ONU: La libertà di religione 'non è assoluta'. Va ridotta se si oppone ai LGBT. PARTE II

Maurizio Blondet 6 febbraio 2017

PARTE II

ONU: La libertà di religione 'non è assoluta'. Va ridotta se si oppone ai LGBT. 


l costituente non ha pensato di inserire l’orientamento sessuale tra le cause di non discriminazione, (ma la Fedeli non se n’è ancora accorta), considerandolo a ragione un vezzo privato indifferente per il legislatore. Compare invece nel Trattato di Lisbona col quale ci siamo incoronati sudditi della UE.


Ecco dunque che il movimento omosessualista, affiliato alla sinistra, ritrova proprio nell’uguaglianza giacobina lo strumento di lotta politica che fa alla bisogna. La brandisce anche per superare il principio di ragionevolezza. Il matrimonio e la procreazione non debbono essere appannaggio soltanto della coppia formata da un uomo e una donna.


È un privilegio da abbattere in nome della non discriminazione in cui riecheggia la lotta di classe. Su questo stesso registro si muove il rinverdito femminismo delle Boldrini e delle Fedeli che fa da spalla al movimento omosessualista aprendogli la strada quando occorre. La non discriminazione diventa la formula magica buona per spegnere i cervelli, far votare le leggi, far scrivere le sentenze.


A forza di evocarla nessuno oserebbe negare la santità di questo imperativo categorico buono per tutti gli usi. Viene imbastito il grande bluff sul quale il movimento omosessualista costruisce la propria  fortuna e i relativi obbrobri.


Se tutte le varianti e le variazioni della sessualità sono buone perché espressione di libertà, tutte sono meritevoli di godere degli stessi diritti in omaggio al principio di uguaglianza che rende uguali le diversità. E poiché il diritto presuppone il riconoscimento di un interesse oggettivamente meritevole di tutela, se vengono riconosciuti diritti agli omosessuali in quanto tali, viene  riconosciuto il valore in sé dell’omosessualità.


Per raggiungere questo ardito traguardo occorre tuttavia preparare il terreno: occorre parlare dei “diritti degli omosessuali” inventarli e sbandierarli anche prima che la legge li attribuisca. Come occorre nominare spesso la non discriminazione, quale obbligo e principio imprescindibile di civiltà che tutti dobbiamo rispettare. Perché sono le  parole a creare la realtà e ad imporla come vera.


Discriminazione è voce dotta che indica l’atto di separare, e quindi di scegliere. Il principio costituzionale di non discriminazione riguarda soltanto il legislatore al quale non è consentito creare arbitrariamente situazioni i privilegio o di svantaggio, e quindi discriminare, nei limiti e con i correttivi che sappiamo.


Al contrario i principi democratici assicurano ad ogni singolo cittadino libertà di agire e quindi di scegliere, nonché libertà di pensare ciò che più gli aggrada e di manifestarlo, s’intende sempre nei limiti consentiti dalla legge. Tuttavia per l’omosessualismo anche la libertà dei singoli diventa un ostacolo sulla via della conquista della egemonia politica e culturale. Occorre che anche le scelte individuali non vadano a svantaggio di una comunità felice e orgogliosa di sé. Bisogna che l’imperativo della non discriminazione, funzioni anche nei confronti dell’individuo e che nessuno pensi corretto licenziare una baby sitter soltanto perché lesbica. Bisogna inculcare questa idea con la suggestione della non discriminazione.


Ma la pecora nera di ogni regime totalitario sono soprattutto le opinioni avverse. Qualcuno potrebbe rivendicare la propria sanità morale e psichica, e vedere il sopruso per quello che è. Un regime non può permettersi i rischi della libera manifestazione del pensiero, come ha insegnato il paradiso comunista sovietico e quello hitleriano. Nel primo si andava sempre al sodo con la tortura e la fucilazione contro le cattive disposizioni d’animo. Nel secondo ai dissidenti di maggior  riguardo veniva anche consigliata la capsula di cianuro. Questione di stile.


Certo, la sinistra pacifica per antonomasia, oltrechè pacifista, non permetterebbe metodi cruenti. Bisogna demonizzare ogni iniziativa o pensiero che ostacoli il trionfo dell’omosessualismo, per mezzo di una formula riassuntiva che denunci il pensiero da combattere e il nemico da neutralizzare. Dopo la non discriminazione, dal cappello del prestigiatore omosex esce l’omofobia.


La società libera e democratica è avvisata, e siccome aborrisce l’idea di avere idee non aggiornate o diverse da quelle più vendute, fa capire di avere imparato la lezione a memoria.


Un tempo i sudditi della DDR confessavano di non avere neppure più il coraggio di pensare. Qui molti hanno risolto il problema in radice facendo a meno di pensare, e si dichiarano con compunzione non omofobi, ovvero nemici di ogni discriminazione. Un buon sistema per riscuotere una patente di correttezza politica rinnovabile solo per buona condotta.


È stato detto che il totalitarismo fa leva sulla forza e sulla persuasione. Dunque l’omosessualismo ha ottenuto anzitutto in via persuasiva che sia cosa buona pensarsi non omofobi e che la non discriminazione sia il primo comandamento dato alla “società civile”. Il cittadino perfetto, “patriota” europeo, assillato dal pensiero di avere buttato i gusci dell’uovo nell’umido, che frequenta soltanto belle persone non trumpiste, e non leghiste, non vorrebbe mai essere sospettato di omofobia e di atteggiamenti discriminatori. Egli assicura al movimento omosessualista conforto morale e politico,  incoraggiato dall’Amoris Laetitia.


Tuttavia, perché c’è sempre il pericolo che qualcuno si svegli e si ribelli, bisogna preparare il deterrente per diserbare in anticipo la mala pianta degli eventuali oppositori, e per una vera prevenzione, occorre la minaccia della sanzione penale. Ecco perché è nato il ddl Scalfarotto, solo momentaneamente messo da parte, ma pronto a trovare il momento buono per essere approvato. Si tratta di un meccanismo a orologeria di cui vale la pena osservare il funzionamento.


Nel 1996 viene confezionata la legge Mancino in ossequio alla Convenzione di New York con cui gli stati firmatari si sono impegnati a perseguire penalmente ogni discriminazione ispirata da motivi razziali o ogni manifestazione di odio razziale. Era la risposta alla questione razziale esplosa in Sudafrica con l’apartheid (e va detto per inciso che ora, a distanza di anni di pacificazione egualitaria, da quelle parti la gente si ammazza per strada. Ma questa è un’altra storia che per il momento pare ancora non interessarci da vicino).


Il ricordo delle persecuzioni naziste contro gli ebrei era ancora fresco, monopolizzato dalla sinistra (che ignorava inspiegabilmente le omologhe persecuzioni da parte dei bolscevichi) e rinverdito regolarmente ancora oggi per ogni uso elettorale.


L’Italia, che pure non ha problemi di intolleranza razziale, confeziona una legge che risulta inapplicabile perché, prendendo alla lettera la Convenzione, contiene disposizioni contrarie a principi fondamentali dell’ordinamento giuridico. Infatti essa trasferisce in capo al singolo cittadino l’obbligo di non discriminazione che riguardando per dettato costituzionale il legislatore e solo il legislatore, se fosse applicato comporterebbe una inaudita limitazione della libertà individuale. Inoltre nella punizione delle manifestazioni di odio razziale, vengono perseguiti i pensieri, gli stati d’animo le intenzioni, cioè tutto quello che la civiltà giuridica rimprovera, come sommo sopruso, agli stati totalitari.


La dissennata legge Mancino non ha trovato fortunatamente applicazioni, ma il suo contenuto,    perfettamente in linea con l’orizzonte culturale omosessualista dell’omofobia e della non discriminazione, diventa il modello cui attingere. Così viene ripescata dalla pederastia nostrana, che la adatta alle proprie esigenze pensando di potersi autoeleggere a razza discriminata rispetto a quella degli odiati eterosessuali e aspira ora a fa valere le proprie pretese sul versante della non discriminazione: stando alla lettera della legge potrebbe essere punito chi volesse riservarsi la libertà di evitare per propri figli l’insegnante di pianoforte o la baby sitter con tendenze pederastiche, o chi manifestasse contro l’indottrinamento omoerotico a scuola.


Connivenza della Neochiesa e delle “alte cariche dello stato”


Il ddl Scalfarotto è un’arma a doppio taglio dalle conseguenze suicidiarie e forse non arriverà in parlamento. Ma forse il movimento omosessalista già non ne ha bisogno perché ha in mano la legge 107 che, con il piano di indottrinamento omo e transessuale ideato dalla filiera Fornero-Fedeli-Renzi-Giannini, secondo le istruzioni di Bruxelles, è pronto ad impossessarsi delle teste e dei corpi degli scolari.


Ha dalla sua il torpore di molti, la connivenza della neochiesa e delle “alte cariche dello Stato”, l’interesse delle schiere di “operatori culturali” assunti ad hoc dalla Buona Scuola, l’esercito delle psicologhesse “esperte” addestrate e pagate dall’utenza per mandare in onda l’indecente prontuario dell’omosessismo, il potere politico debordante delle 29 associazioni LGBT di stanza nell’anticamera del Presidente del Consiglio e in filo diretto con Bruxelles. Ma soprattutto il pensiero unico devitalizzato.


L’omosessualismo ha puntato a conquistare il potere attraverso le leggi. Ma le leggi non si fanno da sole. Sono il frutto di idee e le idee di chi vota le leggi passano oggi attraverso il filtro comune di una omogeneizzazione culturale che supera ogni colorazione politica. Tutti, a destra e a manca, attingono agli stessi schemi mentali e verbali.


Tanto che anche chi pretende di appartenere alla opposizione finisce per usare le medesime formule dell’avversario e utilizza le medesime armi. Così, se la società nel suo complesso non riesce a difendersi, incapace di mettere a fuoco da chi e da che cosa è minacciata, ad intravedere la sagoma dell’aggressore, è anche perché usa le armi spuntate che questi le ha messo in mano.


Tutti parlano lo stesso linguaggio senza contenuto di pensiero, vantano gli stessi principi degenerati, usano le stesse categorie distorte. Così si disquisisce con compunzione di diritti fasulli, di discriminazioni immaginarie e di non discriminazioni impossibili, di diversità uguali e di uguaglianze diverse, di stereotipi e di inclusioni, di omofobia e di cittadinanze, tutte cose che hanno lo stesso senso delle famose tre civette sul comò. Mentre chi le ha inventate e distribuite gratis se la ride.

 
Tuttavia il processo di dissoluzione messo in moto sembra rientrare in un disegno egemonico più vasto che fa capo ad altri poteri e di cui l’omosessualismo è in ogni caso una delle componenti essenziali.

Gli storici riconducono la decadenza dell’impero romano in gran parte alla crisi demografica e alla contigua crisi economica, con particolare riguardo a quella della produzione agraria affidata al lavoro degli schiavi che vivevano senza donne e senza famiglia irreggimentati in caserme rigidamente sorvegliate. Ogni schiavo era considerato semplicemente un instrumentum vocale accanto agli animali, strumenti di lavoro non provvisti di parola. Le caserme degli schiavi senza famiglia dovevano essere continuamente alimentate da nuove guerre di conquista.


Forse nell’orizzonte del mondo nuovo dominato da pochi eletti detentori del potere economico c’è lo stesso individuo sterile controllato da vicino e adibito solo alla manovalanza. La piovra omosessualista può operare efficacemente a forgiarlo.


C’è solo da sperare che una società intera si scuota da questo sonno della ragione e tagli i lacci in cui colpevolmente si è fatta imprigionare. Prima che sia troppo tardi. Ma forse è già tardi.


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I più letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext