Il modello economico del Medioevo forse ha ancora qualche cosa da insegnarci – di Francesco Lamendola

Pubblicato il 11 aprile 2017 da Il nodo gordiano di Francesco Lamendola

Il modello economico del Medioevo forse ha ancora qualche cosa da insegnarci –


A qualsiasi studente di scuola è stato insegnato che, nel primo canto della «Divina Commedia», la terza e più paurosa delle tre fiere che si fanno incontro a Dante, minacciando di divorarlo, ossia la lupa, è il simbolo del peccato dell’avarizia – avarizia intesa come cupidigia, come desiderio di accumulare insaziabilmente beni terreni.

Ma gli viene anche spiegato il perché?


Perché l’avarizia-cupidigia è il peccato mortale per eccellenza, più grave della lussuria, dell’ira e della superbia; più grave di qualunque altro: al punto che, per debellarla, sarà necessaria addirittura la venuta di un Veltro inviato dalla divina provvidenza, di un misterioso personaggio che la caccerà per ogni luogo, finché non l’avrà rimessa nell’Inferno, donde l’invidia del diavolo l’aveva fatta uscire, per tentare gli esseri umani con le sue seduzioni?


Una tale spiegazione, in genere, manca: e ciò per vari motivi.


Peggio ancora, quando si dice agli studenti che la lupa è anche l’allegoria della Curia pontificia, li si induce a credere – magari involontariamente – che si trattasse di un peccato tutto sommato circoscritto, e che quasi solo a Roma, presso la corte papale, esso giungesse a proporzioni allarmanti (un boccone decisamente troppo invitante e appetitoso per tutti i professori di tendenza anticlericale o anticattolica, perché se lo lascino sfuggire).


In realtà, la ragione principale dell’inspiegabile trascuratezza nello spiegare agli studenti le ragioni di una condanna così severa dell’avarizia, da parte di Dante – che, come ci è stato insegnato, riflette il modo di sentire dell’intera civiltà medioevale – risiede nel fatto che tali ragioni apparirebbero oggi politicamente non corrette, come si suol dire; anzi, sono quanto di più politicamente scomodo si possa immaginare.


In breve, il concetto è questo: il Medioevo non ha operato la distinzione tra morale ed economica, così come non ha operato la distinzione tra morale e politica. Ad operare  quest’ultima ci penserà Machiavelli; ad operare la prima, nessun teorico (se non a cose fatte), ma gli usurai e i banchieri del tardo Trecento – e, nei Comuni italiani, anche prima -, i quali stabiliranno le basi del moderno capitalismo, fondato sul principio dell’accumulo del capitale mediante il suo continuo reinvestimento in attività produttive o speculative e sulla religione del profitto, ottenuto ad ogni costo e con qualunque mezzo.


Nel Medioevo, al contrario, vige il principio che i beni materiali sono al servizio dell’uomo e non viceversa; che la proprietà privata è un male necessario, reso tale dall’ingordigia umana; che l’ideale economico sarebbe il comunismo, quale viene praticato, ad esempio, nelle comunità monastiche e quale è tramandato dagli «Atti degli Apostoli» riguardo al cristianesimo primitivo; che lucrare sul prestito di denaro è peccato gravissimo; che aspirare a possedere più di quanto serva ad un’esistenza decorosa è un atteggiamento detestabile; che l’economia, in generale, deve essere subordinata al vero scopo della vita umana, che è la conquista della salvezza eterna.


Quella che, con il trionfo del modello economico capitalistico, sarebbe diventata la massima virtù dell’uomo d’affari, la spregiudicatezza cinica e aggressiva, viene considerata nel Medioevo come un’autentica aberrazione, come una indulgenza inammissibile nei confronti di uno degli aspetti peggiori della natura umana.


Colui che guadagna grandi somme dall’oggi al domani, sottoponendo a uno spietato sfruttamento i propri lavoranti (come sarà nel caso dei Ciompi fiorentini) e ignorando le elemosine ai poveri e i lasciti alla Chiesa – a sua volta deputata a sovvenire i bisognosi, – non è affatto meritevole di ammirazione, bensì di biasimo, se non di aperta esecrazione, come colui che calpesta le leggi divine e disprezza le norme più elementari del vivere civile.


Ha osservato Eric Fromm nel suo celebre saggio «Fuga dalla libertà» (titolo originale: «Escape from Freedom», New York, 1941; traduzione italiana di Cesare Mannucci, Milano, Edizioni di Comunità, 1963, 1970, pp. 52-57):


«Nella società medioevale l’organizzazione economia della società era piuttosto statica. Gli artigiani erano stretti in corporazioni già sin dal tardo Medioevo.


Ogni maestro aveva sotto di sé uno o due apprendisti, e il numero dei maestri era proporzionato più o meno alle esigenze della comunità. Pur essendocene sempre alcuni che dovevano lottare duramente per guadagnarsi da vivere, nel complesso i membri della corporazione erano sicuri di poter vivere con il lavoro delle loro mani. Se facevano sedie, scarpe, pane, selle di buona qualità, potevano essere sicuri che questo bastava per assicurargli una tranquilla esistenza al livello che la tradizione assegnava alla loro posizione sociale.


Potevano affidarsi alle loro “buone opere”, se usiamo il termine non nel suo significato teologico,  ma nel suo elementare significato economico. Le corporazioni bloccavano la possibilità di una dura concorrenza tra i loro membri e costringevano alla collaborazione in materia di acquisto delle materie prime, di tecniche di produzione e di prezzi dei prodotti. Reagendo ad una certa tendenza all’idealizzazione del sistema corporativo e in genere di tutta la vita medioevale, alcuni storici hanno fatto osservare che le corporazioni erano sempre pervase da uno spirito monopolistico, volto a proteggere i vecchi membri e a escludere i nuovi venuti. La maggior parte degli autori, tuttavia, riconosce che le corporazioni, anche se si vuole evitare di idealizzarle, si fondavano sulla mutua collaborazione o offrivano ai loro membri una relativa sicurezza.


In generale il commercio medioevale, come ha fatto notare Sombart, veniva svolto da una moltitudine di piccolissimi operatori. Il commercio al dettaglio e quello all’ingrosso non erano ancora separati, ed anche quei mercanti che si recavano all’estero, come i membri della Hansa della Germania settentrionale, si occupavano pure di vendite al minuto. Fino alla fine del quindicesimo secolo anche l’accumulazione del capitale procedeva lentamente.


Così il piccolo commerciante godeva di una notevole sicurezza rispetto alla situazione economica del tardo Medioevo, allorché il grande capitale e il commercio monopolistico assunsero una grande importanza. “Molto di ciò che ora è meccanico, dice il professor Tawney a proposito della vita della città medioevale, era a quel tempo personale, intimo e diretto, e non era pensabile un’organizzazione troppo vasta per i criteri che erano validi per gli individui, né una dottrina che mettesse a tacere gli scrupoli e chiudesse tutti i conti con l’argomento decisivo del vantaggio economico” (Tawney, “Religion and the Rise of Capitalism”, New York, 1926, p. 28).


Arriviamo così a un punto essenziale per la comprensione della posizione dell’individuo nella società medioevale: il pensiero etico sulle attività economiche , espresso non solo nelle dottrine della Chiesa cattolica, ma anche nelle leggi civili. Per questa parte accogliamo il quadro presentato da Tawney, perché non si può sospettare che egli abbia voluto idealizzare o rendere romantico il mondo medioevale. I postulati fondamentali della vita economica erano due: “Che gli interessi economici sono subordinati al vero fine della vita, che è la salvezza. E che la condotta economica è un aspetto della condotta personale, condizionato, come gli altri aspetti, dalle norme morali.”


Tawney illustra poi il punto di vista medioevale sulle attività economiche: “Le ricchezze materiali sono necessarie; esse hanno importanza strumentale, dato che senza di loro gli uomini non possono aiutarsi e sostentarsi a vicenda… Ma i moventi economici sono sospetti. Essendo potenti appetiti, gli uomini li temono, ma non sono tanto meschini da applaudirli… Nella teoria medioevale non c’è posto per un’attività economica che non si ricolleghi a un fine morale, e fondare una scienza della società sul postulato che il giusto del guadagno è una forza costante e misurabile, da accogliere, come le altre forze naturali, come un dato inevitabile ed evidente di per sé, sarebbe apparso al pensatore medioevale poco meno irrazionale e immorale che fare dell’esercizio illimitato de necessari attributi umani, come l’aggressività e l’istinto sessuale, la premessa della filosofia sociale… I beni materiali, come dice Sant’Antonio, esistono per l’uomo, e non viceversa… Ad ogni passo, quindi, ci sono limiti, restrizioni, ammonimenti a non lasciare che gli interessi economici invadano la sfera delle cose serie. L’uomo ha il diritto di aspirare a quella ricchezza che gli è necessaria per vivere al suo livello.


Volere di più non è intraprendenza, ma avarizia, e l’avarizia è un peccato mortale. L’attività economica è legittima; le diverse risorse dei diversi paesi dimostrano che è stata voluta dalla Provvidenza. Ma è un’attività pericolosa. Un uomo dev’essere certo di svolgerla per il vantaggio pubblico, e che i profitti che ne ricava non superino la remunerazione della sua fatica. La proprietà privata è un’istituzione necessaria, per lo meno in un mondo peccaminoso; gli uomini lavorano di più e litigano di meno quando i beni sono privati che quando sono comuni.


Ma deve esser tollerata come una concessione all’umana fragilità, e non acclamata come di per sé desiderabile; l’ideale – solo che la natura dell’uomo potesse elevarsi fino ad esso – è il comunismo. “Communis enim – ha scritto Graziano nel suo ‘Drecretum’ – usus omnium quae sunt in hoc mundo omnibus hominibus debuit”. Infatti in ogni caso sul patrimonio gravano degli obblighi.


Deve essere acquistato legittimamente. Deve stare nel maggior numero possibile di mani. Deve provvedere al sostentamento dei poveri. Il suo uso dev’essere per quanto possibile comune. I suoi proprietari debbono essere pronti a spartirlo con i bisognosi, anche se non sono proprio misteri. (cit., p.31 ss.).

Queste vedute, pur esprimendo delle norme e non un quadro esatto della realtà della vita economica, rispecchiavano in qualche misura il reale spiriti della società medioevale.»


Poi, fra tredicesimo e sedicesimo secolo, gradualmente si verifica la radicale trasformazione del modello economico medioevale, sostituito da quello moderno, basato sulla logica del capitalismo. All’interno delle corporazioni, infatti, si delinea una crescente differenziazione, che nessuno sforzo messo in atto per arrestarla, riesce a bloccare.


Alcuni maestri cominciano ad impiegare non uno o due garzoni, ma cinque, sei o dieci lavoranti; a un certo punto, alcune corporazioni non accettano fra i propri membri se non quanti possiedono una certa quantità di capitale. Altre approfittano della loro raggiunta posizione monopolistica per trarre dal consumatore il maggiore profitto possibile. Alcuni maestri non riescono più a reggere la dura concorrenza e devono cedere la loro attività o chiudere bottega, ripiegando sull’esercizio del commercio al minuto o impoverendosi completamente.


La condizione dei lavoratori peggiora ovunque sensibilmente, fino a raggiungere livelli drammatici, di pura lotta per la sopravvivenza, alle dipendenze di un padrone sempre più ricco e sempre più esoso. Il numero dei lavoranti che riescono a diventare a loro volta maestri – cosa che, ne Medioevo,  era stata la prassi normale – diviene sempre più esiguo; le possibilità di avanzamento sociale diminuiscono sempre più; si verificano forme di protesta spontanea, scioperi, perfino insurrezioni  (non per nulla il XIV secolo è l’epoca delle continue sollevazioni popolari, dall’Inghilterra, alla Francia, all’Italia), regolarmente soffocate nel sangue con la massima crudeltà dai membri del popolo grasso e dalle autorità che ne prendono sistematicamente le parti.


Il commercio passa ovunque da una dimensione locale a una dimensione globale; dopo la scoperta delle Americhe e quella della via marittima per le Indie orientali, le grandi aziende commerciali divengono sempre più potenti e si trasformano in monopoli, che soppiantano o riducono ai minimi termini il piccolo commercio; mentre anche il consumatore, non protetto da alcuno, vede il costo delle merci e dei servizi aumentare in misura insostenibile.


Lo scritto di Martin Lutero «Sul commercio e l’usura», del 1524, bene esprime – come osserva ancora Fromm – la rabbia e l’esasperazione dei piccoli commercianti tedeschi minacciati o rovinati dalle imprese monopolistiche le quali controllano tutte le merci ed impongono i prezzi a loro arbitrio, alzandoli o abbassandoli secondo la convenienza del momento, «quasi fossero i padroni delle creature di Dio e sciolti da tutte le leggi della fede e dell’amore», tuona con accenti di vibrata indignazione l’ex monaco agostiniano.


Subito dopo la Germania sarà percorsa dai due episodi più drammatici del trapasso dall’economia corporativa medioevale all’economia capitalistica moderna: la rivolta dei cavalieri e la disperata, sanguinosissima guerra dei contadini e relativa repressione.


Ma perché continuare? Il resto è storia nota; è la nostra storia: la storia delle magnifiche sorti e progressive del capitale e dell’affermazione del Dio denaro nella società moderna.


Eppure un grande poeta, giudicato pazzo dagli uomini e rinchiuso per lunghi anni a marcire in un manicomio criminale – Ezra Pound – aveva colto perfettamente il senso del’antitesi fra Medioevo e modernità, là dove aveva condannato con parole di fuoco l’usura, essenza ed anima dell’accumulazione del capitale, in un brano immortale dei suoi «Cantos» (traduzione di V. Vettori, «Il fiore dei Cantos», Pisa, Giardini Editore):



«Con Usura nessuno avrà sua casa

in buona pietra, in massi levigarti

e ben connessi, docili al disegno

dell’architetto. Non le chiese avranno

dipinti, non avranno arpe e liùti,

non tavole alla luce dell’Annunzio

aperte come aurore. Con Usura

addio, voi eredi del Gonzaga e voi,

addio, sue donne. Non avrem più arte

che accompagni la vita e la prolunghi:

arte venale di sicuro smercio,

questa e non altro avremo con Usura.

Con Usura il tuo pane sarà fatto

di stantii cenci quasi arida carta,

senza frumento, senza più farina

odorosa di monte. Con Usura

greve la linea del disegno e lieve

sarà il senso del limite- Nessuno

avrà suo luogo per sua casa: artiere

senza sua pietra e tessitore senza

sua tela e suo telaio sarà ridotto.

Con Usura ogni uomo. Ed il mercato

Senza lana sarà, senza guadagno

il gregge con Usura: Usura è lebbra

che in mano alle fanciulle ottunde l’ago

e arresta l’arte di chi fila. Venne

non certo dall’Usura, dal contrario

venne sì dell’usura Pier Lombardo.

Così Duccio, così Pier di Francesca.

Non di usura fu frutto la “Calunnia”

del Giambellino; non  di Usura rutto

dell’Angelico fu l’eterna grazia,

non Ambrogio de Predis, non la chiesa

di viva pietra con la firma “Adamo

me fecit”. No, non fu frutto di Usura

l’arlesiano San Trofimo, non frutto

di Usura Sant’Ilario fu. L’Usura

l’arte e l’artiere arrugginisce in uno

col cesello: corrode del telaio

il filo, toglie dalla trama l’oro

tessuto, al bel celeste sua cancrena

adduce, invola al rosso tutti i fiori,

e dove Memling provò sua perizia

allo smeraldo nega ogni letizia.

Usura uccide i nascituri in seno

Alle madri, costringe amore in ceppi,

porta ai letti paralisi, si giace

tra gli sposi nemica di natura.

Annulla Eleusi e femmine da conio

Ci dona in cambio, mentre ai cenni suoi

Siedono a mensa cadaveri e buoi.»


Ora, non si tratta – evidentemente – di proporre un ritorno al Medioevo puro e semplice, come se ciò costituisse la soluzione di tutti i nostri problemi e come se il Medioevo fosse stato un’età felice e luminosa in ogni suo aspetto (deformazione uguale e contraria a quella, di matrice illuministica, circa il “buio e squallido” Medioevo). Tanto più che il quadro tracciato da Fromm e da Tawney non si riferisce alla società medioevale e alla sua economia quali effettivamente furono, ma agli ideali e alla mentalità dominante nei secoli precedenti la nascita del capitalismo moderno.


Si tratta, piuttosto, di ripensare il rapporto generale fra l’economia e l’etica e di vedere se dal tanto disprezzato Medioevo non possano venire spunti e suggerimenti preziosi per ristabilire il primato della seconda sulla prima, in modo che l’aspirazione a una maggiore giustizia sociale non sia appannaggio di poche ideologie marginali, ma una sacrosanta esigenze collettivamente sentita e, in una certa misura, perseguita dall’intero corpo sociale.


Fonte:http://www.ilcorrieredelleregioni.it/index.php?option=com_content&view=article&id=11579:economia-del-medioevo&catid=40:economia&Itemid=57


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