Occorre un non praticante per capire la Chiesa

Camillo Langone ilfoglio.it

Occorre un non praticante per capire la Chiesa




Sulla situazione della Chiesa si ascoltino i grandi laici più dei grandi chierici. Perfino Caffarra e Negri e Burke e Sarah non dicono tanta verità sulla Sposa di Cristo quanta ne dice Vittorio Sgarbi intervistato da Cristina Siccardi in “L’arte di Dio” (Cantagalli).



Sembra che andare a messa produca impedimento cognitivo, forse perché si finisce col credere che quanto si dice nella predica e nella cosiddetta preghiera dei fedeli (i momenti più pesantemente e penosamente mondani della liturgia) sia grosso modo vero.



Capita perfino a un maldisposto verso i preti come me.



Dunque occorre un non praticante per capire che “c’è una vera e propria sparizione del sentimento religioso. La nostra religione ha avuto un’interruzione”.



Sgarbi evangelicamente riconosce l’albero dai frutti, ossia dalle chiese di Piano e di Fuksas, di Benedetti e Gregotti (io aggiungerei almeno il parmigiano Quintelli):


“Sono la prova che la nostra fede è scomparsa”.


Sono anche la prova, dico io, che le responsabilità di Papa Francesco sono parziali: i succitati templi dell’apostasia sono tutti di progettazione precedente.


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