Qualche traccia di Lui - PARTE III

Vittorio Messori

Qualche traccia di Lui - PARTE III


M. B.: Forse, con un gioco di parole, un «Creatore» sì, ma «creativo».
V.M.: Comunque, un Artista che rifugge dalla produzione in serie, standardizzata. Dunque, l’armonia delle foglie di rose – come di ogni altro aspetto della natura – è salvaguardata, così come è assicurata l’efficacia nel compito assegnato loro per la vita della pianta; ma ciascuna è diversa dall’altra. Niente, nel mondo, esce da una Macchina capace solo di fare dei «pezzi» standardizzati, uno eguale all’altro.


Il «numero aureo» è uno dei Suoi segreti? è uno dei Suoi «marchi di fabbrica»? Sono propenso a crederlo, pur non assolutizzandolo e pur non facendo dipendere la fede – è ovvio! – da argomenti come questo. Ma non mi stupisce, anzi mi conferma in ciò che già so, lo scoprire che quel «marchio» è posto su prodotti «artigianali», «fatti a mano», tutti simili e tutti al contempo differenti.


Non è, il nostro, un Dio di «massa», ma di creature – animate o inanimate che siano – pensate una ad una. Nel mondo non c’è neppure un sasso simile a un altro. E un botanico munito di strumenti – ma persino noi stessi, se guardassimo con attenzione – è in grado di distinguere da ogni altro un filo d’erba di un prato. Dicono gli entomologi che nei formicai o nei termitai giganti, con spesso milioni di esemplari, ciascuno è in grado di distinguere l’altro, di riconoscerlo a colpo sicuro tra quelle masse che a noi sembrano indistinte per definizione. Neanche quegli esseri, dunque, sono fatti in serie!


Con pochissimi «elementi di base» (due occhi, un naso, una bocca, due orecchi...) non uno solo dei forse trecento miliardi di volti umani della intera storia umana è simile a un altro: ciascuno è inconfondibile. Dunque, unico; pur essendo al contempo eguale a tutti.

M. B.: Mi sembrano constatazioni che derivano logicamente dall’essenza divina: un Dio che è amore non poteva creare diversamente. Non si ama l’indistinto, l’anonimo, lo «standardizzato». Comunque, è questo «programma personalizzato», è questa fantasia, pur dentro leggi e costanti rigorose, che assicura al mondo la sua straordinaria varietà, la sua assenza di monotonia.
V.M.:Sì, ma attenzione: può darsi che il costo di questo «positivo» sia quel «negativo» (così, almeno, appare a noi, nella nostra prospettiva limitata) costituito da scartamenti dalla norma che riguardano l’uomo stesso. Una statistica rattristante ci ricorda, ad esempio, che, ogni cento bambini, in media quattro o cinque nascono con malformazioni, più o meno gravi. E non c’è specie vivente che non abbia le sue deformità.


È questo il prezzo obbligato di un mondo regolato da leggi che non sono però prigioni, che sono suscettibili di variazioni all’interno di pur precise coordinate?


Sta in questa strategia di un mondo ordinato e sottoposto a costanti regolari che permettono, tra l’altro, la descrizione e la previsione scientifica, ma di un mondo al contempo «non fatto in serie», sta forse qui una delle possibili risposte anche a quell’enigma del male e del dolore che il Dio di Gesù non ha né spiegato né eliminato ma assunto – tutto intero – su di Sé?


Come la libertà morale data all’uomo permette il peccato, così la libertà «materiale» data al Creato lascia spazio pure all’imperfezione? Molto, almeno, del male del mondo – nell’anima, certo, ma pure nelle cose – altro non è che il risvolto oscuro della realtà luminosa di un progetto divino di libertà?


Sono, al solito, balbettii, questi nostri, nel rispetto di quel mistero di cui forse intuiamo i contorni, ma senza riuscire a penetrarvi finché siamo nel chiaroscuro della vita e «vediamo come in uno specchio».

M. B.: Balbettii, d’accordo; ma sufficienti per scandalizzare molti, soprattutto nella attuale intellighenzia clericale, timorosa di ogni sospetto di «contaminazione» tra scienza e fede, tra riflessione religiosa e risultati della ricerca sperimentale.


V.M.:Nessuna «contaminazione», sia chiaro. E non per timore di essere etichettati come «apologeti» (cosa che non ci offende, ma ci onora) quanto per prudenza: apologeti sì, ma «avveduti». I risultati della scienza sono sempre provvisori, potenzialmente instabili, soggetti a «falsificazione», per dirla con Karl Popper. Prenderli come base per la conferma di verità eterne può essere rischioso.


Pensa, ad esempio, alla teoria del «grande botto», quel big-bang dal quale 15 miliardi di anni fa avrebbe avuto origine l’universo intero. Non sembra una delle più suggestive conferme dell’inizio stesso della Bibbia? «In principio, Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso... Dio disse: "Sia la luce!". E la luce fu...». Affascinante, certo; ma se l’entusiasmo ci portasse a legare la nostra fede a questa ipotesi, come a ogni altra della scienza, metteremmo in pericolo la fede stessa: la smentita della teoria (sempre possibile, come mostra l’esperienza) avrebbe riflessi anche sulle ragioni del nostro credere.


Questo precisato, non vogliamo rinunciare alla libertà della riflessione sulla fede, anche partendo da dati oggettivi, messi a disposizione dalla ricerca, pur guardandoci dall’assolutizzarli. Il mondo è il sillabario di Dio: sta a noi cercare di leggerlo. Sempre, s’intende, nella consapevolezza che c’è spesso, in simili riflessioni, anche un margine di soggettività.


Possono essere motivo di conferma per alcuni e non per altri. Tanto per ricitare Pascal: «Ci si convince meglio con le ragioni che ciascuno trova da sé, piuttosto che con quelle trovate da altri...».


La presenza della «sezione aurea» - nascosta, ma abbastanza percepibile da essere «scoperta» già dalle culture antiche - è per me uno degli indizi (uno fra i tanti, bada) che, uniti a moltissimi altri, possono costituire lo stock, il magazzino delle sragioni per credere».

M. B.: In fondo, è pure questo un modo per sperimentare ciò cui abbiamo già accennato: si può credere non malgrado la scienza moderna, ma anche grazie ad essa. Con le «impronte digitali» che va scoprendo, pur senza proporselo (una scienza «apologeta» di qualunque causa che non fosse la sua, di ricerca oggettiva sulla realtà, non sarebbe più tale) offre spunti fascinosi alla nostra meditazione.


Proprio in questa linea – e a mio rischio e pericolo, s’intende – da tempo vado riflettendo, fra molte altre cose, sulle possibili connessioni tra quelle prime parole dell’Antico Testamento che ho appena citato («In principio, Dio creò il cielo e la terra»), e una delle ultime del Nuovo. E l’affermazione sconvolgente, e assolutamente inaudita nella storia delle religioni, della Prima lettera di Giovanni: «Dio è amore».


V.M.:A questa «essenza» del Dio cristiano abbiamo già accennato – lo ricordi di certo – parlando di quell’altro unicum che è il «dogma trinitario». Ma m’interessa, ora, un’altra pista di ricerca: risibile per alcuni, certo; ma, spero, coerente per un cristiano che non prenda la Parola di Dio come un vaniloquio e veda dunque l’universo intero come un «sistema di segni».


Vi è, cioè, nel creato, inteso anche in senso «fisico», una qualche possibile traccia che sia opera di un Creatore la cui essenza è l’Amore, così come (lo abbiamo visto) c’è chi pensa vi siano «rimandi», per quanto enigmatici e doverosamente «ambigui», al Suo mistero trinitario?

M. B.: Un bel rischio, non c’è che dire. Ma, d’altro canto, tutta la fede è rischio. E la ragione c’è stata data per esercitarla in ogni direzione, pur sempre nella consapevolezza dei suoi limiti.
V.M.:Dobbiamo insistere - perché è vero - sul fatto che è il credente il vero «libero pensatore». Noi non escludiamo nulla, a differenza del non-credente, costretto a ignorare e a rimuovere tutto ciò che minaccia la piccola radura che ha disboscato.


Vediamo, allora. «Dio è amore»; ma è la stessa Scrittura che ci assicura che, di quel Dio, siamo fatti «a immagine e somiglianza». Sperimentiamo che amare significa «essere attratti», sentirsi indotti a «gravitare» su di un altro. Non è forse una separazione, seppur temporanea, il momento più doloroso per gli innamorati?


Ebbene: proprio la fisica moderna ci ha mostrato che tutto l’universo - dall’infinitamente grande all’infinitamente piccolo - è tenuto insieme da una forza misteriosa della quale la scienza sa da tempo misurare l’intensità (la famosa «legge di Newton») ma della quale non sa ancora spiegare l’origine e la natura. E la forza detta di «attrazione e di gravitazione universale», per la quale tutti i corpi fisici si attraggono tra loro.

M. B.: Se non sbaglio, è il classico esperimento che tutti abbiamo visto, a scuola, nel laboratorio per la lezione di fisica: una palla di ferro sospesa al braccio di una bilancia a torsione, l’insegnante che avvicina un altro corpo in ferro, la palla della bilancia che tende a ruotare verso quest’ultimo... Assai semplice a descriversi, ma, in effetti, assai misterioso quanto all’origine.
V.M.:Anche se non riusciamo a spiegare che cosa sia, questa onnipresente «forza di gravitazione», resta il fatto che l’universo si sfascerebbe - di colpo - se tutto non fosse attirato da tutto; se tutto non «gravitasse» attorno a qualcos’altro. Dagli elettroni che girano attorno al nucleo dell’atomo, dagli atomi che si attraggono tra loro riunendosi in molecole, sino ai pianeti che - avvinti dal Sole - vi ruotano attorno. Il Sole, poi, che ruota attorno al centro della galassia e le galassie che gravitano attorno a uno sconosciuto - ma pur sicuramente esistente - centro dell’universo.


Da qui, la domanda che spesso mi faccio, che affascina me, ma che non pretendo certamente di imporre ad altri: questa forza inesorabile di attrazione, per cui nulla esiste isolato, ma solo in rapporto a qualcos’altro, non sarà per caso l’equivalente - nella materia fisica - di quell’amore che l’uomo sperimenta, come forza altrettanto inesorabile di attrazione, di gravitazione?


Essere innamorati, amare, non è forse «un girare attorno all’altro»? Ed entrambe queste forze, fisica e morale, che tengono insieme tanto l’universo quanto la società (anche questa si sfascerebbe se davvero sparisse ogni «attrazione» o almeno «gravitazione» tra esseri umani), entrambe queste forze - dico - non saranno forse la traccia, discreta come nel Suo stile, del Creatore la cui essenza c’è stata rivelata come Amore?

M. B.: Sarà bene affrettarsi a chiudere, prima che i «teologicamente corretti», quelli per i quali la teologia è una «disciplina accademica» come ogni altra, ci portino via con la camicia di forza. Azzardarsi, sia pure come riflessione personale, a risalire dalla fisica alla metafisica ...
V.M.:Hai ragione. Ma lasciami finire (aggravo, da incosciente forse un po’ masochista, la mia posizione già compromessa) esprimendo la mia riconoscenza a un linguista americano, Joseph Harold Greenberg, della Stanford University, il celebre istituto di Palo Alto, California.


Non ho mai visto quel professore e prevedibilmente non lo vedrò mai. Di lui (di cui so, naturalmente, che è tra i maggiori storici mondiali del linguaggio) ho letto solo il libro certamente più famoso. E un’opera recente, della fine degli anni Ottanta.


Ma sì, sono grato a questo esimio e benemerito professor Greenberg.


Tratto dal libro Qualche ragione per credere (a colloquio con M. Brambilla), Mondadori 1997

di Vittorio Messori


Cerca nel sito

ContanteLibero.it

I pi¨ letti


Le perle


Appello

Per cambiare la politica

Eventi del Circolo

Il calendario

Sezione Video

Eventi del circolo

Premio La Torre

1996/2011

Selezione Libri

Recensioni

Links

Collegamenti utili


Partners

Realizzato da Telnext