbc. Si rende conto che muoiono tutti. Così rientra in Italia, frequenta dei corsi per capire quella malattia e poi torna in Africa mettendo a punto – lei che era laureata in Legge – un protocollo di cura che si concludeva nell’arco di soli sei mesi.


I risultati sono così eccezionali (ottiene la guarigione dei malati di Tbc nella stragrande maggioranza dei casi) che l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) adotta quel protocollo esportandolo in molti altri Paesi.
Nel febbraio 1984 si rende conto che «un intero gruppo tribale somalo, i degodia, è nel mirino del governo che intende fare pulizia etnica per rendere più sicuri i confini con la Somalia. […] Cinquemila persone perdono la vita in quei giorni: solo una piccola parte dei 55.000 degodia che sarebbero stati uccisi se Annalena non avesse reagito a quell’eccidio di Stato, che doveva restare nascosto agli occhi del mondo» (Fagiolo D’Attilia-Zanini).


Quasi tutta quella povera gente è salva grazie a lei. Ma lei – dopo aver subito imboscate e arresti – sarà espulsa dal Kenya. Va allora in Somalia dove fonda un ospedale per ammalati di Tbc e di Aids e una scuola per bambini disabili.


Colpisce di Annalena – insieme alla fede e alla carità – il coraggio della solitudine. Un giorno spiegò: «Vivo a servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione, senza uno stipendio, senza un salario, senza versamento di contributi volontari per quando sarò vecchia. Sono non sposata, perché così scelsi nella gioia quando ero giovane. Volevo essere tutta per Dio».

E in effetti in Somalia l’ostilità comincia a farsi pesantissima. Subisce insulti – «infedele, impura, miscredente» – e pure il rapimento da parte di guerriglieri.


Nel 1990 viene ammazzato il vescovo di Mogadiscio, monsignor Pietro Salvatore Colombo (e non solo lui).


Quando scoppia la guerra civile in Somalia si scatena la barbarie. È il caos. Un inferno. Chiunque sarebbe scappato. Ma Annalena no. È in questo contesto terrificante che fa le cose più incredibili.


A Merca, dove subisce attentati e minacce, in un contesto pieno di rovine e di morti ammazzati per le strade, con branchi di violenti sanguinari che seminano il terrore, sfida ogni giorno la morte per soccorrere, nutrire, curare migliaia di disperati. Con gli aiuti economici che arrivano continuamente dai suoi amici di Forlì e di altri posti.

Nel 1992-1993 questo è il bilancio quotidiano della sua presenza, fatto dai biografi: «Cinquecento malati da curare ogni giorno: tubercolotici, epilettici, lebbrosi, estenuati dalla fame. Quattro scuole per settecento bambini e handicappati. La terapia per la Tbc da far seguire a centinaia di persone per almeno sei mesi. Un pasto caldo e abbondante per oltre tremila profughi, senza soluzione di continuità per oltre due anni, spendendo qual- cosa come mille dollari al giorno». Tutto questo «sotto le bombe, le fucilate, i pestaggi e ogni altro tipo di minaccia» (Fagiolo D’Attilia-Zanini).


In quel mondo totalmente musulmano «non si sognava mai di parlare di Cristo eppure l’accusavano di fare proselitismo, non con le parole ma con l’amore che aveva per i più deboli. “È così che parli del tuo Dio” le dicevano, ed era vero. Di fronte alle minacce restava ferma, irremovibile come Cristo davanti ai suoi accusatori. “Che male ti ho fatto perché tu mi colpisca?”» (Fagiolo D’Attilia-Zanini).

E dopo Merca viene tutta l’opera che Annalena farà a Borama, dove – con le sue grandi doti organizzative e il suo cuore in fiamme – metterà in piedi una straordinaria opera assistenziale per i malati di Tbc, di Aids e della cecità da cataratta, un’opera che ancora una volta verrà presa a esempio dall’Oms.


Anche l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati ricorre ad Annalena e sostiene il suo lavoro a Borama, che è anche educativo: aveva fondato una scuola speciale per sordomuti e bambini disabili, ma che era frequentata egualmente dai bambini sani e pure dai rampolli delle famiglie più ricche. Lei li voleva tutti insieme.

Ma – come se non bastasse – raccogliendo le confidenze drammatiche di alcune mamme, decide di intraprendere una guerra aperta all’infibulazione (…) che in Somalia fanno subire alle bambine (il 98 per cento di loro).
Questa sembra una battaglia impossibile e invece ancora una volta Annalena comincia a vincerla. È quasi un miracolo.

(…) Si spende come sempre, totalmente. Nonostante cresca attorno a lei l’ostilità. Così, la sera del 5 ottobre 2003, verso le otto di sera, mentre fa il consueto giro dei malati del suo ospedale, nell’oscurità qualcuno le spara, ammazzandola con un colpo di pistola alla nuca.


Finiva sulla terra una vita stupefacente. Due anni prima, nel 2001, raccontava i suoi trentatré anni di missione ricordando quella frase di Charles de Foucauld con cui era partita per l’Africa: «Trentatré anni dopo grido il Vangelo con la mia sola vita e brucio dal desiderio di continuare a gridarlo così fino alla fine».


Antonio Socci


(*) qui Socci si riferisce ad un metodo riabilitativo che sta usando per sua figlia Caterina [ARTICOLO]


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