Discesa dell'Italiano verso la lampreda. E sua possibile risalita.

Maurizio Blondet 24 febbraio 2017

Discesa dell’Italiano verso la lampreda. E sua possibile risalita.


Il lettore Giuseppe D.


“Volevo fare una domanda molto banale  a Blondet: potrebbe qualche volta occuparsi del fatto che l’Italia l’Europa e il mondo intero ormai sia solo  pieno di cuochi chef e ristoratori? di come le città italiane, dalle più importanti al più piccolo paese siano sommerse di trattorie agriturismi pizzerie bar caffè e ristoranti? del fatto che l’unico modo di esprimere un pensiero si risolva nello scrivere qualche frase su tripadvisor dopo essere stati a pranzo o a cena da qualche parte? che i programmi televisivi siano tutti esclusivamente dedicati alla cucina al cibo al mangiare? che ai cuochi si dia ormai anche la laurea?”.


Lei, caro Giuseppe, ha il merito di aver notato un fenomeno antropologico  curioso e interessante:  una parte notevole della popolazione italiana, senza aver del tutto abbandonato la fase sadico-anale (tra i 18 e i 36 mesi, quando l’infante prova piacere al rilascio dello sfintere posteriore e alla sua sporcizia), sta regredendo alla fase orale, tipica del  neonato, interessato solo alla  soddisfazione boccale prodotta dalla poppata. 


Al disotto di questa regressione   si entra nel regno animale, e precisamente dei ciclostomi, quegli  organismi molto semplici  costituiti  appunto da due sfinteri uniti da un   tubo digerente.


E già possiamo notare che un numero non trascurabile di italiani  è felicemente sceso a  questo livello,   come dimostra il fatto che  esprime le sue rabbie e voglie elementari e sparge le sue deiezioni nell’ambiente (vedi i commenti che spruzza sul web) e  sceglie  il personale politico – poiché purtroppo  ha diritto di voto – votando   come si dice “con la pancia” e imponendo il suo volere imperiosamente ignorante che richiede soddisfazione immediata.


A questa sottospecie  antropologica è impossibile proporre programmi di miglioramento collettivo  che superino l’immediato soddisfacimento del loro egoismo  biologico, progetti complessi che comportino qualche sacrificio dell’oggi per un bene comune domani, ossia il vero senso della parola Politica.


Nel buddhismo, questo tipo umano rinasce come “Preta”.
Siamo ad un livello –  quello delle lamprede, forse anche delle oloturie, dette popolarmente “cazzi di mare” –  che sta infinitamente al disotto della cultura, in cui possano essere proposti i temi della durata e della decadenza delle civiltà; naturalmente  estraneo ad ogni ordine morale, come sperimento io stesso   quando mi attento a scrivere di temi riguardanti la religione e  la Chiesa: allora raccolgo “reazioni” e “commenti” consistenti in strida e cachinni, insulti e osservazioni tipo “viva la f..ka”,  che riconoscibilmente giungono da quel livello zoologico-vegetativo.


Una società che si è data al “facile”


Quindi non è a loro, ma a lei, caro lettore,   mi rivolgo con qualche ipotesi sul dilagare di programmi di cucina e  di cuochi nelle tv. Secondo me, è l’indice di un popolo che, a nulla più sentendosi obbligato, ha scelto il “facile”


Pochi studiano fisica, chimica, aeronautica, elettronica, storia ellenica, e sono in grado di parlarne con competenza, o anche solo di interessarsene. Tutti invece possono parlare di calcio o di cucina; tutti gli italiani si piccano di essere un  po’ cuochi, non c’è  nessuno fra noi che non sappia impapocchiare una  spaghettata all’arrabbiata  –  il piatto su cui si fonda la nostra “identità” come popolo. 


Ovviamente  ciò vale  ancor più per i giornalisti, specie televisivi:   troppo ignoranti per confezionare, o anche solo concepire, un programma sulle meraviglie  dell’astronomia o sul cardinal Alberoni, sono perfettamente in grado di andare al ristorante e dare giudizi sulle pietanze del cuoco.  Con grande competenza.


Ciclostomi italioti
Inutile che spieghi a lei, intelligente lettore,dove ci ha portato questa scelta collettiva del “facile”.  Questo è un paese che – dai tempi del protezionismo autarchico – aveva  sviluppato una produzione aeronautica nazionale; aveva la più grande galleria del vento d’Europa, dove venivano i tedeschi a provare l’aerodinamica dei loro apparecchi;  produceva navi all’altezza dei tempi,  aveva  industrie  farmaceutiche  che scoprivano nuovi antibiotici,  ed elettroniche.  Prendeva Nobel per la Chimica, laddove oggi ne ha preso per la Comica (il non compianto Dario Fo);  un paese che studiava,  si sforzava e lottava per essere all’altezza del mondo moderno.


Adesso ha perso tutto.   Si sta facendo depredare  da quel che resta delle sue produzioni avanzate, per un boccon di pane, da “investitori esteri” che prendono il denaro a prestito a tasso zero, e a  che scopo? Per pagare gli interessi sui debiti che noi, i nostri politici ciclostomi e i nostri elettorati-oloturie, collettivamente abbiamo fatto- ficcandoci senza un minimo di preveggenza nel più orrendo vicolo  cieco della nostra storia, che si chiama euro ed “Unione Europea”.


Beninteso, esiste sempre una minoranza che studia e si sforza;   ci affrettiamo a mandarla via, all’estero, non vogliamo gente che rompa i  k… con  le sue esigenze e la ricerca, come disse quel ministro: qui non c’è posto per loro.  In compenso, spuntano come funghi le trattorie.  Abbiamo i “giacimenti culturali”, che lasciamo andare in rovina e su cui speriamo di guadagnarci – come  nipoti che fanno pagare il biglietto per  mostrare il cadavere mummificato  del nonno.


Il punto è l’accolta umana   chiamata impropriamente “italiani”  non sa, non può darsi da sé uno scopo superiore. Forse nessun popolo può. Spontaneamente, forse, ogni popolo- essendo fatto di uomini-massa, ossia di gente che  la quale “vivere è essere quello che già si è” –  è in grado di porsi il “difficile”. Di per sé, scende verso la soddisfazione immediata, i guadagni immediati, gli egoismi pullulanti, i familismi amorali. Bisogna che qualcosa gli imponga un compito.


Questa cosa è sempre stata, in Europa, lo Stato.


Rimettere sul cardine


Sento già i ciclostomi che strillano: “ecco,  lo statalista!”, “Lo Stato , spesa pubblica, orrore! Corruzione!” “Solo il mercato libero deve guidare la vita collettiva!”. Perché molti hanno nella “pancia” il liberismo  che hanno appreso dall’estero.


Ora, hanno pure ragione: perché credono che lo Stato sia quello che li domina oggi, quello che mantiene clientele parassitarie e corrotte fino al midollo,  e non  ha alcuno scopo, se non quello di divorare e andare al ristorante.  Ovviamente, non sto difendendo  questo Stato. Anzi,  so che nessuno Stato può tornare ad esistere, se prima non se ne ripuliscano i locali di tutte queste lamprede che li occupano e altri infestanti, magari  col lanciafiamme.


Mi riferisco al “comando”.   Quello di cui tutti i cittadini capivano la necessità   dai tempi in cui  si era comandati, oppure si  finiva sotto il dominio straniero, i maschi uccisi,  con le donne e i figli venduti come schiavi  al mercato. Lo Stato nacque da questa realtà tragica della vita collettiva.


La quale esiste ancor oggi, non crediate. Anche oggi infatti siamo dominati, e metaforicamente figli e  donne  sono schiavi stuprati  – tant’è vero che, come gli schiavi nell’antica Roma,  noi italiani, noi europei abbiamo smesso di fare figli.  La differenza è  che il “popolo”  ci si trova bene in questa schiavitù, la chiama “consumismo”, “edonismo permissivo” e liberazione dai tabù.


La gente ha scelto di vivere  in questa sorta di vacanza dalla storia e dagli impegni  della civiltà.  Però  –   cito inevitabilmente il nostro Ortega y Gasset – “la festa dura poco. Senza impegni che ci obblighino a vivere in un certo modo, la vita  rimane esposta alla pura provvisorietà. Una vita senza impegni è più  negativa della morte: perché vivere significa avere da fare qualcosa di preciso,  equivale a compiere un incarico,  – e nella misura   in cui eludiamo di sottomettere a  un compito la nostra esistenza, vanifichiamo la nostra vita”. Vedete la gioventù  liberata: “nel sentirsi libera, esente da impegni, si sente vuota”, si annoia orribilmente, e si sfinisce di droga e masturbazione…


Ma solo  uno Stato può  aprirle i laboratori di ricerca, cacciarla (con la frusta se necessario) agli studi superiori o indurirla nelle esercitazioni militari (eh sì), formarne il carattere, insomma spingerla al “difficile” e   dissuaderla dal  “facile” anche con la forza, come essa stessa richiede senza saperlo.


“Comandare vuol dire assegnare un compito alle persone,  metterle sulla via del loro destino, sul loro cardine; impedire la loro dissipazione, che diventa carenza, vita vana, desolazione”: ecco lo Stato a cui penso, i governi di cui abbiamo bisogno.


Già sento gli strilli dei regrediti tra la fase anale e quella orale,  dei ciclostomi e delle oloturie: fascista! Militarista!  Ma noi qui ci siamo proposti di non dare alcuna importanza a queste entità elementari che reagiscono “di pancia”, perché abbiamo scelto di parlare ad un livello per loro inaccessibile: come si mantiene, e migliora se possibile, una civiltà così palesemente degradata? Una umanità ormai accomodata al suo gradino zoologico? Dove trovare politici tanto ambiziosi da voler “mettere sul cardine”  dei loro destini i loro concittadini?


Lo Stato stesso – inteso come “comando che assegna un compito alle persone” – non esiste per sé, spontaneamente, senza degradare in dispotismo e arbitrio.   Lo Stato deve riconoscere di essere “derivato”  –  di essere appeso ad un chiodo più alto dello Stato stesso. Di dipendere da una istanza  che gli dà gli elementi spirituali senza i quali la civiltà non si mantiene.


Non oserei nemmeno evocare qui questa realtà – conosco troppo bene la diavolei di di urla, stridi, graffi e insulti  che  la sua menzione suscita tra  gli italiani zoologici  dal loro sottomondo verminoso – se non me ne desse coraggio un articolo apparso  su Le Scienze, che riferisce di una interessante indagine sociologica.


Oso riportarne il titolo:


Il ruolo della punizione divina nella crescita delle società umane


Sommario:


“Un nuovo studio sperimentale su popoli di fedi religiose diverse ha mostrato che chi crede in un Dio presente nelle vicende umane, moralista e punitivo, è più propenso alla generosità verso chi appartiene alla sua stessa fede, ma soprattutto per paura di una punizione divina. Il risultato supporta l’ipotesi che queste credenze siano state una potente spinta alla cooperazione e all’espansione delle società umane”.

Testo:


La fede in dèi  moralisti e punitivi potrebbe aver facilitato l’espansione delle società umane. Lo rivela un nuovo studio pubblicato su “Nature” da Benjamin Grant Purzycki, dell’Università della British Columbia a Vancouver, in Canada, e colleghi di una collaborazione internazionale.


La cooperazione tra individui e la nascita di società umane molto complesse fin dalle origini dell’agricoltura sono argomenti molto dibattuti tra antropologi e psicologi evoluzionisti.


“Già antropologi come Emile Durkheim e Bronislav Malinkowski hanno sostenuto che la credenza nel soprannaturale rappresenti una spinta potente alla formazione di società di soggetti che cooperano materialmente.  (…)   il legame tra religione e cooperazione dovrebbe essere spiegato in termini di un migliore adattamento all’ambiente e alla sopravvivenza del gruppo di cui si fa parte.


Dio punitivo (lo dice Le Scienze, non io)
“Per dare un sostegno sperimentale alla questione, Purzycki e colleghi hanno intervistato 591 persone di otto diverse comunità di varie regioni del mondo, tra cui Brasile, Mauritius, Repubblica di Tyva, in Siberia, Tanzania e isole del Pacifico meridionale, che appartenevano a religioni diverse, tra cui cristianesimo, induismo e buddismo, e che osservavano  tradizioni locali diverse, tra cui l’animismo e il culto dei morti.


“I soggetti sono stati coinvolti in una serie di giochi economici per valutare la loro propensione ad aiutare il prossimo in relazione alle credenze religiose. L’analisi ha rivelato che quanto più i volontari credevano in un Dio partecipe delle vicende umane, moralistico e punitivo, tanto più destinavano risorse a estranei della loro stessa fede religiosa.


Dai test è emerso anche un dato particolarmente interessante: a determinare l’altruismo sembra essere la paura di una punizione soprannaturale più che la fede in una ricompensa.


“Lo studio rappresenta la prova più evidente ottenuta finora che la fede nella punizione da parte di un’entità soprannaturale sia stata funzionale allo sviluppo della cooperazione nelle società umane, come sottolinea Dominic Johnson, dell’Università di Oxford”.


Gli esimi scienziati hanno scoperto una novità assoluta, rivoluzionaria, inaudita per secoli:  il timor di Dio.


http://www.lescienze.it/news/2016/02/11/news/fede_dio_punitivo_cooperazione_sociale-2966985/?ref=nl-Le-Scienze_12-02-2016

Che il timor di Dio è una potente molla della civiltà.  E senza il timor di Dio, l’uomo regredisce verso il ciclostoma.


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