Nell'America che va al voto spuntano le tendopoli.

Di Mauro Bottarelli , il 13 settembre 2016 rischiocalcolato.it

Nell’America che va al voto spuntano le tendopoli. E Clinton vuole far ricostruire Detroit dai profughi


Gli ultimi sviluppi hanno cementato in me la certezza che le elezioni presidenziali statunitensi siano la più grande farsa della storia delle democrazie moderne. Non bastano gli insulti, gli attacchi personali, ora si combatte a colpi di check-up e saltano fuori anche i sosia.

Mi aspetto, da un giorno all’altro, di vedere Hillary Clinton che entra in una cabina telefonica ed esce trasformata in Wonder Woman o Donald Trump che svela al mondo di essere un trans. Sono patetici rappresentanti di una patetica pseudo-democrazia, in realtà un’oligarchia che ruota attorno a Wall Street e al comparto militare, motori immobili di una nazione che mai come in questi giorni sta mostrando al mondo come il Re sia nudo.

Il problema è che la gente non sa davvero come si sta in America, per il semplice fatto che quando sia pensa agli Usa si pensa a New York: nulla di più sbagliato, l’America è altra cosa, New York è un capitolo a parte, un divertimentificio di luci e suoni che sta al Wyoming o al Nebraska profondi come Milano sta a un paesino della Lucania. Guardate questa immagine,


ci mostra una delle decine di tendopoli che stanno nascendo come funghi ai margini delle grandi metropoli americane, esattamente come negli anni della grande crisi post-Lehman. E’ questa America che va al voto, è questa America che deve scegliere tra un palazzinaro bancarottiere e una guerrafondaia con il Parkinson, visto che le prossime mail di Wikileaks proveranno questo, come anticipato da Julian Assange. Stando al Department of Housing and Urban Development, più di mezzo milione di persone oggi sono senza tetto negli Usa e non si tratta solo dei classici clochard ma di intere famiglie e di tantissimi bambini: stando a dati di Poverty USA, il numero di minori senza tetto è salito del 60% dall’ultima recessione e oggi 1,6 milioni di bambini la notte dorme in sistemazioni di fortuna o in quello che viene definito “emergency housing”.


Il tutto mentre Wall Street sembra dire al mondo che gli Usa non sono mai stati tanto bene. E queste “tent cities” stanno comparendo alla periferia di quasi tutte le più grandi città, da Seattle a Washington DC fino a St. Louis: la situazione peggiore si trova in California, dove il Consiglio cittadino di Los Angeles ha chiesto al governatore, Jerry Brown, di dichiarare lo stato di emergenza. Un qualcosa già in vigore da un anno a Portland e che ha visto la proroga di un altro anno solo il mese scorso: spuntano come funghi ma sono i funghi avvelenati di un’economia finanziarizzata che ha dilapidato ricchezza in nome del leverage, dell’indebitamento, dei buybacks e dei tassi a zero.

E Portland è solo un caso. C’è Camp Hope a Las Cruces, in New Mexico, c’è Camp Quixote a Olympia, Washington State, c’è Camp Take Notice ad Ann Arbor, in Michigan, c’è Opportunity Village a Eugene, in Oregon, c’è la Maricopa County Sheriff’s Tent City a Phoenix, in Arizona, c’è New Jack City and Little Tijuana a Fresno, California, c’è Nickelsville a Seattle, c’è River Haven a Ventura County, in California, Stato dove troviamo anche il Safe Ground di Sacramento e The Jungle a San Jose. Sono solo alcune “tent cities” ma ce ne sono altre decine, ovunque nel Paese. E chi ci abita fa di tutto per non essere scoperto, perché altrimenti viene sfrattato anche dalle tende e spedito fuori dal territorio comunale, come avvenuto la scorsa settimana a Elkhart, in Indiana, dove il sindaco Tim Neese ha cacciato alcune famiglie accampate con la seguente motivazione: “Queste sono state le loro case per un po’ ma non possono vivere su proprietà pubblica”. Paradossalmente, nemmeno su quella privata.


Insomma, cittadini americani che l’America vorrebbe mettere sotto il tappeto della presunta ripresa economica per non farli notare. Il problema è che Wall Street non potrà continuare a macinare multipli di utile per azione in questo modo, né campare a oltranza sui buybacks e la Fed, prima o poi, quei tassi dovrà alzarli: quanta altra proletarizzazione e, soprattutto, sotto-proletarizzazione come quella delle “tent cities” sta per dover affrontare l’America che si appresta ad andare alle urne? Con la classe media ormai ridotta a mero ricordo, per quanto il dibattito politico potrà ignorare problemi reali come questi e continuare la sua patetica pantomima tra certificati medici e sparate da osteria

E attenzione, perché al ceto medio che cade in disgrazia potrebbe presto unirsi anche un esercito di immigrati clandestini che sta sfruttando una nuova rotta attraverso Sud e Centro America. Due settimane fa, agenti della U.S. Customs and Border Protection che lavorano in collaborazione con agenti dell’immigrazione messicana hanno scoperto migliaia di immigrati non ispanici al confine sud del Messico che si dirigevano verso il Texas. Sono i cosiddetti immigrati “extra-continental” che entrano dal Brasile e risalgono fino agli Stati Uniti seguendo questo percorso,



quasi sempre in possesso di documenti falsi. Intervistato dalla Reuters, un funzionario della U.S. Customs and Border Protection è stato chiaro: “La realtà è che la maggior parte della gente che entra dal confine sud del Messico, poi ce la ritroviamo ai nostri confini”. Il governo è così poco interessato che l’opinione pubblica conosca il fenomeno che ha addirittura coniato un termine molto esplicativo per questa gente, definita “Special Interest Aliens” (SIA). Ma sempre la Reuters è entrata in possesso dei dati provenienti dal Messico, i quali parlano di 6342 SIAs bloccati al confine Sud fino ad oggi, un aumento netto dai 4261 di tutto il 2015 e i 1831 del 2014.


I documenti sequestrati sono principalmente cinesi, pachistani, egiziani, yemeniti, nordafricani e mediorientali: questo fa capire quanto sia ramificato, potente, organizzato e fruttuoso il business dell’immigrazione clandestina a livello globale. Tanto che le autorità messicane hanno aperto un campo di detenzione a Tapachula, vicino al confine con il Guatemala e alcuni agenti e funzionari della polizia di frontiera Usa stanno addestrando agenti messicani, soprattutto riguardo le tecniche di interrogatorio e identificazione.

Ma non basta, perché il 30 agosto il governo Usa ha dato il via libera all’arrivo di 10mila profughi siriani nel Paese, 1036 dei quali andranno a Detroit e nei suoi sobborghi, 600 andranno in Pennsylvania, 569 in Illinois, 542 in Florida e 538 a New York, mentre tra il 1 ottobre dello scorso anno e il 29 agosto di quello in corso, 1030 sono stati sistemati in California. Ora, guardate questo breve video.


E’ relativo a un discorso tenuto lo scorso febbraio da Bill Clinton alla Clinton Global Initiative e il suo messaggio è chiaro: usiamo i profughi siriani per ricostruire Detroit. La capitale del Michigan, infatti, ha 10mila palazzi vuoti che vanno ristrutturati ed essendo questa municipalità appena uscita dalla bancarotta, ecco che il buon Bill ha avuto l’ideona: non facciamo lavorare cittadini americani, magari quelli finiti nelle “tent cities” per la crisi, visto che questi hanno diritti e godono di un salario minimo, importiamo mano d’opera a basso costo dalla Siria e la schiavizziamo per ricostruire Detroit, salvo poi godere dei benefici della bolla immobiliare che si potrà spacciare sul mercato.



E attenzione, perché Hillary Clinton, tra una crisi di tosse e uno svenimento, aveva annunciato che da presidente avrebbe aumentato del 550% il numero di rifugiati siriani da ospitare in America, arrivando quindi a circa 620mila: per capirci, l’intera popolazione di Detroit è composta da 677.116 abitanti. Come sono sicuro che quei lavoratori importati saranno pagati zero o poco più? Semplice, dati alla mano, negli Usa il 91,4% dei rifugiati arrivati di recente dal Medio Oriente campa con food stamps e il 68,3% grazie al cosiddetto “cash welfare”, stando a cifre ufficiali dell’Office of Refugee Resettlement. Io ti tengo lontano dalla guerra e ti garantisco sussidi alimentari, tu mi ricostruisci Detroit lavorando pressoché gratis. Ecco il concetto di democrazia e accoglienza dei Clinton. Non stupisca, quindi, che la demagogia di Donald Trump stia risultando vincente: come in Europa, anche in America la narrativa della ripresa è morta. Ora comincia a imporsi la realtà, fatta di tende e sfruttamento di manodopera straniera.


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