PETROLIO, ISLAM E NOI

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(...) Ma se l’Arabia Saudita ha incrementato la sua produzione al livello record di 10,7 milioni di barili al giorno, allagando così il mercato di petrolio a basso costo, lo ha fatto anche per colpire il suo arcinemico: l’Iran. «Anche in questo caso, però, ha fallito», spiega a Tempi Alberto Negri, inviato di guerra del Sole 24 Ore, profondo conoscitore del Medio Oriente. «Prima della Rivoluzione, nel 1978, Teheran produceva 6 milioni di barili al giorno.


Dall’accordo sul nucleare del luglio 2015 può tornare a produrre e vendere come prima: ora l’obiettivo iraniano è pompare petrolio come un tempo». Esattamente quello che i sauditi non vogliono, «visto che la guerra tra Teheran e Riyad va avanti su tutti i fronti: dalla Siria, dove i sauditi vogliono buttare giù l’alleato sciita dell’Iran, Assad, allo Yemen, dove gli sceicchi sunniti cercano di sconfiggere i ribelli Houthi. La guerra tra le due potenze non è solo per il controllo del Medio Oriente, ma anche per quello dell’islam».


Non a caso, quando ad aprile i paesi dell’Opec si sono riuniti in Qatar per discutere di come far rialzare i prezzi, magari frenando la produzione, l’Arabia Saudita si è opposta, essendo disposta a rimetterci ancora pur di contrastare l’Iran. Teheran però è ancora in piedi, ha raggiunto una produzione di 3,6 milioni di barili al giorno e non ha alcuna intenzione di fermarsi.


Anche gli Stati Uniti, per quanto inizialmente danneggiati, hanno approvato la politica saudita pur di rovinare la Russia e danneggiare l’odiato Vladimir Putin. «Teniamo anche conto – continua Negri – che l’Arabia Saudita resta il principale alleato degli Stati Uniti nel Golfo, anche se fomenta l’ideologia islamica più conservatrice.


Negli ultimi cinque anni hanno venduto 100 miliardi di armi agli sceicchi: direi che è chiaro da che parte stanno». Nonostante lo sforzo congiunto, anche Mosca, l’ottavo paese al mondo per riserve petrolifere, per quanto in crisi ha retto l’urto.


A crollare davanti alla spregiudicata politica dei paesi del Golfo sono stati altri, a partire dal Brasile e dal Venezuela, che vanta le più ampie riserve petrolifere del pianeta. Eppure, sotto la guida di Nicolás Maduro, lo stato sudamericano che dipende quasi interamente dalle esportazioni di greggio è sprofondato nella crisi, con una crescita negativa dell’8 per cento, un tasso di inflazione vicino al 500 per cento e il rischio che le sue riserve valutarie si esauriscano entro l’anno.


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