Come volevasi dimostrare, i primi 100 giorni di Trump sono da Ciriaco De Mita. O da utile idiota

Di Mauro Bottarelli , il 23 novembre 2016 rischiocalcolato.it

Come volevasi dimostrare, i primi 100 giorni di Trump sono da Ciriaco De Mita. O da utile idiota




Come volevasi dimostrare, Donald Trump non è altro che la faccia politicamente scorretta che l’establishment ha messo al timone pro-tempore per evitare che la rabbia popolare tracimasse e si passasse dalle parole ai forconi dei granai del Wyoming. Tra mille parole e mille indiscrezione, quattro sono le certezze, due delle quali in aperto contrasto a quanto detto e ripetuto come un mantra in campagna elettorale.


Primo, nei piani per i primi 100 giorni di governo, il muro con il Messico non c’è. Secondo, Hillary Clinton non verrà perseguita per lo scandalo delle mail: , ha fatto sapere una fonte vicina al neo-presidente eletto alla trasmissione Morning Joe sulla MSNBC. Terzo, la priorità sarà smantellare l’accordo nucleare con l’Iran, intenzione che giustifica la scelta di un uomo come l’ex generale a riposo, Michael Flynn, come consigliere per la sicurezza nazionale. Quarto, la creazione di una banca d’investimento sullo stile di quella cinese o canadese per gestire un piano infrastrutturale da 1 trilione di dollari per far ripartire economia e occupazione.



Bene, analizziamo con ordine. Il muro con il Messico, oltretutto nelle intenzione elettorali di Trump da far pagare ai messicani stessi, non è prioritario? Così non pare, stando ai dati, visto che ieri funzionari della U.S. Immigration hanno comunicato che il flusso di clandestini che entra dal confine sud è talmente alto e incessante da aver reso necessario aprire un nuovo centro di accoglienza temporaneo in Texas.


La polizia di confine ha confermato che da inizio novembre le persone catturate mentre attraversavano illegalmente il confine sono state circa 1500 al giorno, stesso numero di ottobre. Stando a quanto diffuso da MRCTV, la Customs and Border Protection (CBP) sta attualmente fornendo sistemazione a circa 41mila clandestini nei centri di detenzione, la cui capienza massima è di 34mila persone. Solo nel mese di ottobre, la CBP ha bloccato 46.197 clandestini, di cui 13124 appartenenti a nuclei familiari e 6754 minori non accompagnati.



Il numero di membri di stesse unità familiari fermati nel solo primo mese dell’anno fiscale 2018 è giù superiore del 118% a quelli bloccati nell’ottobre dello scorso anno. E Trump, cosa fa? Certo, non è ancora in carica ma il muro tanto decantato e che nel marzo scorso gli valse l’endorsement entusiasta del National Border Patrol Council, il sindacato delle guardie di frontiera, non è tra le priorità, mentre i numeri ci dicono il contrario.


Ecco cosa disse il numero uno del sindacato, Brandon Judd, prima del voto presidenziale: “Abbiamo bisogno di una persona alla Casa Bianca che non abbia paura dei media, che non abbracci il politically correct, che non abbia bisogno di soldi, che non si inchini ai dittatori stranieri e che si occupi dell’America e non degl interessi di altre nazioni. Donald Trump è l’uomo giusto”. Forse. O forse no.



Che dire poi della questione Clinton, già perdonata dopo che per tutta la campagna elettorale aveva invocato un giudice ad hoc e la galera? Non ha preso bene l’uscita di Trump il watchdog conservatore Judicial Watch, il quale ha affiancato con un incessante lavoro di denuncia le rivelazioni di WikiLeaks sul circolo democratico facente capo a Clinton e Podesta. Il presidente dell’organizzazione, Tom Fitton, ieri ha scritto quanto segue: “Donald Trump deve legare la sua amministrazione a una seria e indipendente indagine sul caso di sicurezza nazionale legato all’attività di Hillary Clinton e agli scandali delle mail e del pay-to-play (donazione alla Clinton Foundation in cambio di favori, ndr).



Se le persone incaricate da Trump continueranno la messa a tacere tutta politica di un’indagine federale contro Hillary Clinton, allora questo sarà un tradimento della sua promessa al popolo americano di chiudere i conti una volta per tutte con la corruzione fuori controllo di Washington. Il presidente eletto dovrebbe focalizzarsi nel curare il sistema giudiziario americano, affermare il rule of law e nominare un procuratore speciale per investigare gli scandali dei Clinton”. E invece no, mi spiace, per Trump “i Clinton ne hanno già passate troppe”. Non male, presidente da 11 giorni e ha già disatteso le promesse più sentite dalla gente che lo ha portato alla Casa Bianca.



Se poi veniamo agli altri due punti, la coerenza è salva ma vediamo a quali interessi rispondono. L’accordo con l’Iran, bello o brutto che possa essere, è stato da sempre avversato dai falchi del Deep State, gli stessi che hanno fatto la guerra a Hillary Clinton sul finire della campagna elettorale e per almeno tre ragioni. Primo, creare un nuovo spauracchio, un nuovo impero del male, ora che a parole si vogliono normalizzare i rapporti con la Russia, servirà a mantenere pimpante il settore bellico-industriale, visto che la campagna siriana pare perdere di intensità e l’impegno iracheno rappresenta ogni giorno di più un pericoloso salto nel buio.




Secondo, tagliare i ponti con l’Iran e quindi spingere per il ritorno delle sanzioni, sarebbe una mossa diplomatica enorme verso l’alleato numero uno di Washington, per stessa ammissione di Donald Trump, ovvero l’arci-nemico di Teheran che risponde al nome di Israele, i cui interessi sono tutelati alla Casa Bianca dal genero di Donald Trump, Jared Kushner, già entrato nello staff presidenziale. Inoltre, visto che si è deciso di perdonare Hillary Clinton per il suo passato al Dipartimento di Stato (parlando martedì con il New York Times, Trump ha assicurato che i suoi sostenitori “non saranno dispiaciuti.


Spiegherò loro che questo salverà il Paese, una cosa del genere lo dividerebbe profondamente”. Un vero democristiano doc, roba da iscrizione a NCD), allora si potrà anche passare sopra alle accuse di finanziamento da parte dell’Arabia Saudita, altro partner strategico che sarebbe deliziato da uno scontro frontale di Washington con l’Iran.




Terzo, nuove sanzioni all’Iran significherebbero un cap alla produzione di petrolio di Teheran, oggi ai massimi record e quindi creazione di una fetta di mercato per gli altri partner Opec più vicini agli Usa, leggi Paesi del Golfo, i quali in cambio non disturberebbero il manovratore, ovvero il comparto shale oil Usa che nonostante tutto sembra ripartire. Oltretutto, permettendo una crescita delle valutazioni del barile. Infine, il mega-piano infrastrutturale, ovvero spesa pubblica, ovvero altro debito: non a caso, Wall Street ha sfondato i 19mila punti con il Dow Jones e festeggia ininterrottamente dal 9 di novembre.


Pensateci: l’altro giorno è uscito lo studio in base al quale gli odds rispetto a un aumento dei tassi della Fed a dicembre hanno raggiunto il 100% di probabilità. La Yellen alzerà davvero? Con la Bce chiamata l’8 dicembre a decidere se andare avanti con il QE oltre il marzo 2017 e la Bank of Japan che ancora deve decidere se calibrare gli acquisti per mantenere la linea del Piave del rendimento del decennale attorno allo 0%, forse sarebbe il caso di aspettare l’inizio dell’anno e l’insediamento del presidente.



Tanto più che l’inflazione core negli Usa è ben sopra il 2% da inizio anno, con le spese per la casa a farla da padrone: se non si è agito prima, farlo ora sarebbe un azzardo, tanto più che il trend dei rendimenti obbligazionari è in continuo rialzo e le prospettive inflazionistiche sono anch’esse in ascesa a causa proprio della Trumpflation, l’inflazione interna da spesa pubblica. Inoltre, la Fed ha il mantra di basare le proprie decisioni sui dati macro, interni e non. Vediamone uno: questo grafico




ci mostra come le vendite al dettaglio, uno degli indicatori più importanti in una società dove i consumi rappresentano il 70% del Pil, siano salite del +0,8% a ottobre, battendo le attese di +0,6%. Il tutto, però, nonostante questo,


ovvero il continuo bagno di sangue delle vendite nei grandi magazzini, ovvero il cuore pulsante dello shopping Usa. Ora, poi, con le vendite del Black Friday potremo attenderci un super-dato di novembre e, quindi, spostare l’aumento dei tassi a gennaio o marzo. Non proprio una ricetta reaganiana, quella di Donald Trump, più alla Ciriaco De Mita. Ma Wall Street è felice, anche perché quando la Trumpnomics farà esplodere la bolla creata da Fed e Obama, la stessaFederal Reserve avrà la scusa buona per lanciare il QE4 e calciare ancora un poì in avanti il barattolo del leverage innalzato a sistema di mercato. Serviva l’utile idiota, lo hanno fatto eleggere. Ma chi lo ha eletto?


Questi due grafici






mostrano la crescita nell’utilizzo di food stamps nei vari Stati dell’Unione e la crescita della loro popolazione nel periodo 2000-2015. La situazione è allarmante, perché anche in Stati dove la crescita della popolazione è stata debole, l’aumento della dipendenza da sussidi alimentari è stato stellare: in Nevada, tra il 2000 e il 2015, la popolazione è aumentata del 44%, l’utilizzo di food stamps del 641%, una leva di 14x. Altri Stati in cui l’aumento del ricorso a sussidi per mangiare è stato notevole sono Iowa, Michigan, Pennsylvania, Florida, Wisconsin e Ohio: casualmente, Stati che hanno vissuto un passaggio di collegio elettorale da Obama a favore di Donald Trump. Di più, ieri Yahoo News ha confermato che un enorme peso nella sconfitta di Hillary Clinton in Wisconsin lo abbia avuto il voto a favore di Trump della comunità nera con difficoltà economiche. Fossi il presidente, starei attento: se non ci penserà il Deep State, potrebbe pensarci l’America profonda che ha creduto in lui – e che, dalla premesse, sta già tradendo – a ricordargli gli impegni elettorali.


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