Case chiuse e menti aperte. La terza via è la geisha

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Case chiuse e menti aperte. La terza via è la geisha

Sabato scorso Salvini ha riproposto nella manifestazione di Roma di legalizzare la prostituzione. Un tema che divide l’Italia. Per mandare a puttane l’infinito dilemma sulle case chiuse o riaperte, vorrei proporre una Terza Via, che non è naturalmente una via nascosta su cui convogliare la prostituzione stradale e non è nemmeno l’idea di case semichiuse, come tenderebbe a fare un paese a vocazione centrista, che cerca sempre una via di mezzo tra liscia e gasata e che per la droga e i casinò ammette la modica quantità: si, ma poca roba.

Bando all’ironia, la mia proposta è riconoscere pubblicamente il ruolo di assistente sessuale, via di mezzo tra assistente sociale e animatrice sensuale, attingendo da antiche e nobili tradizioni, dalle etèra classica alla geisha giapponese. Il sesso non può essere materia di Stato perché se lo spartiscono rigorosamente l’intimità e la morale, il piacere e il peccato. Ma il bisogno di assistenza, conforto, compagnia, in una società di solitudini, insicurezze, complessi e frustrazioni, è materia di Welfare.

Non sto proponendo dopo la devolution un ministero per la prostitution; sto cercando di dare una ragione sociale e una dignità civica ad un ruolo che esiste nella nostra società, che va sottratto al vizio e alla mania, alle strade e ai papponi, su cui giustamente interviene il Ministro Carfagna.

La via della geisha è un modo saggio e umano per uscire dall’alternativa tra il riconoscimento di Stato della prostituzione, al fine di tutelarla e regolamentarla, e la condanna penale di ogni forma di prostituzione, lasciando che prosperi in forme selvatiche e più pericolose.

Il conflitto non è tra morale pagana o laica e morale cristiana o religiosa, perché sappiamo di società laiche e pagane che punivano e biasimavano la prostituzione e sappiamo di società religiose a cominciare dal Regno pontificio che la tolleravano e la lasciavano prosperare alla grande. Così come sappiamo di filosofi laici che la disprezzavano e di filosofi cattolici, anzi di santi come Agostino e Tommaso, che la consideravano non solo una necessità sociale ma perfino un salvagente per le famiglie, una specie di pozzo nero e di spurgo sociale per evitare che le famiglie si sfasciassero. Cerchiamo di ragionare sulle case chiuse con mente aperta.

Uno Stato non deve occuparsi del sesso come peccato, ma come esibizione, degrado e mercificazione della persona. Uno Stato deve tutelare la libertà e la dignità dei cittadini e le due cose non sono facilmente conciliabili: se tuteli la libertà dei cittadini la devi ammettere, se tuteli la loro dignità la devi vietare.

Lo Stato deve poi impedire lo sfruttamento e il commercio illecito di donne e corpi; ma se il rimedio più efficace non è la repressione, visto che continua ovunque, la tolleranza statale è un rimedio ripugnante perché lo Stato che diventa imprenditore sessuale. Ci troviamo tra la padella e la brace.

Se proibiamo la prostituzione, resta nelle mani della criminalità e dell’illegalità, evasione fiscale e pericolo sanitario compresi. Ma se lo Stato l’avalla e la gestisce, c’è il monopolio erotico-sanitario di Stato, che diventa metà lenone e metà guardone. Fanno pena le puttane per strada negli angoli bui della città; ma sono penosi anche gli eros center, le vie d’Amsterdam e d’Amburgo con le prostitute in vetrina, i lupanari permissivi a norma di legge.

In tema di prostituzione l’Europa è spaccata in due, a dimostrazione che non c’è una ricetta universale e non c’è spartiacque tra paesi arretrati e paesi evoluti. Perciò smettiamola di considerare gli aperturisti come degli immorali puttanieri e i chiusisti come degli ipocriti repressori.

Anche in tema di prostituzione destra e sinistra si dividono al loro interno.

C’è una destra laica, pagana, gaudente, che viene dal Borghese e dal gallismo, magari un po’ fascistoide, che rimpiange le case chiuse; e c’è una destra cattolica, moderata, benpensante che le considera un luogo di perdizione. Così come c’è una sinistra permissiva, libertina e gaudenteche non mette limiti all’uso del sesso e del piacere; e c’è una sinistra moralista, cupamente femminista o antisessista, che condanna nella prostituzione la schiavizzazione delle donne e il libero mercato sessuale.

Quando si parla di case chiuse insorgono le scorciatoie: quella goliardico-sentimentale che si attacca al piacere dei ricordi e della letteratura puttanesca, citando Fellini, Montanelli e Giancarlo Fusco, per dedurne allegramente che in fondo si tratta di un sano piacere, segno di buona salute e gusti retti e di apprendistato alla vita adulta; o quella umanistica che si appiglia al mondo classico per notare che tra le varie forme di prostituzione del nostro tempo, quella del corpo è forse la meno ripugnante e la più schietta e innocua.

E poi se si usano le tette perfino per vendere i bastoncini di merluzzo, se siamo in piena pornocrazia, perché indignarsi di chi traffica, direttamente, col più genuino e primitivo dei piaceri? Nell’era del puttanesimo globale, in cui l’universo si imputtanisce e la prostituzione sconfina, ha senso stabilire recinti e norme sulla prostituzione diretta e naive?

Per salvare l’efficacia e la dignità vedo solo una tortuosa e difficile strada: punire con maggiore severità lo sfruttamento, condannare l’esibizione stradale, scoraggiare la prostituzione e i suoi frequentatori a tutti i livelli, incoraggiare il pentimento e la denuncia del racket, e tollerare la prostituzione che si organizza in cooperative e in agenzie, rispettando le donne, la salute e il fisco.

Non può essere lo Stato a occuparsi di prostituzione; ma forse è possibile pensare che – come esistono le agenzie di pompe funebri, che svolgono un lavoro inevitabile benché ripugnante – possano esistere anche le agenzie di prostituzione, magari autogestite. Lo Stato al più si occupi delle geishe, le accompagnatrici. Non mi pare una buona soluzione, e moralmente non mi piace; ma la accetto come il minore dei mali, nel tentativo di raggiungere una soglia decente di squallore.

Lasciate infine una punta di affetto per le prostitute, che di solito sono poveracce malcapitate che non hanno altre risorse oltre il proprio corpo: in fondo sono le sole che hanno del sesso un’idea seria, considerandolo un dovere e non un piacere, un mezzo faticoso per guadagnarsi la vita e non un modo per giocarsela con frivolezza.

Per dirla in gergo postale, il vizio dei mittenti è la virtù delle riceventi, anche se ha sbagliato indirizzo.

MV, 31 gennaio 2017


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