La vita presa per il naso alla fine si vendica

Stefano Lorenzetto https://m.facebook.com/Antonio-Socci http://www.stefanolorenzetto.it/

La vita presa per il naso alla fine si vendica


Gli uomini del nostro tempo si sono convinti di poter prendere la vita per il naso.


Non hanno ancora capito, poveretti, che essa non è una mucca mansueta, rassegnata a farsi mungere all’infinito. Semmai è un toro: prima o poi si ve n d ic a . Un mio amico chirurgo gira l’Italia per riparare in cliniche private i setti nasali bucati - o, meglio, distrutti - dalla cocaina.


Non parliamo delle mucose: bruciate. Prima degli interventi ricostruttivi (difficilissimi, possono durare tre o quattro ore), egli pretende che i tossicomani, tutte persone di elevato rango socioeconomico, gli firmino una dichiarazione in cui attestano d’aver smesso di sniffare polvere bianca da almeno un anno. Quando i pazienti viziosi stanno per finire sotto i ferri, li catechizza così: «È la prima e ultima volta che ci vediamo. Si ricordi che un lavoro come quello che mi accingo a compiere, sempre ammesso che venga coronato da successo, non si potrà ripetere. È la natura a impedirlo. Perciò lei non dovrà drogarsi mai più, è chiaro il concetto? Ne va della sua v i ta » .


È frangibile, la vita. Eppure, guardate che paradosso: siamo circondati da gente disposta a riflettere su questa elementare verità soltanto quando è in preanestesia su un tavolo operatorio. Ho aspettato due settimane invano che i miei colleghi intervenissero sulle prime pagine dei loro giornali per magnificare il brano Che sia benedetta , cantato al Festival di Sanremo da Fiorella Mannoia.


Premetto che l’artista dalla capigliatura fulva non ha mai riscosso la mia simpatia. Ma, ascoltando quelle strofe, sono rimasto folgorato: «Per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta. / Per quanto sembri incoerente e testarda, se cadi ti aspetta. / E siamo noi che dovremmo imparare a tenercela stretta».


Vi paiono rime ingenue? Può darsi. A me sembrano come la vita: perfette.


Dunque speravo che qualcuno le commentasse, tanto più che nei pronostici la canzone era data per vincitrice al Festival. Invece nessuno ha avuto il coraggio di lodarla. E si è classificata solo seconda. In compenso, ho letto ampi dibattiti sul vestito rosso con spacco sul davanti indossato dalla graziosa Diletta Leotta, preoccupata di spostare in continuazione il sipario con la manina ogni qualvolta si richiudeva, conformemente agli ordini ricevuti: non nascondere al pubblico il proscenio per il quale ha pagato il biglietto.


C’è una logica in tutto questo: l’Italia ha in odio la vita. Non lo deduco soltanto dalla fenomenale avanzata dell’esercito di candidati all’obitorio, schiavizzati dalla coca, dall’eroina, dall’ecstasy e da ogni altro tipo di schifezza.


Mi bastano le statistiche per affermare che siamo un Paese in declino e sempre più decrepito. Al 31 dicembre 2015 ogni 100 giovani c’erano 161,4 anziani al di sopra dei 65 anni, contro i 157,7 del 2014. L’Italia è al secondo posto in Europa nel processo d’invecchiamento della popolazione, preceduta solo dalla Germania.


Il calo della natalità prosegue inarrestabile: nel 2016 i bambini partoriti sono scesi sotto quota 500.000, a 485.780 unità. Si sono registrati 161.791 decessi in più rispetto alle nascite. Che strano. Sulla carta, gli eredi di Romolo e Remo sembrano produttori seriali di vita, a cominciare dall’italiano più ricco di tutti, Leonardo Del Vecchio, che, se non ricordo male, è stato sposato tre volte e ha fatto sei figli con le varie mogli o compagne di turno.


La tendenza peraltro ha fatto scuola anche nel ceto meno abbiente: nelle mie contrade un’esuberante signora ha avuto sei figli con tre uomini diversi. Insomma, oggi si comprende meglio il complimento che il banchiere Ettore Gotti Tedeschi ricevette dal numero uno di McKinsey quando nel 1984 lasciò la famosa società di consulenza. «Vedete», disse il boss agli ospiti intervenuti alla cena di commiato, «Ettore possiede una dote davvero rimarchevole: ha lo stesso numero di figli che noi in media abbiamo di mogli». E allora ne aveva solo tre, poi diventati cinque.


Come le mogli del patron di McKinsey, immagino. Ciononostante, temo che la vita non sia affatto benedetta nei luoghi dove dovrebbe essere preservata a ogni costo: gli ospedali.


Dal 27 febbraio la Camera discuterà il disegno di legge sulle Dat (disposizioni anticipate di trattamento). Prima le chiamavano testamento biologico. Ma gli italiani, soprattutto i politici, almeno in questo restano imbattibili: riescono a capovolgere la sentenza latina di Giustiniano, nomina sunt consequentia rerum (i nomi sono conseguenti alle cose), nel suo esatto contrario.


Per evitare che a qualcuno scappi di chiamare la legge con il suo nome vero, eutanasia, si sono inventati le Dat. Che, richiamando alla mente più che altro i pomodori datterini di Pachino, dovrebbero essere approvate senza inciampi a Montecitorio. La legge sulle Dat consiste all’incirca in questo: voi sottoscrivete per tempo il modo migliore in cui vorreste congedarvi e i camici bianchi, giunto il momento fatale, saranno obbligati ad attenersi alle vostre irrevocabili disposizioni.


Come venga applicata in pratica lo ha ben spiegato il bioeticista Renzo Puccetti sulla Verità , citando l’esperienza del dottor Ferdinando Mirarchi, medico d’emergenza in Pennsylvania .


Un uomo di 75 anni è giunto al pronto soccorso con un infarto del miocardio. Sulle sue Dat c’era scritto che non intendeva essere rianimato. Mentre stava per morire, il paziente ha cambiato idea. Ha suonato il campanello per chiedere aiuto. È accorso un medico con il defibrillatore. Ma infermiera e caposala gli hanno impedito d’intervenire, sventolando il foglio da cui risultava che il morituro in anni lontani aveva optato per il Dnr (do not resuscitate): ordine di non rianimarlo. Sia fatta la sua volontà. L’hanno lasciato morire.


Ora sapete in che cosa consistono le Dat. Regolatevi . Chiesi al dottor Mario Melazzini, medico che dal 2003 soffre di Sla (sclerosi laterale amiotrofica), oggi direttore dell’Agenzia italiana del farmaco nonostante sia inchiodato a una carrozzella e si nutra attraverso un sondino gastrico: che cosa la spaventa di più quando pensa al suo domani? Rispose: «Il fatto che qualcun altro possa decidere per me. Quindi di finire in arresto respiratorio e ritrovarmi con un tubo conficcato nella gola. Per quel che vale, l’ho lasciato scritto: non voglio la tracheotomia».


Allora gli citai il fisico Stephen Hawking, che dopo quasi mezzo secolo di Sla continua a insegnare a Cambridge. «Magari in seguito cambierò idea», vacillò Melazzini. Ma il guaio delle disposizioni anticipate di trattamento è proprio questo: non sono posticipate. Sicuri che la vita offra la possibilità di mutare parere in extremis, dopo averle dettate in gioventù ?


La rivista scientifica Plos Biology ha scritto che un’équipe internazionale, nella quale è coinvolto l’Irccs San Camillo di Venezia, ha creato un’interfaccia computer-cervello che per la prima volta ha aperto un canale di comunicazione con persone all’ultimo stadio della Sla. L’hanno testata su quattro pazienti di 24, 61, 68 e 76 anni, totalmente paralizzati, neppure in grado di muovere gli occhi, quindi impossibilitati a esprimersi, però ancora coscienti.


A ognuno di loro è stata posta una domanda: «Sei felice?». E tutti e quattro hanno risposto «sì». Il che, trattandosi di malati ventilati e nutriti artificialmente, appare inaudito. Dipenderà dal fatto che, «per quanto assurda e complessa ci sembri, la vita è perfetta», come canta Fiorella Mannoia? Sono in grado di raccontarvi una storia analoga, che mi fu riferita dagli stessi protagonisti nei giorni in cui Theresa Marie Schindler Schiavo, detta Terri, nata il 3 dicembre 1963, venne lasciata morire di fame e di sete, per desiderio del marito e per ordine di un giudice, nell’H o s pic e Woodside di Pinellas Park, in Florida, dopo un’agonia durata 14 giorni (è questa la fine contemplata dalle Dat: la cessazione dell’alimentazio - ne e dell’idratazione artificiali).


Accadde al Centro Don Orione di Bergamo, dove il primario Giovanni Battista Guizzetti assiste pazienti in stato vegetativo permanente. Dal 1996 al 2005, quando andai a trovarlo, su 69 ricoverati ne aveva visti ben 12 risvegliarsi da una condizione d’incoscienza che veniva giudicata irreparabile. Forse perché la vita è fatta così, come nella canzone Che sia benedetta: magari non sempre, ma spesso «se cadi ti aspetta».


Il protagonista è Roberto, un paziente di 30 anni domiciliato a 20 chilometri dall’ospedale. Faceva l’operaio in una ditta per la produzione di gas. Durante una manutenzione fu colpito da asfissia. Rimase in stato vegetativo per 17 mesi. Una mattina, in corsia, la moglie urlò: «Venite, presto, Roberto ride!». La caposala Elena Viviani accorse al capezzale e interrogò il paziente: «Mi conosci? Sai dove ti trovi?». Lui le fece cenno di sì con la testa. Allora gli chiese: «Tua moglie si chiama Giovanna?». Lui scosse il capo in segno di diniego. Infatti si chiama Ilenia. Dopo qualche giorno Roberto cominciò a parlare. E ricordò una cosa che in teoria non avrebbe dovuto sapere. Mentre si trovava in stato vegetativo, la moglie gli aveva spiegato che, tagliando l’erba in giardino, s’era accorta di un’invasione di formiche. E lui, apparentemente ridotto a un ciocco, aveva capito tutto. Inoltre il malato conservava il ricordo dei bagni nella vasca, quando le infermiere lo mettevano nell’acqua con l’aiuto di un sollevatore.


« Un’operazione per lui dolorosa, anche se noi non potevamo supporlo», mi spiegò la caposala.


Spesso gli scendevano le lacrime dagli occhi, interpretate dal personale sanitario come un riflesso involontario. Invece piangeva perché l’acqua era troppo calda. Ora, pur rimanendo paralizzato, Roberto è tornato a casa. Riconosce la figlia e le parla. Sottoscrivendo le Dat, di sicuro non l’avrebb e più rivista. Il punto di partenza sono le disposizioni anticipate di trattamento, ma la stazione di arrivo è ineluttabile: si chiama eutanasia.


Ha già trovato i suoi testimonial eccellenti: Vasco Rossi, Roberto Saviano, Rocco Papaleo, Neri Marcorè, Corrado Augias e l’immancabile Emma Bonino (vedi www.euta n a siale g ale .it ). Anzi, in Olanda, dove la «dolce morte» è legale da 15 anni, sono andati oltre il capolinea: vogliono estendere la legge sul suicidio assistito anche «agli anziani non malati che ritengono la loro vita completata».


Sei in ottima salute però non trovi più alcuna giustificazione per proseguire la tua esistenza? Tranquillo, potrai farti accoppare dai medici. Ma non crediate che un testamento di morte sia facile da gestire. «Nella Sla arriva un momento in cui subentra la paralisi della muscolatura respiratoria e a quel punto il paziente cessa di vivere per asfissia, a meno che non sia sottoposto a tracheotomia», mi ha spiegato Guizzetti. «Ho assistito un ragazzo di Milano. S’era raccomandato di non fargli nulla, di lasciarlo andare. Però me l’aveva detto mentre ancora respirava bene. Quando è subentrata la crisi finale, sentendosi morire soffocato, ha chiesto con l’ultimo filo di voce: “Fatemi la tracheotomia!”».


Sorge allora spontaneo un dubbio: ma le Dat servono più ai cittadini o allo Stato che si accinge a vararle? La risposta l’ho avuta di recente dalla moglie di un caro amico, ricoverato per sette giorni in un ospedale nel Veneziano: «In calce al referto di dimissioni c’erano due righe per informarci che i costi della settimana di degenza ammontavano a 18.000 euro. Oltre 2.500 euro al giorno. E non ci è stato fatto pagare neppure il ticket», si è colpevolizzata.


Ricordo che Giancarlo Galan, quando era governatore della Regione Veneto, mi disse: «Sai quanto costa alla collettività un paziente in stato vegetativo permanente? Due milioni di euro l’anno». Sono quasi 5.500 euro al giorno.


Negli Stati Uniti stanno studiando un nuovo farmaco anticancro ad azione immunologica. Prezzo: 1 milione di dollari per 12 mesi di trattamento. Potremo permettercelo? Già oggi, nel nostro Paese, per un paziente oncologico il Servizio sanitario nazionale spende in media 200.000 euro, che possono arrivare a 350.000 nel caso di decorsi prolungati e complicati da recidive. Per quanto tempo l’Italia delle ruberie, degli sprechi e delle evasioni fiscali riuscirà ancora a spenderli ? La vita costa parecchio.


Un’iniezione di pentobarbita l sodico no: appena 60 euro, e dopo tre minuti non ti svegli più .


Far morire vecchi e malati, convincendoli che è per il loro bene, diventerà la nuova frontiera del welfare. Adesso forse capite meglio perché mi è sembrato un impareggiabile articolo di fondo il brano sanremese dedicato «a chi lotta da sempre e sopporta il dolore / qui nessuno è diverso, nessuno è migliore», nobilitato da un’i nvo c a z io n e degna del Salmista: «Siamo eterno, siamo passi, siamo storie. / Siamo figli della nostra verità. / E se è vero che c’è un Dio e non ci abbandona / che sia fatta adesso la sua volontà». Che sia benedetta chi lo ha cantato.  


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