I muri dell'infamia vi appartengono

Marcello Veneziani

I muri dell'infamia vi appartengono

I pappagalli mediatici e politici ripetono ogni giorno che bisogna abbattere i Muri, per aprire le porte agli immigrati, ai gay, ai trans, ai tossici, ai delinquenti da redimere e reinserire.

A volte marciano contro i muri, come è successo sabato a Milano, più spesso ci marciano, ma il muro è diventata la parola chiave per murare la destra, per discriminare i movimenti e le persone che si ispirano alla tradizione, alla sovranità nazionale, ai principi conservatori, o semplicemente alla civiltà, alla cultura e alla natura dei popoli e delle persone.

Mai razzismo più becero è sorto nel nome dell’antirazzismo. La controprova empirica è stata il previsto e confermato silenzio assoluto sulla marcia per la vita di Roma, in favore delle nascite e della famiglia, e invece l’enfasi assoluta per la marcia contro i muri di Milano, la grillata francescana di Assisi e perfino la nascita di un Partito Animalista Berlusconiano che abbatte un altro muro, quello che differenzia gli uomini dagli animali.

Volete affibbiare l’infamia del muro a culture e realtà di destra, che naturalmente per voi coincide con estrema destra. Ma il Muro più infame che la storia contemporanea conosca è il Muro di Berlino innalzato dai regimi comunisti per impedire la possibilità di fuga ad ovest dei loro sudditi oppressi.

E il muro più vergognoso degli ultimi decenni fu innalzato in Israele per separare i palestinesi. Se vogliamo tornare in Italia, e a Roma in particolare, c’è un solo muro che non si può varcare, e sono proprio le Mura Vaticane dove il Regnante predica al mondo ma non a casa sua di abbattere i muri e accogliere tutti.

E comunque i muri più famosi, i muri del pianto e della vergogna, non appartengono alla cristianità.

Detto questo, alle culture di destra si addice piuttosto il senso del confine. Perché vuol dire senso del limite, senso della misura, soglia necessaria per rispettare le differenze, i ruoli, le comunità.

Tutti i confini sono soglie, sono porte, che si posso aprire e chiudere, che servono per confrontarsi sia per colloquiare sia per contrastare, delimitare o arginare quando è necessario.

La società sradicata del nostro tempo ha perso il senso del confine, e infatti sconfinano i popoli, i sessi, le persone, si è perso il confine tra il lecito e l’illecito. Sconfinare è sinonimo di trasgressione, è superare la soglia, delirare, sfondare.

Il confine è protezione, sicurezza, è tutela dei più deboli, non è ostilità o razzismo. Vi consiglio di leggere L’elogio delle frontiere di Régis Debray.

Per questo io dico: non riducete una sensibilità e un modo di vivere millenario a intolleranza, chiusura, muro. C’è una storia e una civiltà dietro quel pensiero, su quel cardine indispensabile, su quella soglia che ci prescrive di non eccedere, non scardinare, si è costruito il mondo.

Le città che perdono i confini, come le persone, perdono i loro lineamenti, la loro identità, la loro dignità. I muri della disgrazia e della vergogna non appartengono a chi ama la propria civiltà, inclusi i suoi contorni.

Non capovolgete l’amore per la famiglia in omofobia, l’amore per la propria patria in xenofobia, l’amore per la propria civiltà in razzismo, l’amore per la propria tradizione in islamofobia. E l’amore per i confini in muri dell’odio.

MV, Il Tempo 22 maggio 2017


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