Qualche traccia di Lui - PARTE I

Vittorio Messori http://terzotriennio.blogspot.it/2012/02/v

Qualche traccia di Lui - PARTE I


M. B.: Per riprendere il discorso: sembra che, nella prospettiva del Dio che si propone e che non si impone, che vuoi preservare la nostra libertà, teorie come quella dell’evoluzionismo nella sua versione «materialista», «casuale», atea, adempiano a una funzione indispensabile. Infatti, preservano quel cono di «ombra» che deve convivere con la «luce». Danno un appiglio - che può rivelarsi sì illusorio, ma che sembra avere un minimo di credibilità - almeno al dubbio a proposito di un Dio creatore. Alle tracce e agli indizi «per credere» si affiancano - come sempre - ipotesi «per non credere».


V. M.: Naturalmente, «tutto è Grazia», per dirla con le ultime parole del «curato di campagna» di Bernanos, che ripeteva qui un’espressione della piccola (e grandissima!) santa Teresa di Lisieux. Non lo ricorderemo mai abbastanza: tra i motivi per credere in questo nostro Dio c’è proprio questa discrezione che rifugge dalla brutalità di un’evidenza che ti costringerebbe ad alzare le mani in segno di resa.


Come ha detto qualcuno, questo Signore ha «uno stile da signore». Una sorta di understatement da gentiluomo all’antica, che Gli fa apporre sì la firma, ma in modo così discreto che puoi scorgerla, e riconoscere che è la Sua, solo approfondendo e riflettendo bene. Anzi, più che una firma potrebbe sembrare una sigla, se non un’impronta digitale.


Un Dio che ama celarsi, e insieme rivelarsi, nei particolari. O agli estremi, nell’infinitamente grande e nell’infinitamente piccolo: nell’insondabile vastità delle galassie che solo i telescopi rivelano; e nella struttura profonda della materia, scopribile unicamente con i microscopi elettronici.


Del «signore», del resto, almeno come l’intendiamo in senso umano, sembra avere altre caratteristiche. Ad esempio, la prodigalità che si fa scialo: milioni di spermatozoi per fecondare un solo ovulo; milioni di galassie, con miliardi di stelle; più di due milioni soltanto di specie di insetti ...


Ma, «signorile», anche, la gratuità: la bellezza dei fiori su montagne inaccessibili, dove nessuno giungerà mai per ammirarli; la bellezza delle specie viventi negli abissi oceanici e delle quali solo di recente abbiamo avuto esperienza, mentre di infinite altre non ne avremo mai. E quella gratuità che il Medio Evo aveva intuito: così, per imitare anche in questo il suo Dio, ne simboleggiava lo stile, posando le statue più belle negli angoli dei soffitti delle cattedrali, inaccessibili ad occhi umani.


Forse anche in questo senso va inteso il famoso appunto di Pascal che, in nome del Deus absconditus, rende l’onore delle armi all’ateismo: «Segno di forza di pensiero, ma solo fino a un certo punto». Un pensiero, cioè, che non si spinge sino a quelle profondità dove stanno, appunto, le «impronte digitali» dell’Autore.


E Jean de La Bruyère: «Ésprit fort, ésprit faible». L’ésprit fort, lo «spirito forte» è appunto il miscredente, l’agnostico, l’ateo; che mostra però di essere faible, debole, non riuscendo ad andare al di là di quelle apparenze, dietro le quali il Creatore si cela.

M. B.: In questa prospettiva andrebbe rovesciato il luogo comune, secondo il quale la penetrazione intellettuale, la forza di pensiero, l’anticonforrnismo culturale contrassegnerebbero chi rifiuta o critica la credenza religiosa. Pensiamo a quell’Ottocento e a quell’inizio di Novecento, in cui i cristiani - e i cattolici soprattutto - erano visti come un’etnia superstiziosa in via di estinzione, gente aggrappata a miti e leggende ormai insostenibili. Usciti dalla modernità, quei presunti «miti e leggende» mostrano una tenuta ben superiore alle «luci della Ragione» che avrebbero dovuto dissolverli.


V. M.:E più o meno così. C’è però da stare attenti a ogni trionfalismo. Per la logica evangelica, e per la costante dell’et-et, ogni possibile trionfo della fede («trionfo» che riguarda però, soprattutto, il segreto dei cuori) sarà sempre accompagnato dallo scacco, almeno secondo le categorie umane. Anzi, stando al Nuovo Testamento, la fede sopravviverà sì fino al ritorno del Cristo, ma andrà declinando e sarà messa in pericolo; sembra di capire che si ridurrà, almeno quantitativamente, mano a mano che ci si avvicina alla fine della storia.


Ci è promesso di far parte di un grande popolo e al contempo di un piccolo gregge. Gesù spezza in due il calendario della storia (a.C., d.C., «avanti Cristo», «dopo Cristo») e, al contempo, in quella storia resta in penombra. La discrezione, anche qui: non a caso la fede è definita dal vangelo un lievito che dà vita a tutta la pasta, restando celato all’interno di essa. Quel lievito, però, nessuno lo può più levare: la sua non appariscenza è pari alla sua tenacia; e, se vuoi, all’importanza degli effetti (quante cose, nel mondo, sono «cristiane», senza che neppure i cristiani il più delle volte lo sappiano!).


Per il futuro, comunque, converrà tener presente al contempo una doppia prospettiva (tanto per cambiare...): innanzitutto, il «successo» umano, quello «secondo il mondo», non fa parte delle categorie di quel vangelo dove sta scritto, tra l’altro: «Guai a voi quando gli uomini diranno bene di voi» (Lc 6, 26). Ma, insieme, sarà opportuno non dimenticare quanto diceva Chesterton: «Il cristianesimo è stato (e sarà) dichiarato morto infinite volte. Ma, poi, sempre è risorto (e risorgerà), perché è fondato sulla fede in un Dio che conosce bene la strada per uscire dal sepolcro».


M. B.: Per tornare alle «impronte digitali», alla «firma discreta» del Creatore: mi pare che la scienza moderna stia riscoprendo l’intuizione degli antichi. Il segreto dell’universo, cioè, sta nei numeri: tutto è basato su una serie tanto costante e ferrea quanto misteriosa di rapporti matematici. Il «caso» è escluso anche dalla conferma di una struttura numerica che regge tutta la «macchina» dell’universo e che le permette non solo di funzionare, ma di esistere. Sarebbe bastato lo scostamento di un decimale di una delle «cifre» fondamentali perché ci fosse caos e non ordine o perché la vita non apparisse sulla Terra.


V. M.:«Tutto è numero», per dirla con Pitagora. E proprio per questo, aggiunse Aristotele, «tutto, nell’universo, è armonia». Così che Platone poté concludere che «Dio è geometra».


Sapienza antica, confermata però, comme d’habitude, dalla ricerca moderna: non solo la Terra, ma il Cosmo intero sono retti da una dozzina di cifre, quelle che esprimono le fondamentali «costanti» fisiche.


Dalla velocità della luce nel vuoto, alla massa e carica dell’elettrone, alla gravitazione universale: come ricordi tu stesso, non saremmo qui a parlarne, se una sola di queste costanti fosse stata diversa dalla cifra che la esprime. Cifra che siamo in grado di misurare ma non, come al solito, di spiegare: perché questi «numeri» e non altri?


Ciò che sappiamo è che quella dozzina di valori matematici è la sola possibile »combinazione vincente», è l’unico «codice» praticabile per la comparsa e la prosecuzione della vita. Insomma, come al Bancomat: se non batti quel numero, e quello solo, niente soldi, lo sportello non si apre proprio ...


Ma, giusto a proposito di «numeri» e «armonia», mi viene in mente il singolare enigma dell’1,61803398... (come il famoso «pi greco», che è «circa» 3,14159265..., è un numero «irrazionale» – «inesprimibile», dicevano gli antichi – perché ha una serie infinita di decimali che segue la virgola).


Conviene avvertire di nuovo che, al di là delle ragioni oggettive (che pure esistono) per credere – o, volendo, per dubitare, secondo la legge di libertà che sappiamo – ci sono degli argomenti soggettivi. L’apologetica classica distingue in effetti argomenti ad omnes, per tutti, e ad hominem, per le singole persone. Ciascuno, cioè, è convinto, o non è convinto, più da certi aspetti piuttosto che da altri.


Per quanto mi riguarda, convinto come sono del «gioco a nascondino» di Dio, ciò che soprattutto mi seduce è scoprire quelle che potrebbero essere le «orme sulla sabbia» di questo Creatore così «felpato».


Tra queste impronte, pare a molti che abbia un suo posto (importante quanto affascinante per la sua nascosta presenza) 1’1,618... O, come altri preferiscono dire, lo 0,618..., che ne è il reciproco.


Vi accenno, preciso, come a un caso che induce me alla riflessione, senza però dargli importanza decisiva e senza assolutizzarlo (anche se il fatto specifico, oggettivo, esiste e non è negabile). E una traccia assieme alle altre. Altri sono colpiti da altro: in fondo, la scelta di «indizi» – qui – è illimitata. Le vie alla fede – o all’incredulità – sono tante quanti sono gli uomini.

M. B.: Se non sbaglio, quell’1 virgola «circa» 618, è la cosiddetta «sezione aurea». Quello che chiamano anche «numero d’oro».


V. M.:Proprio lui. Quello che gli antichi conobbero e cercarono d’imitare dalla natura: non a caso l’indicarono pure come «proporzione divina». Ricordi, no?, l’esempio che capiamo persino noi, profani di matematica: si prende un bastone di un metro e se ne taglia un segmento di 38,2 centimetri. L’altro segmento sarà – ovviamente – di 61,8. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in rapporto «armonico» tra loro. In effetti, il rapporto fra il segmento più lungo e quello più corto è uguale al rapporto che c’è tra il segmento più lungo e il bastone completo, quando cioè era lungo un metro. Questo rapporto è sempre di 1,61803398 ...


Per cercare di capire meglio (anche se, in pratica, la cosa è più semplice di quanto non sembri quando si cerca di esprimerla a parole), la divisione di una linea in due pezzi secondo questa misura «stabilisce un gioco di rapporti tale, per cui la parte più piccola della linea è in rapporto con la più grande così come questa è in rapporto con la linea intera». In modo pragmatico, per farci ancor più l’idea, l’equivalente del «numero d’oro» è, con molta approssimazione, circa il rapporto che c’è fra 3 e 5.


Ebbene, gli antichi intuirono che il numero che esprimeva una simile relazione era forse il «marchio di fabbrica» di un Creatore del mondo. Intuizione che sembrò poi avere una conferma quando, nel XIII secolo, Leonardo Fibonacci (il pisano cui dobbiamo l’introduzione in Occidente delle cifre «arabe») costruì quella sua celebre «successione» o «serie numerica», dove ogni cifra è data dalla somma delle due precedenti.


In questa «serie», dopo le prime sei cifre (che si avvicinano rapidamente, e con sempre maggior precisione, al valore che qui ci interessa) a partire dal settimo numero il rapporto fra due successivi è sempre 1,618. E tale resta all’infinito, aderendo anzi sempre di più al valore del «numero d’oro».


Tratto dal libro Qualche ragione per credere (a colloquio con M. Brambilla), Mondadori 1997

di Vittorio Messori


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