Lettera agli Snowflakes perché non si suicidino

Maurizio Blondet 8 febbraio 2017

Lettera agli Snowflakes perché non si suicidino


Do  per dette le frasi di pietà (falsa) e le lacrime (di coccodrillo) che i media hanno sparso sul trentenne di Udine che si è ucciso, e  la cui esacerbata lettera d’addio i genitori hanno voluto far pubblicare sul giornale.  Mi preme arrivare alle parole che forse   solo io trovo agghiaccianti:


«Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato».

 

La scelta delle parole così accurata riflette, temo, il sentimento di questa generazione dei disoccupati   al 47%.  Chi gli ha instillato l’idea che gli “doveva essere consegnato”, come una pizza a domicilio (perdonate),  un mondo gradevole, giusto, secondo i loro desideri?  Un mondo dove non si passa la vita a  combattere “per lo spazio che sarebbe dovuto, quello che  spetta  di  diritto”.  Un mondo dove “la sensibilità”  è una qualità ricercata, dove non “ conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni”?


Sogni?


Non c’è da fare rimproveri al suicida, non si tratta di una psicologia individuale, ma di una  falla collettiva.  Del resto anch’io, se vado con la memoria ai miei  diciott’anni quando uscito da liceo cercai un lavoro, scoprii con rabbia e dignità offesa che  “il mondo” non  era  lì ad aspettare  e  le mie sopraffine qualità e cultura; che non  era paterno né  cordiale;  che non  mi dava  uno stipendio per i miei delicati sentimenti (che esprimevo in   poesie e brevi racconti),  ma solo se ero “utile”,  se “rendevo”.


Naturalmente per me fu più  facile perché era il boom, c’era bisogno di impiegati,   trovai quasi subito lavoro, questa cura necessaria  al  male chiamato adolescenza;  però ricordo ancora lo choc culturale di trovarmi in un ambiente di lavoro “brutale” dove i colleghi avevano scorza dura, e non parliamo dei superiori. Evidentemente anche a  me, alla  mia generazione, qualcuno aveva instillato l’aspettativa  che mi “si doveva consegnare” un mondo ben disposto verso le mie qualità e giusto verso i meriti.


Cosa è quel  qualcuno o qualcosa? Naturalmente  si può rispondere:  la scuola  “facile” e “moderna,   i genitori “amici” e di manica larga,  o la società dello spettacolo che propone la vita come  una festa  e la soddisfazione dei desideri, la televisione…Ma tutte  queste cose, ai miei tempi, non erano ancora  così facili,   pervasive, superficiali e scintillanti come oggi  (la tv era in bianco e nero,  e la mia famiglia andava da un vicino a vedere Lascia o Raddoppia, perché non l’avevamo).


Il problema è Politico


Quindi, se  provo a chiedermi cosa mi  aveva dato l’illusione che mi spettasse la consegna del mondo di mia scelta, come una pizza, devo rispondere: il sistema politico. Chiamato “democrazia”. Un sistema fatto apposta, dicevano,   per dare sempre nuovi e più ampi “diritti”  agli individui, specie a quelli “sfavoriti”.  L’idea di uguaglianza, l’idea di giustizia come conquiste ormai conseguite.  Una volta per tutte.


E’  questa  assicurazione fasulla che ha disarmato il trentenne di Udine – voleva fare il grafico, poveretto, un mestiere superfluo in una  società in recessione e calo da un decennio –   e pensava di  averne   diritto.  Si è trovato in una società  dove i diritti li hanno i LGBT ,  o quelli che se li possono pagare;  nessuno lo aveva avvertito in tempo.


Lui stesso, il suicida intelligente,  evoca  l’inganno di cui è stato vittima nel suo aspetto di Questione Politica:   dice che la sua morte “è  un’accusa di alto tradimento”,   ed è giustissimo; dice: “Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità”.  Butta la sua morte in faccia al ministro del lavoro  ben noto: “Complimenti a Poletti. Lui sì che valorizza noi stronzi».


Bene, ma è una rivolta impotente. Avete visto i ceffi    che inalberano i “governanti democratici” dell’ultima edizione  di governo.  E pensate che questi   nutrano un qualche rimorso? Scrupolo di coscienza? Che abbiano la  minima preoccupazione per i diritti della “generazione”    che ha il 47 per cento di disoccupati?


I diritti, loro, li tolgono; li danno ai   figli loro, ai compari e compagni di partito,  ai  LGBT, magari agli animali, ma a voi no.  Danno 4  milioni l’anno a Bruno Vespa, un milione e 8 alla famiglia  Angela, 400  mila a Pupo  –   soldi che prendono dalle vostre tasche – ma a voi no.


Non dorme di notte per l’ansia del vostro futuro
E  questa classe, questi ceffi, hanno acquisito quella che “arroganza di casta” tipica delle oligarchie, quella che fa credere a  un tizio che beneficia di privilegi  indebiti,  di meritarli in ragione del suo talento.   Questa arroganza  è  una   sorta  di cecità che il sociologo Pierre Bourdieu (1930-2002)  ritenne essere “la madre delle rivoluzioni”.


Questa  è la situazione in cui doveva scoppiare la rivoluzione:  quando la legalità è occupata da una casta illegittima che divora le risorse per sé e compari,  vero cancro che consuma.  Come mai non   avviene? Perché quando il suicida  proclama che “questa generazione si vendica di un furto”,   la  “generazione” non c’è, dietro di lui. Ci sono individui. 


Un formicolio di individualismi, di   Io pigolanti  che litigano incessantemente sul web o commentano  e insultano,  che si dividono di fronte ad ogni  proposta, ma che sono incapaci di unità e disciplina –  cioè di diventare, da formicolante pandemonio di amebe e vermi  che brulica  sulla Rete, una “generazione” decisiva.  Sono  gli “Snowflakes”, preziosi e delicati, che strillano e  si traumatizzano perché il mondo  non è come lo volevano consegnato;  che magari si suicidano, sprecando l’ultima possibilità politica – che  è fare paura a tutti quei  ceffi.


Giusto con la speranza di dissuadere dal suicidio   qualche altro snowflake, ricordo (soprattutto a me   stesso)  perché e quando una generazione  giovane  ha cambiato le  cose.  Anzitutto, perché era appena uscita dalla guerra e l’aveva combattuta. 


Credete che si preoccupi per voi giovani?
Un orribile  bagno di realtà.


Dove   ti facevano sparire subito l’illusione che ci fossero dei “diritti”  ad un mondo giusto che  tenesse conto dei meriti o dei sentimenti.  Il  mortaio, nel 15-18, ammazzava i migliori e i peggiori senza distinzione; per questo le trincee erano  scavate a zig-zag,  perché le schegge non arrivassero fin dietro l’angolo.  I superstiti fumavano e  giocavano a carte  e cadaveri di compagni restavano  a gonfiarsi appesi ai reticolati, perché non li si poteva certo andare a prendere,  c’era il cecchino che non perdonava;  fra quei cadaveri c’era il giovane  professore che sapeva il greco, speranza delle Lettere,  oppure il sottufficiale carogna a cui aveva sparato, da dietro, il soldatino vendicativo.


Poi le ore ed ore  di bombardamento  che facevano impazzire tanti, il pesticciare nel fango di piscio e di budella sparse…


A Stalingrado, il commissario   metteva le reclute a  due a due ad avanzare.  Le istruiva:  “Tu stai dietro a lui. Appena lui muore, tu prendi il suo  fucile”, non ce  n’erano abbastanza per tutti,  e  non c’era nessuna selezione in base al merito,   nessun diritto,  e persino nessuna razione per calmare la fame. 


 E   non uno che si provasse a dire: “Non è assolutamente questo il mondo che  mi doveva essere consegnato”.  Non sto vantando la guerra, da Stalingrado persino i cani randagi fuggivano, non potevano sopportare tanta misura di orrore.


“L’albero della libertà va periodicamente annaffiato con sangue dei patrioti e dei tiranni”


Ma nella guerra   questa generazione imparava   due cose:  che il Velo di Maya era stracciato, e che si sapevano usare le armi,  e   la disciplina e il coraggio   salvano la vita, a  volte.


Così, per esempio, la gioventù del 18 quando tornò a casa  (molti altri morirono di Spagnola  o dei postumi della trincea) e  trovò che la prospettiva che gli veniva offerta  nella “Pace” era il governo di una flaccida oligarchia parassitaria,incapace, superata,  privilegiata e senza meriti,  che si legittimava con false idee risorgimentali, massoniche; e    disse di no.


Ritrovò, ora in borghese, il capitano, il colonnello   di  cui aveva sperimentato il comando  nell’odore di  merda  e sangue delle trincee; nacquero partiti che avevano autoblindo e armi;  occupavano, sotto vari colori,   rossi e neri,  la “generazione” unita, politicamente cosciente,   che sapeva usare le armi.  E  le usava.  A   squadre, manganellarono, bruciarono sedi di giornali,  pugnalarono,   guidarono   le blindate e i tram durante gli scioperi degli avversari.  In una parola: fecero paura alle oligarchie,  strapparono loro  il potere.


Naturalmente qualche furbo lettore dirà che parlo del fascismo. No, parlo  della democrazia.  Della democrazia    senza il Velo di Maya. O credete che al popolo, i diritti, le libertà, la giustizia salariale, l’ equa distribuzione, i diritti di voto, siano stati regalati?  Sempre, nella storia, i “diritti”  il popolo li  ha strappati. Con le armi, se necessario. Facendo paura ai parassiti, sgonfiando la loro arroganza di classe, rendendo la vista alla loro cecità,  facendoli tremare nelle  loro ville.  Senza il Velo di Maya, la violenza è l’ ultima ratio della Politica.  Quanto volte ve l’ho raccontato: nel cantone di Appenzel, la cittadinanza vota all’uso antico, ed ogni maschio porta, come tessera elettorale, la spada di famiglia:   perché sia chiaro: i  miei diritti  di voto vengono dal fatto che sono pronto a versare il sangue per questo pezzetto di terra.  E’   solo un’antica usanza. Ma  è la  memoria di cosa c’è dietro il Velo di Maya.


E veniamo a voi, snowflakes che non riuscite ad essere “generazione”. Che ad ogni proposta che vi si faccia, sapete fare una sola cosa: negare, protestare,  distinguervi,  trovare che in essa non va qualcosa, o qualcuno, quindi non ci state, non parteciperete al  progetto,   schizzate in tutte le direzioni invece che, unite,  in quella giusta. Non avete fatto il servizio militare  –  e vi è andata bene così –   quindi non avete imparato la disciplina,  il sacrificio, l’uso delle armi. Non sapete usare la  violenza  in modo organizzato e controllato, non da teppisti del calcio ma da reparto politico-militare.


Avrebbero dovuto  già i vostri genitori pretendere   quella educazione   di base  che era il servizio di leva. No. Sono stati contenti di liberarvene.  I politici ancor di più, perché così  non  gli fate più paura, non siete più un popolo armato.    E   voi anche: la guerra  la facciano gli specialisti.  Avreste dovuto invece gridare: vogliamo servire la patria! Dateci le armi! I capitani! I colonnelli!  Le esercitazioni!


Adesso, capisco, è  un po’ tardi , la guerra la fanno i mercenari specializzati (così come il sesso lo fanno gli attori porno, che sanno fare).  Alla generazione  è stata risparmiata la sanguinosa tosatura  delle guerre,  ed è una bellissima cosa.


Ma lo scotto è che “la soluzione è individuale”, come ripete Paolo Rebuffo, e so perché: dopo aver tentato invano di unire una generazione per una soluzione comune,  la soluzione individuale  è quel che resta. Uno trova in Svizzera il lavoro degno che gli è negato qui, l’altro si toglie la vita.


Faccio solo notare questa strana circostanza: che  ogni generazione giovane deve pagare  un prezzo.  Quelli delle altre, tornavano decimate a prendere  la loro parte nella civiltà, si assumevano compiti, si facevano famiglie. La mia, è stata decimata pro-quota dall’eroina, dal terrorismo rosso.  La vostra   non conta tanti  morti – o così pare. Ma il prezzo che pagate, ha avuto ragione il suicida, è altissimo.  La  vostra tragedia è forse peggiore di quella dei giovani del 15-18,o del 39-44.  Solo  che il Velo di Maya,  per voi,   non s’è lacerato.


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Michele, disoccupato suicida: “Non posso passare il tempo a cercare di sopravvivere”

Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene. Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

Ho resistito finché ho potuto

 
“Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte”.

“Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.Tutte balle”.


Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia. Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile”.


P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.


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